06 settembre 2021
Quando il gruppo di amici diventa deviante: un’analisi psicologica
Il fenomeno della devianza minorile di gruppo ha suscitato, negli ultimi anni, un grande allarme sociale, fomentato anche dai mezzi d’informazione nazionale, che hanno dato uno spazio sempre più ampio a questo genere di notizie, etichettando le bande minorili con il termine di “baby gang”. In realtà, la definizione è stata adoperata, in maniera piuttosto indiscriminata, in riferimento ad una estrema varietà di comportamenti devianti messi in atto da gruppi di adolescenti.
Per comprendere il fenomeno, in modo da ridimensionare l’allarmismo e passare ad un’analisi che possa condurre a soluzioni concrete, è importante soffermarsi sulle motivazioni psicologiche che portano gli adolescenti a creare gruppi e a cercare la trasgressione, anche per distinguere i casi in cui ciò sia funzionale alla crescita personale e allo sviluppo di una consapevolezza di sé e del mondo, da quelli in cui non lo è.
L’identità nel gruppo
Come già discusso in precedenza, l’adolescenza costituisce una fase dello sviluppo particolarmente complessa, articolata intorno alla definizione della propria identità e al confronto con le nuove esperienze del mondo esterno.
In questo periodo della vita, l’adolescente inizia a mettere in discussione le regole apprese in famiglia per sperimentarne e apprenderne di nuove, confrontandosi – e spesso scontrandosi – con le norme sociali.
Se la famiglia rimane un punto di riferimento, per un adolescente è innegabile l’importanza di instaurare relazioni significative con i coetanei. In questa fase, il gruppo dei pari assume una rilevanza notevole, non solo perché con esso viene speso gran parte del tempo, ma soprattutto in quanto rappresenta un’interfaccia tra il soggetto e la società circostante nel processo di formazione delle opinioni e delle forme di rappresentazione di sé e degli altri. L’identità collettiva del gruppo permette all'adolescente di sapere come orientarsi e quali valori perseguire nella vita (e quali no), come presentarsi e come agire nei confronti degli altri. In altre parole, il confronto coi pari permette di esplorare le modalità e le strategie che altre individualità usano per interpretare situazioni, gestire e risolvere problemi e apprendere norme e regole sociali, allo stesso tempo mettendo alla prova le proprie.
Inoltre, in quanto contesto di frontiera tra l’ambiente noto e rassicurante della famiglia e il mondo esterno, il gruppo svolge la funzione di contenere le ansie e le incertezze dell’adolescente, offrendosi come palestra di vita significativa, come specchio nel quale riconoscersi e come mezzo per sviluppare il proprio sé.
Questo accade poiché lo sviluppo della propria identità procede primariamente attraverso l’identificazione e il rispecchiamento negli altri, in quanto simili (e allo stesso tempo differenti) a sé.
Durante l’adolescenza questa funzione di specchio viene ricoperta prevalentemente dal gruppo dei coetanei, all’interno del quale il ragazzo, attraverso meccanismi di proiezione ed identificazione, ha la possibilità di sperimentare nuove strategie cognitive, emotive e comportamentali.
In aggiunta, nel momento in cui gli adolescenti iniziano a sentire il bisogno di prendere le distanze dalla famiglia e dalla scuola per andare alla ricerca di una propria dimensione individuale, il gruppo fornisce accoglienza, protezione e riconoscimento per la nuova identità che si va formando. Gli adolescenti si supportano tra di loro, sperimentando così forme di solidarietà, di comprensione e di accettazione diverse da quelle familiari.
Questo passaggio risulta fondamentale per non sentirsi più figli o allievi, bensì individui liberi di sperimentare nuove regole, nuovi modi di stare in relazione e nuove dimensioni, quali l'autonomia, l'espressività, la creatività, l'affettività, la sessualità e l'affermazione personale.
In definitiva, all’interno del gruppo l’adolescente può trovare uno spazio in cui può esprimersi con maggiore libertà ed autonomia e ricevere la sicurezza e il sostegno necessari per superare i compiti di sviluppo connessi a questa fase evolutiva.
L’identità di gruppo
Anche se il rapporto con i coetanei non è una prerogativa esclusiva all’adolescenza, bensì un’esperienza significativa che accompagna tutto il processo di crescita, le caratteristiche che il gruppo dei pari assume a questa età sono da considerarsi del tutto particolari e uniche, e per questo degne di approfondimento.
I gruppi sono costituiti in genere da compagni di scuola e da ragazzi cresciuti nello stesso quartiere, che abitualmente si incontrano e condividono luoghi di ritrovo precisi. Le attività svolte nel gruppo adolescenziale sono profondamente diverse da quelle tipiche dell’infanzia, e lo scopo ludico dell’aggregazione lascia il posto a passatempi ed esperienze differenti. Se tra i bambini e i preadolescenti è perlopiù frequente la partecipazione ad iniziative strutturate all’interno di un contesto socio-istituzionale, come sport o corsi, in adolescenza prevale la sperimentazione di forme di aggregazione spontanea, che rappresentano un tentativo anche simbolico di eludere il controllo o l’ingerenza degli adulti e delle regole da loro imposte.
Tipicamente, il gruppo in adolescenza può trascorrere anche intere giornate nello stesso luogo e in modo apparentemente inoperoso. In questo senso, a differenza di quanto avviene in precedenza, il gruppo dei pari non svolge vere e proprie funzioni operative, bensì ricopre essenziali funzioni affettive, relazionali, contenitive e di sostegno ai suoi membri.
Il gruppo adolescenziale possiede un proprio linguaggio, regole e valori, orientando atteggiamenti e comportamenti dei singoli membri. Il gruppo diventa un riferimento anche dal punto di vista normativo, al punto che le condotte e gli atteggiamenti vengono generalmente uniformati a quelli dei coetanei.
Talvolta, però, questo
legame di dipendenza impedisce al singolo di sottrarsi alle proposte
del gruppo e di mantenere il proprio punto di vista minoritario, pena
l’esclusione e lo stigma di codardo piuttosto che traditore. A tale
proposito, l’appartenenza al gruppo può arrivare a richiedere
autentiche dimostrazioni di lealtà, determinando fenomeni di
conformismo e di contagio anche intensi. Per questo motivo, quando il
gruppo è incline a sperimentare azioni devianti, le relazioni con i
pari possono costituire un fattore di rischio per la condivisione di
comportamenti trasgressivi, violenti o illegali.
In base a quanto affermato, non dovrebbe stupire il dato secondo cui la maggior parte dei reati compiuti dai minorenni presenta la co-imputazione, ossia l'essere stati commessi in gruppo. Sono tipici di questa dinamica deviata i comportamenti più fortemente connotati in termini espressivi (ad esempio vandalismo o atti di aggressività), piuttosto che le condotte violente riconducibili a finalità acquisitive (come furti o rapine).
In questo senso, il gruppo può assumere una funzione di fattore precipitante verso la delinquenza adolescenziale, in particolare laddove vi sia un terreno reso fertile da elementi predisponenti e antecedenti alle esperienze coi pari, quali un’identità fragile, problemi emotivi, un ambiente familiare complesso e disfunzionale, o una carriera scolastica difficile.
Analisi del gruppo deviante
Quando si esamina la struttura dei gruppi giovanili, è possibili individuare due caratteristiche essenziali.
In primo luogo l’obbedienza al leader, la cui figura diventa incarnazione della norma. Così, l’azione del singolo – il leader – condiziona il modo di agire dell’intero gruppo, il quale a sua volta influenza l’atteggiamento del singolo membro, che spesso si trova a mettere in atto comportamenti che isolatamente non commetterebbe. Per tale meccanismo, nel gruppo deviante si hanno di frequente modificazioni anche rilevanti della norma, tanto da rendere lecito – e desiderabile – ciò che fuori dal gruppo, ossia nella comunità, si considererebbe illecito. La spartizione di eventuali responsabilità, la delega della decisione ad una terza parte (il leader), rendono meno gravoso il pensiero di commettere azioni che si sa essere non consentite.
Una seconda caratteristica comune ai gruppi devianti consiste nel disprezzo nei confronti di un nemico, tipicamente un altro gruppo, ma anche un singolo o l’intera società. Il bisogno di individuare gruppi rivali è funzionale al rinforzo dell’identità di gruppo, in quanto l’odio per l’esterno compatta i membri all'interno, a un ideale comune, e garantisce l’obbedienza e il rispetto delle regole del gruppo stesso. Di conseguenza, il gruppo può trovarsi ad agire anche pericolosamente verso gli altri, prevaricando e attaccando individui e ambienti ad esso estranei, o ritenuti nemici. Queste condotte sono spesso anche occasione per sottoporre i nuovi membri a delle sorta di “prove di iniziazione”, per valutarne la forza, il coraggio e soprattutto l’obbedienza, in modo da poter anche assegnare loro un ruolo e inquadrarli nella gerarchia.
Il mondo giovanile appare, in questo senso, suddiviso in tante “bande”, ossia delle aggregazioni patologiche di gruppo riunite ognuna attorno a un proprio capo e mosse da meccanismi di coesione, e sovente di fusione. Tali dinamiche rispondono al bisogno di condividere le proprie frustrazioni, paure e ansie con gli altri membri del gruppo, attraverso l’identificazione proiettiva (in cui un singolo proietta su qualcun altro un proprio affetto o un impulso ritenuto inaccettabile, attribuendolo ad un altro singolo o gruppo, in modo da “esternalizzarlo” e poterlo affrontare senza ledere se stesso).
A tali meccanismi si
aggiunge la negazione del bisogno e della dipendenza infantili,
tipicamente esasperata dai valori virili espressi dal gruppo, che
possono radicalizzarsi nel bullismo e nell’agire violento. Ciò può
portare all’acting out, cioè l’espressione di sentimenti,
desideri o impulsi attraverso un comportamento incontrollato, con
apparente noncuranza delle possibili conseguenze a livello personale
o sociale. Semplificando, si tratta della ricerca di una risoluzione
emotiva immediata. Gli acting out giovanili, in particolare, sono
tipicamente caratterizzati da un iper-investimento del coraggio e
dell’autonomia, oltre che da un bisogno disperato di farsi
riconoscere e rispettare dagli altri e dalla società.
In questo senso, il
passaggio all’agire violento (fisico e/o verbale), rappresenta un
atto liberatorio anche catartico, in quanto la violenza e la
criminalità sono vissute come un modo per catturare l’attenzione
dell’adulto e soddisfare il bisogno di riconoscimento del gruppo in
pubblico, al fine di costruire una propria identità, sia pure
deviante.
La trasgressione, dunque, può avere innanzitutto una funzione di esibizione sociale, ma la forza del suo richiamo può nascere anche da altri meccanismi. I comportamenti aggressivi possono avere funzione anti depressiva e di fuga dalla realtà, per contrastare la noia quotidiana, il senso di inadeguatezza e la mancanza di prospettive future da parte dei suoi membri. Inoltre, la trasgressione costituisce un meccanismo contro-fobico, cioè rappresenta per l’adolescente un atto di anticonformismo, una sfida alle convenzioni sociali e un atto coraggioso, una prova di forza in senso iniziatico, che da un lato a conquista la stima altrui, e dall’altro vince la propria paura, rigidamente negata ma comunque presente e determinante.
Oltre al desiderio di potersi riappropriare della vita sociale e dei propri spazi e luoghi di ritrovo, ciò che muove i ragazzi verso lo scontro è la paura di non farcela, di non avere successo e di non avere un futuro, paura che cercano di esorcizzare attaccando gli altri in modo da far provare anche a loro quelle stesse sensazioni di malessere, nella vana speranza di “scaricare” le proprie o, almeno, di condividerne una parte.
Tuttavia, si deve notare che la trasgressività in sé è una caratteristica universale dell’adolescenza, come rinegoziazione e messa in discussione del rapporto con le regole educative e sociali. È importante distinguere i casi in cui la tendenza alla trasgressione rappresenti un’espressione di un desiderio di crescita e di maggiore autonomia, che può orientarsi in modo creativo e fecondo, da quelli in cui, invece, si presenti come un segnale di un disagio individuale, familiare o sociale, tipicamente distruttivo.
Conclusioni
Anche se le modificazioni e le acquisizioni che caratterizzano l’adolescenza consentono al ragazzo di raggiungere un certo livello di indipendenza e autonomia, dal punto di vista fisico ed intellettuale, ciò non significa che i suoi comportamenti possano ritenersi esclusivamente frutto di una pura scelta individuale, che non risente delle influenze esterne.
Le condotte adottate e le scelte compiute dal ragazzo vanno considerate ed analizzate in relazione al contesto sociale in cui si realizzano, perché da questo strettamente dipendenti. In questa prospettiva, anche fenomeni quali il disagio e la devianza devono essere esaminati in un’ottica multidimensionale, in modo da tenere in debita considerazione la famiglia, la classe scolastica ed il gruppo dei coetanei, e come questi entrino in rapporto con il più ampio contesto delle norme culturali, dei valori dominanti e dello sviluppo economico, che caratterizzano la società di appartenenza in un determinato momento storico.
Il comportamento antisociale non andrebbe dunque sottostimato e, soprattutto se rappresenta una fonte di disagio, è importante che sia adeguatamente valutato da un professionista, in grado di comprendere se si tratti di un episodio transitorio, parte della crescita e funzionale alla creazione identitaria o, al contrario, se rappresenti la prima fase di un processo verso la stabilizzazione della devianza.
31 maggio 2021
Relazioni problematiche: il conflitto adolescenziale
L’adolescenza è quel periodo di transizione che intercorre tra l’infanzia e l’età adulta, ed è scenario di cambiamenti radicali sia dal punto di vista fisico e psicologico, sia per quanto riguarda i rapporti sociali. Si tratta quindi di una fase particolarmente importante e delicata dello sviluppo dell’individuo, un momento in cui anche il legame con i genitori viene ridefinito e rinegoziato, cosa che può indurre all'insorgere di conflitti genitori-figli e difficoltà di comunicazione.
Questo perché, nel passaggio dall’infanzia all’età adulta, si manifesta un momento di crisi che vede la coesistenza di due tendenze opposte: da una parte, la spinta verso l’indipendenza e l’acquisizione della veste di adulto, mentre dall’altra la difficoltà a lasciare il mondo sicuro dell’infanzia e il ruolo di bambino, protetto e senza responsabilità.
Da tale situazione di impasse generale derivano altri conflitti interiori tipici di quest’età della vita, che l’adolescente vive con se stesso e con la propria identità.
A loro volta, tali conflitti influenzano significativamente il rapporto con i genitori, con la possibilità che si creino problemi relazionali e contrasti in famiglia.
In questo articolo si porrà l’attenzione sui conflitti che interessano l’identità propria dell’adolescente, approfondendo la relazione problematica che questi può avere con se stesso.
I conflitti con la famiglia e la relazione coi genitori saranno qui volutamente tralasciati, per essere debitamente approfonditi in un articolo interamente dedicato a questo tipo di contrasto.
I conflitti in adolescenza
Durante la sua crescita, l’adolescente attraversa diversi passaggi nella definizione ed affermazione della propria identità che, nelle sue diverse sfumature, possono causare conflitto e ambivalenza, a cui si risponde in maniera apparentemente volubile ed imprevedibile.
La separazione
A livello relazionale, nella psiche si ripropone il processo di separazione avvenuto durante l’infanzia, che porta il ragazzo a prendere le distanze dai genitori. A questo proposito, si parla di adolescenza come “seconda nascita”, intesa come introduzione del ragazzo nella società, società, una comunità molto più ampia e variegata del nucleo familiare.
Rispetto alla sfera sociale, durante l’adolescenza si ha un progressivo spostamento degli investimenti emotivi, che progressivamente passano dalle figure genitoriali ai pari. Assume sempre maggiore importanza il gruppo dei coetanei e le amicizie arrivano ad occupare un ruolo prioritario su altri ambiti, compreso quello familiare.
Le relazioni coi pari rappresentano un terreno di sfida e di competizione, ma anche di complicità e di identificazione, in cui gli aspetti di aggressività si accompagnano a quelli di solidarietà, un equilibrio degli opposti non sempre semplice.
Con i coetanei, i ragazzi iniziano a sperimentare nuove conoscenze e a confrontarsi con altri modelli di stare in relazione e altre regole, valori e idee, che possono condurli a mettere in discussione ciò che hanno appreso dalle proprie figure genitoriali.
L’adolescente si ricava degli spazi personali, sia in casa sia fuori (come sport, amicizie o attività ricreative) cercando così di mettere dei confini, prima concreti e poi mentali, tra sé e la famiglia.
Come esempi facilmente riscontrabili, la cameretta che si trasforma da area di gioco a luogo riservato e da preservare dai genitori, piuttosto che la rivendicazione di spazi personali in bagno. Per quanto riguarda il confine psicologico, si può riscontrare una progressiva preferenza nel confidarsi con gli amici, mentre la famiglia è perlopiù lasciata all’oscuro.
L’esplorazione
Il secondo conflitto nasce dal bisogno, percepito dall’adolescente, di esplorare appieno il mondo circostante, così da soddisfare la fame di conoscenza e di risposte, ma soprattutto per percepire il suo potenziale ed i suoi limiti, con l’insicurezza e i dubbi che questo comporta.
Per un adolescente, esplorare significa, in qualche modo, immergersi nel mondo del possibile, prendere contatto con dimensioni finora sconosciute e scorgere in questi nuovi territori delle forme che si addicono (o non si addicono) alla strutturazione della propria identità.
Per l’adolescente non basta più il ruolo filiale che ha quasi saturato la sua esperienza fino a quel momento, ma prova un bisogno inedito di trovare una collocazione e una identità che si inseriscano nell’ambiente sociale più ampio, che culmina nella ricerca di una nuova espressione del sé. In questa fase della vita, l’ottica si sposta dal passato al futuro, un futuro che, però, è puro potenziale, in quanto è ancora tutto da determinare. Il futuro per l’adolescente non ha contorni precisi e non possiede certezze contenutistiche o formali (motivo per cui risulta spesso ansiogeno e fonte di insicurezza e timore), bensì trova espressione nell’ipotetico, ovvero lo spazio del possibile. Per muoversi in questa dimensione di massima incertezza e massimo potenziale, l’adolescente prova a testare le sue possibilità di essere, muovendo i primi passi nell’assunzione dei ruoli sociali, di regola vari e frammentati.
In questo modo, la composizione della sua identità si disperde in tante possibilità di essere, che ancora non rappresentano aspetti specifici e definiti del sé, ma si mantengono, piuttosto, come tanti orizzonti plausibili, aspettative e immagini alternative di sé.
L’affermazione dell’identità
Con la progressiva definizione dell’identità personale, l’adolescente inizia a prendere consapevolezza delle proprie attitudini e preferenze, dei valori personali e dei pregi e dei difetti. Il senso di identità è rafforzato dall’espressione e forte affermazione della propria individualità, che porta tipicamente all’opposizione con i parametri ed i valori familiari, a prescindere da quali essi siano.
Se da una parte l’adolescente è portato a stagliarsi dallo sfondo comune della società e a ricercare e individuare il proprio posto nel mondo collettivo, accomodandosi alle richieste esterne, deve anche cercare di rispettare e assecondare le proprie istanze individuali, i propri interessi e il proprio modo, unico, specifico e irripetibile, di essere.
La dialettica tra "essere o non essere" se stessi è, quindi, alla base della formazione dell'identità e della ristrutturazione del concetto di Sé, che si realizza anche grazie alle relazioni sociali con i coetanei e con altri adulti, diversi dai genitori, in cui potersi rispecchiare e identificare.
Se questo processo avrà esito positivo, l'identità acquisita sarà frutto della sintesi originale e unica di tutte le identificazioni e di tutti i ruoli assunti, in accordo con i propri interessi e valori.
Autonomia e protezione
Come anticipato nell'introduzione, un conflitto tipico dell’età adolescenziale vede la contrapposizione tra il bisogno di autonomia e quello di protezione, che caratterizza l’infanzia. Da un lato, il ragazzo, a seguito dei cambiamenti fisici e psicologici subìti, vuole essere più libero e autonomo e desidera affermare sé stesso come individuo separato dai genitori. Dall’altro, tuttavia, percepisce ancora il bisogno di essere protetto, di avere delle tutele e di non assumersi tutte le responsabilità che caratterizzano l’età adulta, che generano ansia e paura. Come risultato, si creano sentimenti di ambivalenza e comportamenti contraddittori, che portano l’adolescente a rifuggire il contesto familiare quando non subisce pressioni particolari, e a ricercarlo nel momento del bisogno.
La sessualità
In adolescenza, sia nei maschi che nelle femmine, l’immagine di sé è strettamente legata all’aspetto fisico, ambito in cui avvengono molti dei cambiamenti più evidenti (dall'esterno) a cui far fronte. Lo sviluppo fisico dell’età puberale rappresenta tipicamente il primo segnale concreto di una trasformazione che interessa anche il mondo interiore. Il ragazzo assiste quasi da spettatore al proprio corpo in rapida trasformazione e, vedendosi diverso (quindi faticando a riconoscersi), deve fare i conti con l’abbandono dell’aspetto infantile, per avviare un percorso che culmina nell’assunzione di un ruolo di genere maschile o femminile.
I cambiamenti che avvengono nell’aspetto fisico possono generare ansie, insicurezze, vergogna, perdita di autostima. Può non essere facile rinunciare all’immagine di sé bambino e accettare che il proprio corpo sessuato possa essere oggetto di attenzione e desiderio altrui. Attraverso i coetanei e il gruppo dei pari, l’adolescente ha riscontro diretto dell’effetto del suo “nuovo” corpo, creandosi di conseguenza una rappresentazione di sé come gradevole o sgradevole, seducente o non desiderabile.
I comportamenti a rischio
Fonte di preoccupazione di molti genitori, la sessualità dell'adolescente può anche diventare terreno di sperimentazione di sé e del proprio limite e, in alcuni casi, può costituire uno degli ambiti in cui i ragazzi mettono in atto comportamenti a rischio. Il fascino del pericolo e della sfida, il brivido di essere scoperti o di infrangere le regole, si accompagnano al bisogno di mettersi alla prova, spingendosi al proprio limite. Se da un lato tali comportamenti consentono di acquisire sicurezza in se stessi e di confrontarsi con i coetanei e con il mondo adulto, dall’altro espongono gli adolescenti a situazioni che hanno il potenziale per trasformarsi in pericoli reali.
Ne sono esempi l’uso di droghe o altre sostanze, l’eccesso di alcolici alla ricerca di sensazioni forti, la promiscuità sessuale o il mancato uso di precauzioni. Sebbene indubbiamente dannosi dal punto di vista fisico, psichico e sociale, è importante cercare di comprendere il significato che si cela dietro tali comportamenti che, nella sua visione inesperta, goffa e incerta, sembrano fornirgli una via di uscita dalle insicurezze e incertezze di questa fase della vita.
Uno sguardo antropologico all’adolescenza
Una delle possibili spiegazioni che vengono fornite per comprendere la tendenza degli adolescenti ad esporsi a situazioni di pericolo, riprende aspetti antropologici e psico-sociali del processo di crescita, richiamandosi al concetto, nella modernità quasi totalmente dimenticato, di rito di passaggio.
Nei secoli passati, e ancora attualmente nelle società a tradizione orale, i momenti di passaggio da una fase della vita alla successiva, sono esplicitamente definiti e ritualizzati, contenuti all’interno di una cornice culturale, simbolica, valoriale e sociale che attribuisce loro un preciso significato condiviso. Al contrario, la nostra società attuale è caratterizzata dall’assenza di un ordine simbolico stabile, sostenuto da valori comuni, mentre si rafforza la tendenza all’individualità a scapito della dimensione sociale. Tutti questi elementi, insieme ad altri di diversa natura e che esulano dall'argomento qui trattato, rendono più difficoltosa la transizione dell’adolescente dallo status di bambino verso quello di giovane adulto.
Ogni schema iniziatico prevede un certo numero di processi che comportano mutamenti nella psiche del bambino che li affronta (i cui dettagli variano nel merito a seconda della cultura di riferimento), a partire dalla separazione dai genitori e dalla famiglia, al lutto per la perdita del mondo e del corpo infantile, l’assunzione di una identità sessuale stabile e, di conseguenza, il confronto con l’altro sesso, fino all'elaborazione di sentimenti di invidia e rivalità con gli adulti.
Essendo necessari allo sviluppo, tutti questi fattori, se non socializzati e ritualizzati in una pratica condivisa, vengono comunque ricercati dall’adolescente in maniera spontanea, confusa e disfunzionale, attraverso il ricorso ad “iniziazioni” in gruppo, basate su temi di confronto, di sfida per determinare status individuale e gerarchie, prove di resistenza o di coraggio.
Mancando un apparato simbolico di riferimento e una struttura ritualizzata, all'interno della quale mettersi alla prova, queste prove iniziatiche improvvisate possono rivelarsi altamente pericolose sia per l’incolumità dell’individuo che le sperimenta, sia per gli altri membri del gruppo, sia per terze parti.
Affrontare il disagio evolutivo
Ripercorrendo quanto presentato, l’adolescenza rappresenta un periodo critico e sensibile, che pone i ragazzi in trasformazione davanti a una serie di conflitti, resi ulteriormente complessi dalla mancanza di riti di passaggio definiti e istituzionalizzati e griglie valoriali a cui fare riferimento.
L’adolescente percepisce il carico dei compiti di sviluppo che deve affrontare durante questa fase, e si rende conto di dover sviluppare dei nuovi strumenti che al momento non possiede o non padroneggia. Da tutto questo si genera un disagio evolutivo.
Se il disagio rappresenta un vissuto fisiologico associato al regolare sviluppo, è anche vero che, spesso, questo viene nascosto o mimetizzato, rendendolo difficile da riconoscere, in quanto gestito dal singolo con una sofferenza “privata” e silenziosa. Altre volte, al contrario, il disagio si fa prepotentemente visibile nello scontro con i sistemi di appartenenza, in primis la famiglia (oggetto del prossimo articolo) e il sistema scolastico.
In alcune situazioni, tuttavia, il disagio evolutivo adolescenziale può diventare significativo e richiedere un aiuto esterno. Sono questi i casi in cui si manifestano comportamenti a rischio reiterati e apparentemente incontrollabili, ma anche l’insorgere di sintomi di malessere come sbalzi d’umore, ritiro sociale ed evitamento, periodi di depressione, difficoltà nell’alimentazione o nel sonno, scarsa concentrazione a scuola o episodi di ansia eccessiva e immotivata, come attacchi di panico.
Se per il bambino sono i genitori a decidere la consultazione con un professionista, l’adolescente ha la preziosa possibilità di assumere un ruolo più attivo nella richiesta di uno spazio di ascolto, di sostegno e di elaborazione per sé.Allo stesso tempo, può capitare che siano ancora i genitori a prendere l’iniziativa, spesso perché preoccupati per comportamenti o atteggiamenti del figlio o per le considerevoli difficoltà che si manifestano nella relazione e nella comunicazione con lui.
In questi casi, lo psicologo può valutare, insieme alla famiglia, l’opportunità di dedicare il proprio intervento ai genitori, supportandoli nella loro funzione genitoriale, oppure prevedere uno spazio individuale con l’adolescente. Nelle situazioni più complesse, è possibile coordinare i due interventi, gioco forza complementari, così da aiutare il nucleo a trovare modalità di relazione e comunicazione alternative e più funzionali.
11 maggio 2021
Relazioni problematiche: il bambino escluso
Può capitare che, in un gruppo di bambini, si stabiliscano delle simpatie e delle antipatie, ed è naturale che si cerchi di stare con i compagni con cui ci si trova meglio. Spesso, tuttavia, vengono a crearsi delle situazioni in cui alcuni bambini vengono tenuti in disparte, ignorati o addirittura rifiutati, venendo esclusi dai coetanei e quindi isolati dal gruppo.
Tale fenomeno, estremamente doloroso per chi lo subisce, può verificarsi già nella primissima infanzia e merita una particolare considerazione, avendo un impatto molto profondo che può durare potenzialmente per tutta la vita. Altro particolare, non meno rilevante, è che l’esclusione sociale, in infanzia e adolescenza, tende ad essere tristemente più frequente che in passato. Ciò potrebbe essere spiegato alla luce della maggiore competitività richiesta dal contesto sociale odierno, sia scolastico che familiare, in cui primeggiare sugli altri e ottenere prestazioni migliori assume la priorità su altri aspetti della vita, quali l’altruismo, la comprensione e l'empatia verso il prossimo.
Uno degli ingredienti fondamentali che bambini e adolescenti devono padroneggiare per stare nel gruppo o per stabilire delle amicizie è rappresentato dalla cosiddetta “grammatica dei rapporti sociali”, ovvero l’insieme di abilità e di conoscenze necessario per entrare in relazione in modo adeguato, definito tecnicamente “competenza sociale”.
Così, i bambini che sono benvoluti dai compagni e integrati nel gruppo riescono ad adattarsi meglio all’ambiente sociale e scolastico, in quanto dispongono di competenze sociali più evolute. I bambini o i ragazzi popolari sono spesso ammirati anche perché in grado, ad esempio, di prendere in considerazione i bisogni dell’altro, di offrire aiuto nel caso in cui un loro coetaneo sia in difficoltà e di condividere le proprie cose. Inoltre sono poco aggressivi, cercando al contrario di mettere in atto numerosi comportamenti prosociali, come l’altruismo, la solidarietà, l’empatia, la collaborazione e la cooperazione. Di frequente sono anche considerati dei buoni leader, soprattutto per la capacità di mantenere il proprio punto di vista in una discussione senza però imporsi con la forza.
Dall’altra parte, i bambini che più di frequente vengono esclusi o rifiutati dal gruppo risultano aggressivi e prepotenti o, al contrario, particolarmente remissivi, insicuri ed introversi. I bambini che presentano elevati livelli di aggressività, nello specifico, mettono in atto numerose condotte antisociali, sono poco rispettosi delle regole e non riescono a condividere le proprie cose con gli altri. Hanno difficoltà nel manifestare empatia per gli altri e si comportano in modo inadeguato nel corso delle interazioni sociali. Questi bambini hanno tipicamente un impatto elevato sul gruppo, tuttavia sono oggetto di una bassa preferenza da parte dei compagni.
Anche se apparentemente opposti, è possibile ricondurre sia l’aggressività che l’eccessiva timidezza e remissività ad una scarsa competenza sociale, ossia una carenza nelle abilità interpersonali e di socializzazione e nelle capacità empatiche.
La scarsa competenza sociale include non soltanto la mancanza di specifiche abilità sociali, ma implica anche la difficoltà a instaurare relazioni positive con i pari, l’incapacità di inibire le condotte aggressive e la messa in atto di azioni denigratorie.
Tali problematiche hanno numerose conseguenze a livello psicologico e sociale, andando a influenzare una molteplicità di aspetti che si possono riverberare anche per tutta la vita.
Le conseguenze del rifiuto
Nell’infanzia e nell’adolescenza, il rifiuto sociale si manifesta, a livello comportamentale, come un’esclusione attiva di alcuni bambini o ragazzi dalle attività che vengono condivise dal gruppo.
Di fronte all’esclusione, il bambino tende a costruirsi una sorta di maschera per proteggersi dal dolore del rifiuto, legato alla svalutazione di se stesso. Il risultato è una personalità di tipo evitante, che porta a fuggire dal confronto con gli altri, considerato troppo doloroso. Se in adolescenza l’isolamento tende a essere più concreto, con l’evitamento attivo delle relazioni sociali, in età infantile si assiste più spesso ad un ritiro dal reale in sé stessi, con la creazione di mondi immaginari in cui rifugiarsi. Soprattutto i bambini più introversi ricorrono alle proprie capacità creative e immaginative, spesso piuttosto evolute, per sottrarsi dall’esperienza negativa del quotidiano. Ciò li porta, tuttavia, a sembrare sempre più assenti ed eccentrici, il che è motivo di una sempre maggiore esclusione dal gruppo.
Soprattutto negli adolescenti è diffusa, invece, l’ansia sociale, ovvero il timore delle situazioni sociali come parlare in pubblico o esprimere la propria opinione a molte persone, tipicamente associata all’isolamento. Nei casi più gravi, ciò può portare a una condizione patologica di ritiro estremo, definita hikikomori (parola di origine giapponese, traducibile con “stare in disparte”), che porta il soggetto a segregarsi in casa o addirittura in una singola camera, tematica già approfondita qui.
Per il forte rischio di abbandono, coloro che sono rifiutati o ignorati vengono considerati a rischio non soltanto dal punto di vista dell’adattamento sociale, ma anche per quanto riguarda il successo scolastico.
A livello psicologico, il mancato inserimento nel funzionamento psichico del gruppo e la sensazione di esserne escluso, determinano una sofferenza e un’afflizione molto intense. Già in età prescolare, l’esclusione dal gruppo è correlata ad una percezione negativa di sé e delle proprie competenze.
Addirittura, secondo numerose ricerche nel campo delle neuroscienze, le aree del dolore fisico e del dolore dell’esclusione sociale hanno una rappresentazione comune all’interno dei sistemi cerebrali, per cui anche le sensazioni che ne derivano sono assimilabili. Sentirsi esclusi crea quindi un’emozione di forte dolore, proprio perché l'esclusione rompe i legami di appartenenza sociale, bisogno essenziale per l’essere umano.
Ripercussioni a lungo termine
Il rifiuto sociale può avere un impatto significativo a lungo termine, determinando una maggiore probabilità relativa all’insorgenza di disturbi d’ansia e depressivi, soprattutto nei bambini e ragazzi maggiormente introversi, e comportare un fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi dell’alimentazione.
I bambini che subiscono il rifiuto a causa dei loro comportamenti aggressivi, inoltre, sono a rischio di incorrere in una serie di problematiche future, tra cui si possono evidenziare il basso rendimento scolastico o la discontinua frequentazione, l’abbandono precoce degli studi e il coinvolgimento in condotte illegali o azioni antisociali.
Queste problematiche derivano dal fatto che, nel bambino che viene escluso dai coetanei, il rifiuto diventa gradualmente parte dell’identità sociale, assumendo il proprio ruolo all’interno della società come un non-ruolo, cioè quello dell’escluso. Questo porta il ragazzo a comportarsi in maniera conforme all’etichetta che gli viene attribuita, una sorta di profezia che si autoavvera, che rinforza ulteriormente l’esclusione dal gruppo.
Il circolo vizioso che si viene a creare porta ad una stabilizzazione a lungo termine del disadattamento sociale, in cui i bambini prima, i ragazzi e gli adulti poi, si trovano coinvolti in costanti interazioni negative, che li escludono sistematicamente dall’opportunità di apprendimento di competenze sociali adeguate. Come se non bastasse, il ciclo di comportamenti inadeguati ed esclusione contribuisce a promuovere una percezione negativa di sé, dei coetanei e del mondo in generale, vissuto come crudele e spietato, oltre che un’ipersensibilità al rifiuto sociale.
Come intervenire
Come per molte altre situazioni, è difficile identificare una soluzione univoca ad un problema per sua natura articolato e dalle molte sfaccettature.
Dal momento che il rifiuto sociale, come si è visto, deriva da scarse competenze sociali, gli interventi finalizzati al superamento dei deficit di tali abilità sono generalmente efficaci, anche se di complessa attuazione. Tali interventi, in particolare, mirano ad insegnare sia come agire in modo più efficace sia come moderare gli eccessi comportamentali negativi.
Anche gli interventi di prevenzione, in età prescolare e scolare, possono essere particolarmente utili nel caso di relazioni disfunzionali tra pari, soprattutto laddove si identifichino situazioni a rischio. Mediante il potenziamento di empatia e prosocialità, si cercherà di prevenire o contenere l’insorgenza di comportamenti aggressivi e di spezzare il circolo vizioso esclusione/aggressività - maggiore esclusione/maggiore aggressività.
Un aiuto tempestivo a sostegno del bambino escluso, di concerto tra scuola e famiglia, può essere fondamentale per proteggerlo dalla percezione di essere inadeguato o insufficiente, e di non poter quindi vivere esperienze relazionali positive con i coetanei, insegnandogli al contempo a muoversi nel mondo sociale in modo più funzionale e sereno.
Premesso che ogni caso deve essere considerato e valutato a sé, date le numerose e diversificate componenti che possono entrare in gioco, i genitori, qualora dovessero notare delle dinamiche di esclusione che interessano i propri figli, possono mettere in atto una serie di strategie generali.
In primo luogo, è importante rispecchiarsi nelle emozioni del bambino, comunicandogli che si è compreso il suo stato d'animo e che ci si è accorti della rabbia e la delusione che sta provando, mantenendo comunque un atteggiamento calmo e rassicurante. Si possono raccontare degli episodi simili, anche personali e tratti dalla propria infanzia, piuttosto che fornire spiegazioni e chiarimenti sulle sensazioni provate, per aiutarlo a coglierle più profondamente. In questo modo, il bambino ha modo di comprendere che non è l’unico a provare certi sentimenti e, soprattutto, che non è solo, poiché i suoi genitori ne condividono le emozioni.
Allo stesso tempo, però, si deve resistere alla tentazione di sostituirsi al figlio nella gestione della situazione, ad esempio cercando di proteggerlo andando a parlare direttamente con i bambini che lo escludono. Anche se può sembrare una strategia efficace, il messaggio che si comunica al bambino è che non è in grado di risolvere la questione da solo, necessitando sempre di un aiuto esterno, il che contribuirebbe al suo senso di insicurezza e all’evitamento delle situazioni sociali.
Al contrario, si può provare a stimolare il bambino a trovare delle soluzioni al proprio problema, aiutandolo a riflettere e a ipotizzare eventuali scenari risolutivi, impostando la discussione come una ricerca condivisa, piuttosto che una spiegazione asimmetrica e unilaterale.
Qualora la situazione di esclusione si verifichi in un solo contesto, ad esempio a scuola, si può chiedere un momento di confronto alle insegnanti, per comprendere meglio le dinamiche interne alla classe e concordare le strategie migliori per promuovere l’integrazione.
Nel caso in cui, però, si noti che il proprio figlio sia sistematicamente escluso dai coetanei in una pluralità di situazioni, come a scuola, nello sport o nel tempo libero, può rendersi necessario un intervento più specifico da parte di un professionista, come uno psicologo, che possa aiutare il bambino o il ragazzo a superare le proprie difficoltà e a sviluppare quelle competenze sociali che gli consentano di vivere in armonia con i propri pari e, in ultima analisi, con se stesso.
19 aprile 2021
L’importanza della relazione, nel gruppo e a scuola (parte 2)
(Clicca qui per leggere la prima parte)
Le scienze psicosociali hanno per lungo tempo trattato la galassia di rapporti sociali tra pari come un fastidioso rumore di fondo, quasi un fattore di disturbo nel processo di sviluppo dei singoli, come qualcosa riservato al solo contesto familiare. Dopo un lungo percorso, però, si è iniziato a guardare con occhi nuovi l’influenza delle relazioni tra pari, che oggi risulta ormai riconosciuta nella sua importanza e specificità.
A tal proposito, è possibile affermare che le relazioni con i genitori e quelle con i pari assolvono a funzioni diverse, per soddisfare diverse esigenze specifiche della vita dei bambini e dei ragazzi.
Amici e genitori, rapporti differenti
Nel caso delle relazioni adulto-bambino si utilizza l'espressione “relazioni verticali” per evidenziare l’asimmetria e la disparità che le caratterizza. In questa tipologia di rapporti, l’adulto dispone di abilità più avanzate e di maggiori conoscenze ed esperienze. Da ciò consegue un maggior potere, il che implica non solo l'assunzione di responsabilità, ma anche la possibilità di esercitare un controllo sull’altro. Così, nelle relazioni verticali, il bambino assume generalmente il ruolo di colui che apprende e che si adegua a decisioni prese da altri.
Le relazioni tra pari, invece, hanno proprietà e caratteristiche distintive, in quanto sono, per definizione, egualitarie. Proprio per sottolineare tale qualità, vengono definite “relazioni orizzontali”, ossia paritarie, simmetriche, sia in termini di potere, sia di responsabilità, capacità e conoscenze. Nelle relazioni tra coetanei la similarità e l’omogeneità implicano ed obbligano a negoziazioni e transazioni tra soggetti allo stesso livello, nel rapporto orizzontale, ognuno porta se stesso e lo mette in campo, senza definizione di poteri e ruoli.
Mentre la relazione sociale asimmetrica con l’adulto è fondata sul rispetto, sul riconoscimento di competenza e sull'obbedienza, la relazione simmetrica con i coetanei trova le sue basi nella cooperazione, nella condivisione di paure, desideri ed interessi, e nella discussione e confronto con gli altri.
Per questo motivo, se le relazioni verticali con gli adulti hanno il ruolo di offrire cure e protezione e di garantire l'apprendimento e lo sviluppo della persona, le relazioni orizzontali sono fondamentali per l’acquisizione delle capacità di negoziazione, di gestione dei conflitti e di cooperazione.
Dal punto di vista sociale, i rapporti con i pari e le amicizie promuovono i comportamenti cosiddetti prosociali, come il fornire conforto o aiuto a chi è in difficoltà e la condivisione di tipo altruistico.
Oltre tutto questo, l’influenza sullo sviluppo da parte delle relazioni con i coetanei non si limita solo alle abilità socio-relazionali, ma coinvolge anche quelle emotive e cognitive.
Considerando il ruolo di supporto e sostegno emotivo, dei buoni rapporti con i coetanei favoriscono l’accettazione di sé e sono funzionali allo sviluppo dell’autostima. In tal senso, le persone che hanno avuto molti amici nel corso dell’infanzia, tendono a godere di livelli di autostima più elevati durante la giovinezza e l’età adulta. In modo simile, le interazioni con i pari risultano una vera e propria palestra per la gestione dell’intimità e per la regolazione reciproca, rappresentando importanti precursori delle relazioni successive.
Soprattutto nel periodo adolescenziale, poi, le relazioni orizzontali hanno un ruolo considerevole nella costruzione e definizione della propria identità, permettendo altresì lo sviluppo del senso di appartenenza alla società, attraverso l’acquisizione delle norme e dei valori sociali.
In aggiunta, le interazioni con i pari favoriscono anche lo sviluppo intellettuale, in quanto costituiscono un contesto unico per apprendere dal confronto di idee diverse e promuovono lo sviluppo di numerose abilità specifiche, che non si possono imparare dagli adulti. Questo perché, nell’interazione con i coetanei, i bambini sono chiamati a cooperare e ad accordarsi con qualcuno che è al loro stesso livello, imparando ad a rispecchiarsi nell’altro e ad assumerne il punto di vista.
Le inevitabili discussioni che possono sorgere all’interno del gruppo dei pari fungono come stimolo a trovare strategie per risolvere i problemi, e le soluzioni escogitate vengono successivamente interiorizzate e fatte proprie, per poter essere applicate in modo flessibile in futuro.
In questo senso, le relazioni tra pari non solo forniscono sostegno, ma rappresentano anche delle sfide, delle occasioni in cui sperimentare sia la pressione sociale ad adattarsi alle norme di gruppo, sia il rifiuto che consegue l’anticonformismo, in quanto, al contrario di quanto avviene nel contesto delle relazioni verticali, maggiormente protette e mediate, i conflitti con i pari vanno gestiti in modo diretto e in prima persona.
Lo sviluppo delle capacità di mediazione e del senso di fiducia, in sé e negli altri, rappresentano le basi per la definizione della propria personalità.
Attraverso il rapporto con gli altri, dunque, i bambini imparano ad essere più autonomi e a mettersi in gioco all’interno delle relazioni, senza dipendere o essere protetti dagli adulti di riferimento.
Il gruppo dei pari nella crescita
Come si è visto, l’amicizia e la relazione con i coetanei assumono un ruolo fondamentale nella crescita di bambini e ragazzi. In preadolescenza e adolescenza, in particolare, il rapporto tra coetanei è essenziale per la realizzazione dei compiti evolutivi di questa fase dello sviluppo, che consentono l’ingresso nell’età adulta.
Tra questi, il processo che porta a separarsi gradualmente dalla famiglia e a rimodulare la relazione di dipendenza con i genitori, si accompagna, da un lato, alla necessità di accettare ed integrare nell’immagine di sé le nuove caratteristiche e dotazioni del corpo che cambia, e dall’altro, allo sviluppo di un sistema di valori che guidi, in modo progressivamente autonomo, le proprie scelte e azioni quotidiane. Tali acquisizioni, essenziali per la crescita, trovano un supporto affettivo e psichico fondamentale nell’accompagnamento e nel senso di appartenenza offerto dall’amico e dal gruppo.
Come esposto nella prima parte di questo articolo, il percorso che si avvia con la costruzione di una relazione con l’amico o l’amica del cuore prosegue con la costituzione del piccolo gruppo monosessuale, ossia composto esclusivamente da membri dello stesso sesso, tipico della fase preadolescenziale, fino a culminare nella formazione, in adolescenza, della cosiddetta “compagnia”, caratterizzata dalla presenza di membri di entrambi i generi. Tale processo, che comincia nell’infanzia, pone le basi della definizione e costruzione della propria identità in adolescenza.
Una delle tappe fondamentali per l’acquisizione di una futura posizione adulta, inoltre, è rappresentata dall’identificazione con coetanei, figli di altri genitori, e dalla condivisione di pensieri, affetti ed esperienze all’interno di un nuovo nucleo, alternativo e complementare a quello familiare.
In questo senso, il gruppo dei pari, ossia costituito da individui di età uguale o simile, solitamente appartenenti a contesti differenti, rappresenta una sorta di nuova famiglia sociale, all’interno della quale sperimentare nuovi aspetti di sé e mettere alla prova le proprie competenze affettive e relazionali, oltre che il proprio ruolo nel mondo.
Nel gruppo è possibile sperimentare la cooperazione e la condivisione, così come l’esistenza di regole, che possono essere implicite, che definiscono i ruoli e la funzionalità del gruppo, o esplicite, evidenti specialmente nel gioco. Nell’interazione si entra in contatto con esperienze, storie di vita, culture e abitudini differenti, portando al contempo le proprie, generando uno scambio arricchente. Il gruppo è la realtà in cui prendono vita legami che, più o meno significativi che siano, consentono parimenti di costruire un senso di fiducia, delle dinamiche relazionali e delle esperienze di vita in cui crescere e sviluppare abilità sociali e relazionali fondamentali, così come conoscenze e capacità empatiche e di confronto. Il senso di appartenenza che caratterizza le relazioni gruppali, spesso molto intenso, garantisce il riconoscimento di sé e dell’altro, permettendo, specialmente in adolescenza, la possibilità di costruire la propria identità e staccarsi dal contesto famigliare.
Il gruppo dei pari rappresenta il terreno fertile all’interno del quale ogni individuo realizza la propria “nascita sociale” ed elabora un duplice lutto: da una parte, l’abbandono degli aspetti infantili del proprio corpo e del proprio carattere, e dall’altra l’autocentratura sul proprio sistema familiare, con i suoi meccanismi e valori. In altre parole, mettendo in discussione il passato, l’adolescente inizia ad entrare nell’universo degli adulti, accompagnato di pari passo dal gruppo dei pari.
Il gruppo rappresenta dunque una realtà fondamentale per lo sviluppo e la crescita, in quanto permette di apprendere e sviluppare abilità differenti e complementari a quelle esperite in famiglia, e svolge una funzione transitoria, ma determinante, nel passaggio da figlio dipendente a soggetto autonomo.
Le relazioni a scuola
Un gruppo particolare per la crescita di bambini e ragazzi, anche perché pressoché universale, è rappresentato dal gruppo classe.
Se in passato la scuola e la classe erano generalmente intesi come ambienti didattici e formativi, organizzati intorno alla relazione tra i ruoli di docente e studente, oggi la cultura adolescenziale, affiancata da quella genitoriale, interpreta l’ambiente scolastico come luogo di scambio degli affetti, di relazione e socializzazione.
La scuola non è più solo il regno del sapere, ossia il luogo volto ad apprendere e acquisire nozioni, bensì rappresenta, per bambini e ragazzi, un palcoscenico sul quale mettere in scena tutti gli aspetti di sé.
In questo senso, pur rimanendo un gruppo istituzionale a composizione forzata, e dunque avente caratteristiche e dinamiche diverse da quelle proprie del gruppo spontaneo, il gruppo classe odierno risulta sempre più investito di significati affettivi, e assume sempre maggiore rilevanza per lo sviluppo socio-relazionale e il benessere.
In aggiunta, è opportuno
notare che la relazione e l’apprendimento sono due aspetti
strettamente dipendenti tra loro e in continua influenza reciproca. È
proprio attraverso la relazione, soprattutto se significativa e
stimolante, che i bambini imparano ad apprendere e i ragazzi sono
motivati all’impegno.
A dimostrazione di ciò, si può pensare ai casi, indubbiamente numerosi, in cui uno studente si appassioni ad una disciplina proprio grazie alla relazione instaurata con l’insegnante, oppure, al contrario, ricordare l’odio provato per una particolare materia a causa del difficile rapporto con chi la insegnava.
Pertanto, la relazione è innegabilmente il veicolo maggiore per l’apprendimento, così che i processi interpersonali possono stimolare bambini e ragazzi a massimizzare il proprio potenziale intellettivo.
Un bambino, o un ragazzo, all’interno del suo gruppo, insieme ai suoi compagni e amici, pone le basi per una crescita positiva e uno sviluppo armonioso. Semplicemente, è più sereno e a suo agio con se stesso.
(Clicca qui per leggere la prima parte)
29 marzo 2021
L’importanza dell’amicizia, dalla prima infanzia all’adolescenza (parte 1)
(Clicca qui per leggere la seconda parte)
L'interazione con le altre persone è la base fondamentale da cui si sviluppano l’identità personale, l’autostima e il senso di fiducia in se stessi, oltre ai propri obiettivi di vita.
Le relazioni del bambino con gli altri e con l’ambiente che lo circonda, sono quindi di fondamentale importanza per il suo sviluppo sociale e cognitivo.
Crescendo, e successivamente durante tutta la sua esistenza, l’individuo tenderà a cercare persone simili a sé, con le quali creare dei rapporti affettivi. Per questo motivo, la socializzazione rappresenta un processo che dura tutta la vita e ne influenza l’andamento e il benessere.
Inizialmente, durante i primi anni di vita, le interazioni coinvolgono principalmente i genitori e, secondariamente, eventuali fratelli. Nel corso della crescita, le relazioni con i coetanei e con i compagni acquistano un’importanza sempre maggiore, fino ad assumere un ruolo primario nell’adolescenza.
Il rapporto di amicizia e il modo di interagire con i pari assumono caratteristiche particolari nelle varie fasi di crescita, la cui conoscenza e interpretazione può essere determinante per riconoscere eventuali difficoltà o problemi, dato che questi meccanismi sembrano essere stabili negli anni e possono contribuire a prevedere lo sviluppo di futuri problemi di adattamento.
Lo sviluppo del rapporto con i pari e dell’amicizia
Contrariamente al senso comune, anche i bambini piccoli sono in grado di stabilire legami stabili, selettivi e reciproci. instaurare relazioni è uno dei compiti fondamentali dell'infanzia, in quanto queste garantiscono il sostegno e la percezione di una base sicura da cui partire per l’esplorazione del mondo esterno.
In maniera istintiva, il bambino cerca il contatto e la vicinanza con l’altro, per soddisfare i propri bisogni e necessità di base e raggiungere un senso di sicurezza.
Per questo motivo, l’amicizia tende a derivare da un bisogno di vicinanza e di rassicurazione emotiva, soprattutto in assenza dell’adulto di riferimento. Nei primi mesi di vita, in particolare, i bambini sono attratti dai loro coetanei. I rapporti sono caratterizzati da prossimità fisica, affettività e interesse per l’altro, e si basano sull’imitazione e su meccanismi di apprendimento per osservazione. Guardando gli altri, i bambini acquisiscono regole, anche complesse, di comportamento sociale, che includono il coordinamento dell’attenzione, la condivisione delle emozioni e la comprensione dei sentimenti.
Se a 3 mesi è possibile osservare un certo interesse per gli altri neonati, talvolta anche maggiore di quello rivolto agli adulti, tra i 9 e i 12 mesi si hanno i primi veri contatti con gli altri bambini, che risultano piuttosto semplici e non contraccambiati.
A partire dal secondo anno di vita, le relazioni diventano più animate, specialmente nel gioco, spesso basato sulla cooperazione, anche se comunque caratterizzato da difficoltà nella coordinazione delle azioni e dalla mancanza di un vero scopo comune. Gradualmente, si fa strada il gioco simbolico, ossia la modalità di gioco in cui il bambino rappresenta, mediante simboli, qualcosa che non è realmente presente (il giocare a “far finta”). In questo modo, si delineano ruoli precisi e differenti per ognuno, e compare l’alternanza dei turni. Potendo qui ricorrere anche all'uso del linguaggio, i bambini possono comunicare di più, raccontarsi storie, discutere e intraprendere attività di gioco comuni con i primi amici, la cui preferenza è data principalmente dalla familiarità dovuta alla frequentazione.
A partire dai due anni e mezzo, i bambini iniziano ad aiutare e a confortare i coetanei, a condividere giochi, a gratificare e a manifestare affetto. Allo stesso tempo, in maniera uguale e contraria, emerge gradualmente la capacità di opporsi all'altro con modalità più congrue ad affrontare i conflitti sociali.
La capacità di passare ad interazioni multiple, ovvero con più di due persone, che va oltre l’interazione iniziale di tipo diadico, è legata all’età e avviene in genere tra i tre e i quattro anni, anche se già dai due anni possono manifestarsi i primi scambi sociali multipli. Tra questi, è possibile identificare l’attività parallela svolta in presenza di altri bambini, che porta a imitarne le azioni, l’alternanza dei turni, oppure l‘interesse a ripetere azioni per il piacere della condivisione.
Le relazioni caratterizzate da complementarietà di ruoli e alternanza di turni aumentano notevolmente tra i 3 e i 4 anni. I bambini hanno più interazioni positive e riescono a cooperare con successo nello svolgimento di azioni e giochi, ma è attorno ai 5 anni che fanno la loro comparsa le regole e la loro condivisione nel gruppo.
A quest’età, pertanto, si inizia a delineare una cultura di gruppo e si iniziano ad avere interessi e conoscenze comuni. Il gioco si svolge maggiormente in gruppo ed è animato da scambi verbali e confronti.
I bambini differenziano gli amici dai conoscenti, comprendendone la differenza, ma non colgono appieno il carattere permanente dell’amicizia, ancora associata alla maggiore frequentazione. Tipicamente, gli amici sono definiti in base alle loro caratteristiche fisiche e sono principalmente i compagni di gioco (ad es. “Sono amico di quel bambino biondo”).
Il periodo della scuola elementare
L’ingresso nella scuola primaria permette di entrare in contatto con nuove realtà di aggregazione in piccoli gruppi, dando il via alle dinamiche di inclusione ed esclusione, spesso legate al genere.
Le maggiori capacità di comunicare, condividere, proporre e collaborare, insieme alle più avanzate capacità cognitive ed emotive, permettono di sviluppare un maggior numero di relazioni amicali e di qualità più profonda.
La scelta dei coetanei comincia ad essere maggiormente basata su interessi simili, conoscenze, abilità e preferenze. Le caratteristiche psicologiche dell’amico iniziano a diventare prioritarie, scalzando quelle meramente fisiche. L’amico è definito in base ai valori e al piacere della compagnia reciproca (ad esempio, “sono suo amico perché è simpatico e mi piace giocare con lui”).
Nei gruppi, i bambini imparano a sperimentare ruoli definiti e a sostenere particolari valori, gestendo in maniera sempre più consapevole l’impressione che creano negli altri. Tali esperienze influenzano lo sviluppo del concetto di sé e l’acquisizione delle competenze relazionali e sociali. Il senso di appartenenza al gruppo si fa sempre più intenso, e di conseguenza i gruppi diventano più coesi.
La preadolescenza
Alle scuole medie, i coetanei assumono maggiore importanza rispetto al passato. Se in precedenza le relazioni con gli altri bambini erano perlopiù mediate dai genitori e dagli adulti, e riguardavano soprattutto l’aspetto prettamente ludico, nella preadolescenza il coetaneo assume una nuova funzione. Pur rimanendo il compagno di gioco, l’amico diventa anche il confidente, il complice, il rivale, l’elemento di confronto con la realtà.
Tipica di quest’età è l’esperienza della diade amicale, il cosiddetto “amico del cuore”, composta da coetanei dello stesso sesso che condividono esperienze, si scambiano confidenze, e riservano al loro rapporto un carattere di esclusività che tenderà a venir meno nell’adolescenza.
L’esperienza preadolescenziale dell’amico del cuore può comportare dinamiche riconducibili a quelle riscontrabili nelle coppie, con gelosie, richieste di esclusività, fortissima intimità e condivisione di desideri e sogni. Questo perché l’amico del cuore diventa una sorta di specchio di se stessi, un modo per conoscersi e capire chi si è attraverso gli occhi dell’altro.
Le altre amicizie,
comunque importanti, sono perlopiù dello stesso sesso. Come nella
scuola elementare, in classe continua la scelta di un gruppo
monosessuato, ossia composto solo da maschi o solo da femmine, che è
fortemente compatto, complice e, talvolta, in rivalità con il gruppo
del sesso opposto.
La netta divisione che caratterizza l’età
preadolescenziale ha la funzione di rendere ancora più visibili e
nitide le differenze fra i sessi, aiutando i ragazzi a definirsi
nella formazione della loro identità, così come nell'identità di
genere.
All’interno del gruppo, il confronto con i coetanei diventa fondamentale e per questo continuamente cercato. Si esplorano le somiglianze con gli altri, più che le differenze, alla ricerca di una propria identità sociale e di un senso di appartenenza al di fuori della famiglia, un processo che continuerà anche per tutta l’adolescenza. Le somiglianze sono ricercate ad un livello generalmente superficiale e concreto, mediante la predilezione di specifici marchi e brand, modi di vestire o di acconciarsi, che devono risultare socialmente accettati dal gruppo che li adotta e condivide.
A questo proposito, è importante sottolineare che tale bisogno di sentirsi uguali agli altri coetanei risulta parte del processo di individuazione e di esplorazione della propria identità, e pertanto andrebbe accolto nella sua complessità, dando spazio alle richieste, ma ponendo dei limiti quando ritenuto necessario.
Se, attraverso queste dinamiche di imitazione/adesione, lo scopo del preadolescente è la ricerca di sé e l'accettazione del gruppo dei pari, bisogna comunque tenere a mente che tale ricerca è, e resta, effettuata senza né riferimenti precisi né limiti, che è dovere del genitore fornire.
L’adolescenza
L’adolescenza è indubbiamente la fase di sviluppo in cui si osserva maggiormente il potere del gruppo dei pari nell’espressione e definizione della propria identità.
I rapporti sono caratterizzati da maggiore bisogno di sostegno, supporto e condivisione, così che l’intimità e le confidenze personali risultano spesso al centro degli scambi relazionali.
Il legame amicale assume le funzioni di condivisione e supporto psicologico, e l’amicizia diventa solida e duratura, caratterizzata da cooperazione e fiducia reciproca. Gli amici sono coloro coi quali confidarsi, sfogarsi e fare esperienza.
Rispetto alle età precedenti, l’adolescente è attivamente alla ricerca di una compatibilità psicologica e desidera un rapporto di amicizia definito da affetto profondo e stabilità nel tempo, e questo comporta la comparsa di legami di amicizia profonda e di selettività aumentata.
Al di fuori del contesto scolastico, un’esperienza piuttosto generalizzata consiste nell’appartenenza a gruppi giovanili di formazione spontanea, le cosiddette compagnie, che nell’adolescenza sono comunemente formate da un numero pressoché uguale di ragazzi e ragazze, con luoghi di ritrovo abituali.
Dal momento che si tratta di un’età in cui l’impulso di distacco dalla famiglia, così come i comportamenti e vissuti conseguenti, risulta un elemento basilare, il gruppo diventa il contesto in cui poter fare esperienza di se stessi e costruire la propria identità in un ambiente sicuro a cui si sente di appartenere e si è accettati.
Le relazioni tra pari contribuiscono ampiamente alla conoscenza e alla valutazione di se stessi, e per questo il gruppo assume un ruolo estremamente rilevante nello sviluppo dell’individuo, permettendogli di sperimentare una realtà differente da quella familiare e di comprendere la natura di legami basati sulla scelta reciproca e sulla condivisione di esperienze, vissuti, pensieri, interessi e valori. Nella compagnia, l’adolescente può vivere rapporti interpersonali profondi, che lo aiutano e accompagnano nella costruzione di se stesso e del proprio modo di essere.
I gruppi operano come rinforzi, modelli, tutori e fonti di sostegno sociale, e i processi che li caratterizzano definiscono e rinforzano gli obblighi reciproci, oltre a stabilire dei limiti ai comportamenti e alle aspirazioni dei singoli membri. In questo senso, il gruppo diventa una seconda famiglia, con una divisione di ruoli e funzioni, e con nuove e contrapposte regole e valori.
Le relazioni del futuro ricalcano quelle del passato
Le relazioni tra i pari sono in grado di fornire contributi allo sviluppo del bambino, soprattutto di tipo intellettuale e sociale.
Da una parte, il rapporto con i coetanei permette l'acquisizione di conoscenze e lo sviluppo intellettivo.
Dal punto di vista sociale, invece, lo scambio relazionale permette la costruzione del senso di sé all’interno dell'ambiente relazionale. Inoltre, stando in un gruppo, i bambini possono interiorizzare norme che regolano il comportamento, l'aspetto ed i valori morali, determinando ciò che è accettabile e ciò che non lo è.
Lo sviluppo sociale, quindi, influenza le relazioni ma anche lo sviluppo personale, cognitivo ed emotivo del bambino e dell’adolescente, per cui risulta di fondamentale importanza. In più, i rapporti sociali che si instaurano durante il corso dello sviluppo fungono da schema di riferimento nella fase di transizione dell’individuo verso ruoli adulti.
Ad esempio, le relazioni amicali e con il gruppo dei pari, soprattutto in adolescenza, pongono le basi per le relazioni di coppia e per il modo in cui queste saranno vissute e affrontate.
La qualità delle relazioni di una persona, a qualsiasi età, costituisce uno degli indicatori principali per predire il suo adattamento e funzionamento nelle fasi successive della vita.
Per questo, è essenziale conoscere e saper interpretare le caratteristiche di ogni fase di sviluppo per prendere consapevolezza dei bisogni e delle necessità dei bambini e dei ragazzi, oltre che alle possibili difficoltà che possono manifestare.
Le diverse età dello sviluppo, qui affrontate dal punto di vista dei rapporti con gli altri, non sono quindi fasi separate e finite in sé, sostituite dalla successiva in un continuo ricominciare in un nuovo contesto diverso e dissociato.
Se ogni età è contraddistinta da caratteristiche e peculiarità proprie, è altrettanto vero che quella successiva implementerà le dinamiche di quella precedente, come un nuovo anello che non crea una nuova catena (e non è catena di per sé) ma, legandosi agli altri, la allunga.
Fuor di metafora, ogni fase va affrontata con consapevolezza e in maniera adeguata, lasciando spazi e imponendo limiti adeguati alla situazione, con una visione di lungo termine che conduce, dalla totale dipendenza del bambino, alla consapevolezza emotiva e relazionale propria dell'età adulta.
Informazioni personali
- Emma Messina
- Sono una psicologa abilitata e un’insegnante, con esperienza più che quinquennale nel settore.
Nel mondo scolastico, ho maturato un'esperienza particolare nei confronti di ragazzi con disturbi dell’apprendimento, problemi di motivazione e di ansia da prestazione. Da anni tengo lezioni sul metodo di studio a studenti di ogni età, per promuovere l’autonomia, rinforzare l’autostima e recuperare le abilità scolastiche.
Parallelamente, offro un servizio di sostegno ai genitori, affinché possano mantenere e consolidare i risultati ottenuti dai figli in un clima di serenità e reciproca comprensione.
Servizi offerti:
- Processo di diagnosi e Valutazione Psicologica;
- Tutoring elementari/medie/superiori/università;
- Orientamento;
- Crescita personale;
- Sostegno genitoriale;
- Consulenza psicologica.
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