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21 ottobre 2022

Stress e digestione: quando il corpo manda segnali

La vita frenetica che ormai caratterizza la modernità è una continua fonte di stress, anche per chi cerca di sottrarsi ai ritmi incalzanti e alle pressioni della società. La fretta e l’agitazione, però, non si accompagnano solo ad una sensazione di mancanza di controllo e di malessere, ma possono generare altre problematiche, anche fisiche.

Stress, tensione emotiva in eccesso, sedentarietà e disordini alimentari sono frequentemente associati a problemi digestivi, cosa che influenza considerevolmente la qualità della vita, con ricorso sempre più comune a visite mediche, test diagnostici, assunzione di farmaci e continue assenze dal lavoro.

È noto che stomaco e intestino risentano in maniera chiara e significativa dei cambiamenti nello stile di vita e nello stato psichico. Come naturale conseguenza, non è possibile cercare di risolvere le problematiche del primo senza intervenire sull’altro. Per avere una buona digestione e diminuire il rischio di problemi allo stomaco, con tutti le annesse e connesse sgradevoli conseguenze, è essenziale prendersi cura di sé e del proprio benessere, sia fisico che mentale.

 

L’intestino, il “secondo cervello”

 

Come ormai dimostrato da numerosissimi studi, non si tratta solo di un'impressione soggettiva o di un fenomeno casuale: il benessere psichico e la funzionalità dell'apparato gastrointestinale sono intrinsecamente legati tra loro, influenzandosi reciprocamente in modo continuo.

Il sistema nervoso enterico, che attraverso vie specifiche del sistema nervoso autonomo e meccanismi ormonali raffinati regola il nostro intestino, viene anche chiamato in maniera significativa “secondo cervello”. In continua comunicazione con il resto del corpo, questo secondo cervello può essere considerato il centro di elaborazione di tutti i “dati” percepiti dalle cellule nervose dell’apparato gastrointestinale.

I due cervelli (o meglio, i due sistemi nervosi, quello centrale e quello enterico) comunicano attraverso un fitto dialogo di impulsi. Il primo cervello, quello “cranico”, è in grado di alterare il normale funzionamento di quello “enterico” interferendo con i suoi ritmi, ma è altrettanto vero il contrario. Stomaco e cervello, quindi, si condizionano a vicenda.

Come non bastasse, il sistema nervoso enterico contiene circa il 90% della serotonina, comunemente definita “neurotrasmettitore del benessere”, per le sue proprietà antidepressive, e il 50% della dopamina presente nel corpo umano. Queste due sostanze che svolgono un ruolo chiave nella regolazione del tono dell’umore, nelle emozioni, nella sessualità, nelle funzioni cognitive, nella regolazione del sonno e dell’appetito.

Per esempio, quando si mangia un piatto gustoso il sistema digerente attiva i propri recettori, facendo aumentare al corpo la produzione di serotonina. Una volta che questa raggiunge il cervello, si produce quella sensazione di piacere e benessere associata al consumo di un alimento gradito. Al contrario, secondo lo stesso meccanismo, quando si presenta un’infiammazione in sede intestinale gli enzimi presenti inibiscono la serotonina, provocandone un deficit a livello celebrale. La conseguenza è rappresentata da una sensazione di malessere, fino ad arrivare, in alcuni casi, a vere e proprie condizioni depressive. A riprova di questa interconnessione, risulta significativo che, il più delle volte, le persone afflitte da depressione riscontrino difficoltà nell’alimentazione, che può diventare smodata ed eccessiva o, al contrario, estremamente selettiva o insufficiente.

 

Gli effetti dello stress

 

Lo stress è una condizione complessa, provocata da sollecitazioni esterne e/o interne all'organismo, che causa una compromissione nel mantenimento dell'equilibrio fisiologico e psicologico, o omeostasi, a più livelli e con vari gradi di severità.

In generale, lo stress può essere causa di problemi come stanchezza, irritabilità, ansia, mal di testa, digestione lenta, bruciori di stomaco, insonnia e tensioni muscolari. Può persino arrivare a compromettere le difese immunitarie, portando ad ammalarsi più facilmente e con maggiore frequenza.

Pur influenzando l’intero organismo, l'apparato gastroenterico è indubbiamente uno dei primi a subire gli effetti dello stress, sia esso acuto o cronico. I problemi di stomaco sono uno dei primi e più comuni modi con cui il nostro organismo manifesta il suo malessere.

Ansia e stress possono determinare manifestazioni differenti da persona a persona, in relazione alla sensibilità individuale e all’eventuale presenza di altre problematiche a carico dell‘apparato digerente.

Se la somatizzazione dello stress si concentra nella parte superiore del sistema digestivo, si possono sperimentare soprattutto i sintomi tipici della dispepsia funzionale e del reflusso gastroesofageo, come difficoltà nella digestione, gonfiore e pesantezza dopo i pasti, mal di stomaco o crampi persistenti. 

Un’altra manifestazione può consistere nell’aumento dell’acidità gastrica, con conseguente bruciore di stomaco e gastrite nervosa (vale a dire l'infiammazione della mucosa gastrica dovuta allo stress), eruttazioni e reflusso acido, con possibili fastidi fino alla gola, nausea, vomito, mal di testa e difficoltà di concentrazione.

Il disagio a livello intestinale, invece, si esprime sotto forma di sintomi generalmente riferibili alla cosiddetta sindrome del colon irritabile, come mal di pancia localizzato nella parte inferiore dell'addome, gonfiore intestinale, meteorismo, flatulenza, fitte e crampi addominali, stitichezza e/o diarrea (spesso alternate tra loro).

Quando i dolori sono presenti in modo cronico, si ha uno scadimento considerevole nella qualità di vita, che a sua volta ha conseguenze fortemente negative sullo stato mentale, già compromesso da ansia e stress. In questo modo si va ad innescare un circolo vizioso che si autoalimenta continuamente, molto difficile da contrastare. Ultimo ma non ultimo, questa dinamica rischia di avere un impatto negativo anche su altri aspetti della vita, come la qualità del sonno.

 

Un problema comune: l’insonnia

 

I problemi a livello del sistema digerente sono alla base della liberazione di elevate quantità di cortisolo nell'organismo, definito l'ormone dello stress, prodotto delle ghiandole surrenali su stimolazione del cervello. Insieme a nervosismo, preoccupazioni, stress e ansia, ciò provoca problemi a riposare in modo sereno, con frequenti risvegli e sonno agitato, addormentamento difficoltoso o risvegli precoci, fino ad arrivare all’insonnia, il che ha comprensibilmente un impatto significativo a livello fisico e psicologico.

L’insonnia, dovuta alla tensione mentale provoca stanchezza e debolezza durante il giorno, porta ad irritabilità e nervosismo e abbassa il tono dell’umore, tutte problematiche che, a loro volta, possono interferire con l’appetito e la funzionalità dell'apparato digerente.

Inoltre, il travaglio notturno è alla base di tutta una serie di alterazioni biologiche negative, con effetti anche sulla salute gastrointestinale. Questo circolo vizioso, lo stress che crea problemi all'apparato digerente e i problemi di digestione che causano ulteriore stress, impattano di conseguenza sullo stato psichico dell'individuo, che può arrivare a forme di malattia vere e proprie.

 

Quando i problemi diventano cronici

 

Se la situazione di stress si protrae a lungo, i disturbi nella digestione possono diventare sempre più frequenti, fino a diventare cronici. In questi casi, possono comparire la dispepsia funzionale o le ulcere gastriche e duodenali.

La dispepsia funzionale comporta tutta una serie di difficoltà digestive, come sensazione di sazietà precoce, bruciore di stomaco, gonfiore, dolori addominali, eruttazioni e meteorismo, talvolta accompagnati da nausea e vomito o seguiti da alterazioni del transito intestinale, come stitichezza o, all’opposto, malassorbimento e diarrea. Queste sono tutte manifestazioni estremamente comuni tra chi soffre di stati d'ansia o è esposto a fonti di stress intenso o relativamente modesto, ma protratto nel tempo.

Inoltre, con stress e ansia molto intensi, in aggiunta ai problemi gastrointestinali, possono manifestarsi anche altri sintomi fisici, come accelerazione del battito cardiaco, palpitazioni e aumento della sudorazione, con tutto il malessere associato a queste sgradevoli esperienze.

Infine, allo stabilizzarsi dei sintomi fisici, si consolidano anche malessere e disagio psichico, oltre a problematiche più o meno gravi, dall’evitamento di certi alimenti o situazioni, fino a condizioni clinicamente depressive.

 

Come intervenire

 

Se da una parte i problemi di stomaco e di digestione sono un fastidio comune, così come lo sono lo stress e le ansie quotidiane, non è comunque facile trovare una strategia di intervento univoca e valida per tutti, a indicare la complessità della relazione.

Il mal di stomaco e i disturbi intestinali possono avere cause ampiamente variabili e non sempre di immediata identificazione. Così, nell’affrontare una situazione di malessere gastroenterico significativa o persistente, è sempre opportuno rivolgersi al medico per ottenere una diagnosi precisa, o quantomeno arrivare ad escludere eventuali patologie che necessitino di trattamenti medici specifici.

Una volta appurato che la dispepsia e il malessere siano di natura psicosomatica, ovvero legati a stress e stati ansiosi, sarà possibile adottare una serie di interventi, alcuni che si limiteranno ad agire sui sintomi, altri sulle cause del problema.

Nell’immediato è possibile ricorrere a farmaci, come gli antiacidi, per tenere sotto controllo le manifestazioni più fastidiose e placare i sintomi. Tuttavia, se non si interviene sulle cause, il problema tenderà a ripresentarsi, spesso in maniera anche più accentuata, con dispepsia (cattiva digestione) persistente e/o disagio intestinale ricorrente, complice anche l'assuefazione (con conseguente diminuzione degli effetti) ai farmaci.

Assumere rimedi sintomatici al bisogno è certamente utile, ma non risolve il problema alla radice. Per poter affrontare veramente, e si spera definitivamente il problema, è necessario focalizzarsi sulle sue cause che lo generano, cominciando dunque un lavoro che esplori la propria tendenza allo stress, le motivazioni che portano agli stati ansiosi e il contenuto delle preoccupazioni che fanno stare tanto male.

 Attraverso un percorso psicologico si potrà ristabilire un equilibrio psicoemotivo, in modo da vivere più serenamente i momenti dell’alimentazione con conseguente miglioramento della qualità di vita generale.

12 luglio 2020

La differenza tra ansia normale e ansia patologica


La prima cosa che viene in mente alla maggior parte delle persone, quando si parla di ansia, è il malessere e lo stato di preoccupazione con cui di solito si presenta. L’ansia è una parte importante della vita quotidiana di chiunque, in particolare nella società odierna, in cui i cambiamenti si susseguono rapidi, i media sono costantemente alla ricerca della prossima minaccia, e persino il clima sociale sembra alimentare una certa quota di ansietà.

In questa società dell’efficienza, l'ansia è fastidio, disagio, o addirittura sofferenza. Di conseguenza, si cerca in ogni modo di disfarsi di questo peso, evitare il malessere, scansare le preoccupazioni, con l’obiettivo ideale di non avere più ansie di alcun tipo.


Come si vedrà in questo articolo, tuttavia, non solo vivere senza ansia è impossibile, ma questa alternativa non è neanche desiderabile. Un certo grado di ansia è normale, utile ed essenziale alla sopravvivenza, mentre può diventare un intralcio in alcune specifiche occasioni, in cui si sfocia nell’ambito patologico.


Ansia e sopravvivenza


Emozione che caratterizza l’essere umano fin dalla preistoria, l’ansia ha la funzione di mettere in guardia rispetto a segnali che sono percepiti come un pericolo, presente o futuro.

I muscoli si contraggono, il respiro si fa corto e veloce, la mente è attenta e concentrata sulla situazione di pericolo da affrontare: l’attivazione generale che caratterizza l’ansia rende pronti a rispondere più rapidamente alla comparsa di una minaccia.

Una certa quantità di ansia, quindi, risulta utile ad affrontare la vita quotidiana, aiutando a sopravvivere e ad adattarsi meglio al proprio ambiente.

Al contrario, l’assenza di ansia può portare a sottovalutare le minacce ed esporre l’individuo a pericoli anche concreti.

Ad esempio, si immagini uno studente che non abbia alcuna ansia per una verifica né la minima preoccupazione di essere bocciato. Come si può prevedere, probabilmente non dedicherà molto tempo allo studio, non avendo lo stimolo necessario a mettersi sui libri e a dare priorità alla scuola, ricevendo inevitabilmente un brutto voto.

Al contrario, un po’ d’ansia nel sostenere verifiche e interrogazioni aiuta a prepararsi al meglio e stimola l’attenzione e la concentrazione al momento della prova. Questo livello ottimale di ansia, che aiuta ad affrontare le difficoltà e a raggiungere con successo i propri obiettivi, è piuttosto frequente nella vita quotidiana e comune a tutti gli individui, e per questo viene generalmente definito “normale”. Tuttavia, esiste un’altra forma d’ansia che, per i suoi effetti deleteri, è riconosciuta come patologica, differenziandosi dalla prima per alcuni fondamentali aspetti.


Tra normalità e patologia


Chiarita l’importanza di provare un certo livello di ansia, evitandone la totale assenza, si pensi ora a un altro studente che, a differenza del primo, abbia molta ansia, così tanta da essere paralizzato dalla paura di non farcela, di non sapere abbastanza, di essere giudicato dal professore e dai compagni. In un tale stato d’animo, farebbe fatica a studiare perché incapace di concentrarsi e, di fronte alla verifica e in preda all’agitazione, non riuscirebbe neanche a ricordare ciò che ha studiato. Come il suo compagno eccessivamente tranquillo, anche questo studente riceverà un voto negativo, magari accolto con sempre maggiore angoscia e preoccupazione, le quali a loro volta influenzeranno negativamente le prestazioni future.

Mentre l’ansia normale è adattiva e funzionale al raggiungimento dei propri obiettivi, l’ansia patologica è quindi eccessiva, con ad esempio continua tensione motoria, iperattività e ridotta concentrazione. In questo modo diventa essa stessa il problema da affrontare, facendo perdere il controllo e la lucidità dei propri pensieri. Per tali motivi, questa forma d’ansia risulta disadattiva e generalmente inefficiente.

Un’altra differenza è che l’ansia normale tende a venire meno con il passare del tempo e con la maggiore esperienza. Ad esempio, dopo le prime volte al volante, connotate da una forte agitazione, si diventa gradualmente più rilassati e pratici, fino a considerare la guida un’azione naturale della quotidianità.

Tale fenomeno, definito estinzione, è essenziale per superare le proprie paure e insicurezze e permette di essere pronti ad affrontare nuovi problemi. A differenza di quella normale, l’ansia patologica tende a non andare in estinzione. Anche dopo anni al volante, si proverà la stessa agitazione delle prime volte. L’ansia patologica è resistente e tende a non ridursi, a prescindere dal tempo o dall’esperienza.


Mentre l’ansia normale è solitamente causata da una situazione realmente esistente e spesso conosciuta, ma particolarmente difficile o inusuale, la forma patologica è caratterizzata da una forte incertezza verso il futuro, è spesso vaga e imprecisata e si presenta senza un motivo riconoscibile. Quando è possibile identificare un evento scatenante, poi, l’ansia patologica tende a essere fortemente eccessiva e sproporzionata alla situazione.

Ansia normale e patologica si differenziano anche per quanto riguarda le conseguenze. La prima, essendo di intensità moderata e diminuendo con il tempo, ha la funzione di motivare ad affrontare efficacemente la situazione ansiogena. La spinta adrenalinica determinata dall’ansia è volta al raggiungimento di un obiettivo, e non è tale da paralizzare la persona, come invece può succedere nell’ambito della patologia.

L’ansia patologica, al contrario, ha un'intensità tale da provocare una sofferenza insopportabile e questo, insieme al fatto che non si riduce col tempo o con l’esperienza, tende a provocare l’evitamento della situazione ritenuta pericolosa, il che ha gravi conseguenze sulla qualità della vita e sui rapporti sociali: si pensi per esempio a una persona con una forte ansia sociale, o per i luoghi affollati.


L’ansia patologica, infine, è difficilmente gestibile ed è associata a sensazioni di perdita di controllo, di impotenza, di costante incertezza e di incapacità nell’affrontare situazioni nuove o impreviste che, al contrario della forma normale d’ansia, arrivano a interferire con la vita sociale e lavorativa.

Quando chiedere aiuto

In questo articolo si è cercato di chiarire che l’ansia, in sé, costituisce una normale risposta dell’organismo, una reazione emotiva che prepara a fronteggiare le difficoltà, che è quindi utile e necessaria alla sopravvivenza dell’individuo.

Quando raggiunge gradi eccessivi, tuttavia, l’ansia può arrivare ad avere delle gravi ripercussioni sulla qualità della vita, diventando una sofferenza psichica che ostacola le attività quotidiane, sia nella sfera privata che in quella professionale.

Bisogna considerare infatti che l’ansia, oltre agli effetti fisici e psichici, può avere un impatto anche sulle relazioni interpersonali. Ad esempio, una madre particolarmente ansiosa può, anche senza rendersene conto, cercare di controllare il proprio figlio limitando la sua libertà; una ragazza può avere bisogno della presenza del proprio partner per poter frequentare certi luoghi e situazioni; un capo si può preoccupare eccessivamente della prestazione lavorativa, richiedendo controlli e procedure lunghi ed esagerati, andando così ad aumentare inutilmente il carico di lavoro.

In questi casi, può essere di giovamento chiedere un supporto psicologico, che aiuti nel riconoscimento delle emozioni e dei pensieri che alimentano l’ansia, per imparare a gestirli in modo adeguato e ottenere un miglioramento del proprio benessere psicofisico e, di conseguenza, un incremento della propria qualità di vita. 

02 luglio 2020

“Che ansia!” Ma lo è davvero?

“Che ansia, sono in ritardo per il mio appuntamento!”

“Non riesco a risolvere questo esercizio… Che ansia!”

“E se poi incontro qualcuno che conosco? Che ansia…”

“Mamma, che ansia, ho capito, ora arrivo a darti una mano!”


Sono molte le situazioni quotidiane che tendiamo a definire con la parola “ansia”, un termine spesso usato con leggerezza e decisamente inflazionato, il che denota una profonda e frequente confusione terminologica, che può indurre a interpretazioni errate.



Ma, quindi, che cos’è l’ansia?


Se si chiedesse a un gruppo di persone di definire l’ansia, probabilmente si otterrebbero moltissime definizioni differenti, dove verrebbero utilizzate parole come stress, tensione, paura, angoscia o pericolo.

Questi termini, spesso confusi e scambiati tra loro, rischiano di far diventare patologico ciò che è normale, e possono celare altre vere problematiche.


Le particolari caratteristiche dell’ansia saranno largamente approfondite in un prossimo articolo, ma per ora se ne può cominciare a fornire una definizione e un rapido confronto con altri stati d'animo, per cominciare a chiarire le differenze tra ansia, paura, angoscia e stress.

I testi di psicologia definiscono l'ansia come un insieme complesso di reazioni fisiologiche, cognitive, emotive e comportamentali, le quali si manifestano in seguito alla percezione di uno stimolo considerato minaccioso e che si ritiene di non essere capaci di affrontare.

Anche la paura, l’angoscia e lo stress tendono a manifestarsi in modo simile, con ad esempio respirazione e battito cardiaco accelerati, tensione muscolare, senso di debolezza, sudorazione eccessiva e sonno disturbato. Pur somigliandosi nel modo di manifestarsi, queste sensazioni presentano altre profonde differenze, che non possono essere ignorate.


Paura o ansia?


La maggior parte delle persone ha almeno una paura, chi di prendere l’aereo, chi delle iniezioni, delle altezze, del sangue, del dentista, di parlare in pubblico, dei ragni, e così via, in una lista potrebbe continuare all’infinito.


Come risulta evidente da questi esempi, mentre l’ansia è caratterizzata da un senso di attesa per un pericolo futuro e indefinito, la paura è uno stato emotivo che insorge in risposta ad un pericolo reale, imminente, esterno e coscientemente riconosciuto.

A distinguere paura e ansia, quindi, è principalmente il lasso di tempo che separa il pericolo o la minaccia dalla reazione emotiva.


In secondo luogo, come anche l’ansia, la paura ha un’importante funzione adattiva. Emozione condivisa con la specie animale, provandola di fronte alla minaccia di un pericolo imminente, la paura causa l’accelerazione del battito cardiaco e l’aumentare del ritmo respiratorio, così da immettere più sangue ed ossigeno nei muscoli, che diventano più tesi e pronti a scattare per il meccanismo noto come attacco o fuga.


Questo meccanismo di difesa spontaneo fa sì che il corpo reagisca al pericolo in diversi modi. Si può contrattaccare, si può fuggire dalla minaccia o, in casi estremi, può indurre la paralisi, l'inibizione di ogni funzionalità di fronte ad una minaccia percepita come soverchiante (il cosiddetto freezing).

In questi modi, uomini e animali possono rispondere ai pericoli e garantire la propria sopravvivenza.

L’ansia, invece, è un’emozione prevalentemente umana che, generalmente, risulta meno intensa. Nel caso dell’ansia, la minaccia è psicologica, che si tratti del timore di avere una malattia grave, dell’apprensione per dei problemi di carattere economico o lavorativo, di un lutto o una separazione. Di fronte a questo tipo di preoccupazioni, non è possibile adottare una strategia di lotta, per difendersi dal pericolo, o semplicemente optare per la fuga.


Altra differenza fondamentale, al contrario della paura che tende a cessare una volta cessato il pericolo, l’ansia risulta più duratura nel tempo.


La paura è poi considerata come una delle emozioni primarie, ossia quelle universalmente riconoscibili attraverso specifiche e determinate espressioni facciali, comuni a tutti gli esseri umani. 

L’ansia, invece, è classificata come un’emozione secondaria, che non è cioè facilmente e rapidamente riconoscibile da un osservatore esterno, e connotata diversamente in rapporto alla cultura di appartenenza. Come suggerito dal nome, le emozioni secondarie derivano da quelle primarie e si costruiscono in relazione alla particolare storia di sviluppo e di crescita della persona, nelle interazioni che questa ha con la realtà circostante per tutto il corso della vita.
Le emozioni secondarie, incusa quindi l’ansia, sono emozioni assai più complesse e variabili e, per questo, intrinsecamente più personali.


Chiarite le differenze tra ansia e paura, passiamo ora ad analizzare una delle sensazioni più sgradevoli quanto caratteristiche della nostra epoca: l’angoscia.


L’angoscia, nelle profondità dell’ansia


L’angoscia è uno stato d’animo di impronta ansiosa, ma ancora più invasivo, duraturo e costante dell’ansia. Si tratta un vissuto emotivo di malessere profondo, caratterizzato come l’ansia da intensi fenomeni fisici e psichici.


A differenza dell’ansia, però, l’angoscia è determinata dal timore di un pericolo imprecisato e percepito come imminente, di fronte al quale ci si sente disarmati e impotenti. Ad esempio, si può trattare di una sensazione di insoddisfazione per sé o per la propria vita o di non trovare senso a quello che si sta facendo.

Non si tratta di un ipotetico pessimismo, basato su idee e sensazioni, bensì di una vera e propria certezza che le cose andranno per il peggio, senza possibilità di intervento. Una persona angosciata sente di essere sottoposta a una condanna sommaria, alla quale non può sfuggire, e per questo vive in uno stato di oppressione perpetua, nell’attesa che questa si realizzi.


Questo senso di costrizione è tale da determinare una forte sofferenza psicologica, che talvolta può anche risultare paralizzante. Inoltre, il senso di impotenza tipico dell’angoscia rende ancora più tragica l’aspettativa, in quanto non si riesce a vedere una via d’uscita alla propria sofferenza, la quale a sua volta rafforza la certezza che non esista una soluzione.


Rispetto all’ansia, poi, l’angoscia tende a manifestarsi maggiormente attraverso il corpo. I sintomi fisici possono includere mal di testa ed emicranie, problemi di digestione, sensazioni di pressione al petto e di soffocamento, tensione muscolare, senso di pesantezza, tremori ed insonnia.


Anche per questi motivi, se protratta a lungo nel tempo, l’angoscia può condurre a stati di malinconia intensa, fino a portare a delle vere e proprie condizioni depressive.


Così come l’ansia, anche l’angoscia può essere dovuta ad una situazione transitoria e identificabile, come una malattia di un familiare. Tuttavia, l’angoscia risulta più tipicamente costante e dai contorni sfumati, mettendo in discussione l’esistenza stessa. Mentre nel primo caso l’angoscia tende a diminuire quando la situazione che l’ha causata cambia, l’angoscia esistenziale richiede di solito un lavoro personale diverso e più profondo, come un percorso di diagnosi psicologica.


Oltre a quanto già visto, infine, la differenza essenziale tra ansia e angoscia consiste nell’evidenza che, mentre la prima può essere adattiva e utile all’individuo, l’angoscia è uno stato di disagio che non trova in alcun modo un’attivazione positiva.


Riassumendo, l’angoscia trova le sue radici nelle profondità dell’animo umano e rappresenta una preoccupazione paralizzante per l’assoluto o l’indefinito. Per quel tipo di apprensione che riguarda le situazioni della vita quotidiana, invece, possiamo parlare di stress.


Lo stress, o l’ansia del quotidiano


È possibile definire lo stress come una reazione non specifica del corpo alle richieste dell'ambiente. Lo stress può insorgere a partire da tutte le situazioni che possono essere percepite come pericolose o preoccupanti, ma anche da semplici cambiamenti nelle proprie abitudini.

L’ansia e lo stress sono due condizioni molto simili, ma è possibile distinguerle per alcuni aspetti fondamentali.


L’origine dello stress è generalmente facilmente identificabile, in quanto esterna alla persona.

Questo perché lo stress tende a insorgere in presenza di fatti o situazioni che riguardano l’ambiente in cui si vive (il lavoro, un’attività particolare, una situazione familiare, il trasferimento in un determinato luogo, ecc.).


Si può considerare lo stress come un eccesso di presente, per cui ci si sente schiacciati dalle preoccupazioni quotidiane, che soverchiano i ricordi del passato e le visioni per il futuro. Così, una persona stressata crede di non poter uscire dalla situazione in cui si sente intrappolata, e non riesce a vedere un modo per cambiare ciò che la preoccupa.



L’ansia, invece, tende ad avere un’origine interna al soggetto e meno definita, così che la minaccia o il pericolo molte volte non sono immediatamente rintracciabili. Di fatto, in molti casi, non è possibile trovare una ragione univoca che spieghi lo stato di inquietudine. Si è ansiosi per ciò che potrebbe o non potrebbe accadere, e molte volte non si sa nemmeno darne una definizione precisa.

Questo perché l’ansia dipende dalle caratteristiche della persona che la prova, che nello stato ansioso concepisce e alimenta pensieri catastrofici e sensazioni angosciose. A differenza dello stress, questi pensieri e sensazioni tendono a essere indipendenti dall’ambiente circostante.


Una persona ansiosa, inutilmente, cerca di anticipare tutti gli eventi negativi o le conseguenze catastrofiche che potrebbero derivarne, a prescindere da quanto questi siano probabili, o persino possibili. L’ansioso non riesce ad avere una visione oggettiva del presente, perché vive in funzione di qualcosa di terribile che accadrà in futuro, fantasticando sulle inevitabili tragiche conseguenze, che non ammettono una possibilità di intervento.


Infine, un fattore chiave nella distinzione tra ansia e stress riguarda i tempi di scomparsa dei sintomi.

Una caratteristica essenziale dello stress è che questo tende a diminuire, fino a scomparire, quando viene meno lo stimolo che lo ha provocato, si supera la situazione conflittuale o si risolve la difficoltà. Così, ad esempio, se ciò che causa stress ad una persona è una visita medica, una volta uscita dallo studio l’inquietudine andrà via via a venir meno.


L’ansia, al contrario, tende a perdurare nel tempo. Riprendendo l’esempio fatto in precedenza, se una persona ansiosa va dal medico, la sua paura non scompare una volta terminata la visita. Al contrario, potrebbe addirittura iniziare a fantasticare di avere una rara malattia non diagnosticata, o che delle normali risposte del corpo agli stimoli esterni siano il sintomo di una malattia ben più grave che sta cominciando a manifestarsi.




In conclusione, i quattro termini di ansia, paura, angoscia e stress, pur mostrando alcune somiglianze nel modo di manifestarsi, presentano profonde differenze in molti aspetti cruciali, come l’intensità, la durata, l’origine e il grado di adattività.

Conoscerne le specificità può aiutare a raggiungere una maggiore consapevolezza di sé e del proprio modo di affrontare la quotidianità, oltre che a maturare la motivazione per cercare un aiuto concreto, volto a migliorare gli eventuali aspetti disfunzionali che si possono trovare.


Capire e conoscere chiaramente le proprie sensazioni è il primo, fondamentale ed imprescindibile passo per superare le situazioni di disagio.