18 luglio 2022
Quando il corpo è nemico: il dismorfismo corporeo

In una società dell'immagine, preoccuparsi del proprio aspetto diventa una spinta difficile da ignorare. Se da una parte, negli adolescenti ma non solo, non si può biasimare il desiderio (tutt’altro che patologico) di piacere ed essere apprezzati dagli altri, dall’altra sono comunque necessari equilibrio e misura.
È essenziale fare una distinzione tra un’attenta cura di sé e l'espressione di un disagio psicologico profondo, espresso nella persistente insoddisfazione nel modo in cui si appare.
Quando si nota, in sé o nei propri cari, un'attenzione esagerata a dei dettagli trascurabili del proprio aspetto, oppure il ricorso ripetuto, fino all’abuso, a trattamenti cosmetici o interventi chirurgici più o meno invasivi, è concreta la possibilità di trovarsi di fronte ad un disturbo di dismorfismo corporeo.
Che cos’è?
Si tratta di un’eccessiva preoccupazione per uno o più difetti corporei, anche minimi o totalmente assenti, ma che vengono percepiti comunque come profondamente disturbanti, intollerabili e sgradevoli, al punto che, solitamente, chi soffre di questo disturbo arriva presto a definirsi brutto, anormale o deforme. La percezione di questi difetti è fonte di intensa vergogna e disagio profondo, con notevoli conseguenze negative sullo stile di vita e sulla qualità dei rapporti sociali.
A tal proposito, la discrepanza tra il modo in cui queste persone vedono loro stesse e quello in cui le vedono gli altri è causa di notevoli attriti nelle relazioni, in quanto chi soffre di dismorfismo corporeo tende a non credere alle rassicurazioni altrui sul proprio aspetto "normale".
Come se non bastasse, la maggior parte delle persone affette da questo disturbo presenta idee o deliri di riferimento, cioè ha la ferma convinzione che gli altri notino in modo particolare le aree corporee "difettose", ne parlino fra di loro o le prendano in giro di nascosto, il che è comprensibilmente alla base di considerevoli problemi nell’instaurare un rapporto di fiducia con il mondo esterno.
Dall’altra parte è interessante considerare come chi presenti questo disturbo riesca a riconoscere razionalmente che le personali convinzioni in merito al corpo e all’aspetto fisico siano irrealistiche o comunque esagerate, e possa essere consapevole del proprio accanimento estetico.
Tuttavia, l’intenso senso di vergogna e imbarazzo spinge in modo irrefrenabile a adottare comportamenti eccessivi nella cura di sé, a volte anche contro il proprio volere. Come affermano spesso molti pazienti, cercando di spiegare i propri comportamenti: “È più forte di me”.
Come si manifesta
Soprattutto nelle persone che si rendono conto dell’esagerazione delle proprie convinzioni, quindi, i pensieri relativi ai difetti fisici percepiti sono vissuti come intrusivi e indesiderati, arrivando ad occupare un tempo considerevole della giornata, addirittura tra le 3 e le 8 ore al giorno.
Le preoccupazioni sono più frequentemente focalizzate su aree corporee specifiche, come la pelle (acne, cicatrici, rughe), i capelli o i peli (diradamento o peluria eccessiva sul viso o sul corpo). L’attenzione si può inoltre concentrare sulla forma o le dimensioni di una parte del corpo, come naso, occhi, denti, orecchie, bocca, seno, gambe o glutei. Qualsiasi parte del corpo può comunque essere oggetto di preoccupazione.
Una condizione particolare è rappresentata dalla dismorfia muscolare, in cui le persone, soprattutto maschi, pur avendo un fisico normale (o addirittura atletico) si reputano gracili e tentano in tutti i modi di aumentare il peso e la muscolatura.
Le zone del corpo non accettate sono tipicamente descritte come brutte, poco attraenti, deformi, ripugnanti o mostruose. A questi pensieri si associano frequentemente comportamenti compulsivi specifici, che hanno lo scopo di ridurre, anche se solo temporaneamente, il senso di disagio e di angoscia.
Chi presenta dismorfismo corporeo è portato a confrontare costantemente il proprio aspetto fisico con quello delle altre persone, trascorrendo molto tempo della giornata, soprattutto quando si è in compagnia, a nascondere il supposto difetto. Molti sono alla continua ricerca di rassicurazioni rispetto a come appaiano le imperfezioni percepite. I momenti sociali sono inoltre vissuti con forte ansia, in particolare per la paura che gli altri notino il presunto difetto fisico. Per questo motivo si ha la tendenza a evitarli, fino a che, nei casi più estremi, ci si isola in casa per sfuggire al potenziale giudizio altrui.
Questi individui hanno un rapporto ambivalente anche con lo specchio, alternando momenti in cui si guardano continuamente in qualsiasi superficie riflettente, ad altri in cui queste sono evitate in maniera categorica.
Per camuffare i presunti difetti si usano strategie come l’uso eccessivo di cosmetici, acquistati compulsivamente, o il ricorso a vestiti e accessori (come gli occhiali da sole), che possono essere cambiati più volte durante la stessa giornata. Per fare un esempio, un uomo può farsi crescere la barba per nascondere presunte cicatrici, oppure indossare un cappello per coprire un lieve diradamento dei capelli.
In molti casi, queste persone si appellano alla chirurgia estetica. Tipicamente l'intervento effettuato si rivela inutile, in quanto non agisce sulla preoccupazione ossessiva in sé, che permane a prescindere dal nuovo aspetto esteriore.
Diffusione
Anche a causa delle pressioni socioculturali discusse nell’introduzione di questo articolo, negli ultimi anni il disturbo da dismorfismo corporeo è diventato un problema piuttosto comune.
Ciò che risulta particolarmente allarmante è il fatto che, per le sue caratteristiche, questo disturbo tende ad essere decisamente sottovalutato e, di conseguenza, sotto-diagnosticato. I casi potrebbero dunque essere molto più numerosi dei dati ufficiali, falsati anche dalle richieste di aiuto portate a specialisti che non si occupano di salute mentale, primi fra tutti i chirurghi plastici, e quindi non conteggiate.
Infine, gli individui con dismorfismo corporeo tendono a non rivelare i propri sintomi nemmeno al medico, per il forte senso di vergogna che provano, ma anche perché non sono informati sui trattamenti clinici specifici e adeguati a risolvere questo tipo di problema.
Quando si manifesta
Come in molti altri casi, anche il disturbo da dismorfismo corporeo può presentarsi in qualsiasi momento dell’esistenza di una persona. Tuttavia esistono due periodi della vita in cui vi è una maggiore incidenza.
Il primo è durante l’adolescenza, vale a dire la fase di sviluppo in cui le trasformazioni profonde e improvvise del corpo possono rivelarsi particolarmente difficili da accettare e gestire. Il secondo, invece, è l’età compresa tra i 45 e i 50 anni, ossia quando i primi segni dell’invecchiamento si scontrano, spesso violentemente, con il desiderio di piacere nonostante i segni del tempo, anche alla luce di una società che promette ideali di giovinezza eterni.
Se non trattato, il disturbo diventa parte integrante dell’identità della persona, cronicizzandosi. Quando ciò accade, si possono verificare conseguenze anche molto spiacevoli, su cui è difficile intervenire.
Quando preoccuparsi
Ribadendo l'evidenza che sono molte le persone non soddisfatte del proprio aspetto, è tuttavia importante considerare come questa insoddisfazione viene affrontata. Se la quantità di tempo ed energie dedicate a quella parte del corpo causa delle conseguenze negative sul funzionamento quotidiano (come insicurezza eccessiva o mancanza di relazioni) oppure provoca un considerevole disagio emotivo, allora è possibile che ci si trovi di fronte ad un disturbo.
Ci sono molti segnali di allarme che possono esprimere modi in cui il disturbo da dismorfismo corporeo può rappresentare un ostacolo.
A scuola si possono avere difficoltà a prestare attenzione, perché sempre distratti e preoccupati dal proprio aspetto. Oppure arrivare in orario a lezione può diventare una vera sfida, se la vestizione e la cura di sé della mattina richiede troppo tempo. Per lo stesso motivo, anche la qualità del sonno può essere scarsa, per la necessità di doversi alzare molto presto per prepararsi.
Inoltre può essere difficile mantenere dei buoni voti, quando l'unica cosa a cui si riesce a pensare è, ad esempio, se i compagni possano vedere o meno i brufoli sul mento. Nei casi più estremi, i soggetti affetti da questo disturbo non riescono a frequentare la scuola, fino al rifiuto e all’abbandono scolastico.
Negli adulti la presenza del disturbo porta a maggiori difficoltà sociali, che si manifestano con più alti tassi di disoccupazione e un maggior isolamento sociale.
Gli intensi sentimenti di colpa e di vergogna associati al disturbo da dismorfismo corporeo contribuiscono a spiegare l’alto tasso di ideazioni suicidarie (ossia pensare, fantasticare, considerare o pianificare di togliersi la vita) e tentativi di suicidio effettivi, che tristemente contraddistinguono questo tipo di persone.
A tal proposito, per capire l’entità del fenomeno, basti pensare che, nel corso della vita, circa l’80% delle persone con disturbo da dismorfismo corporeo manifesta ideazione suicidaria, e il 25-30% di questi tenta infine il suicidio. Si tratta dunque di una problematica da non sottovalutare, e da affrontare non appena la si identifichi, in sé o in qualcuno a noi vicino.
Come intervenire
Dal momento che molti individui con dismorfismo corporeo provano un forte imbarazzo o esitazione nel condividere i propri pensieri con gli altri, per paura di essere fraintesi, i familiari o gli amici sono spesso confusi e disorientati. Tipicamente si riconosce l’esistenza di un problema, senza riuscire però ad identificarlo. Il difetto fisico di cui si preoccupano queste persone non è visibile agli altri o è così lieve che i familiari hanno difficoltà a comprendere il suo dolore emotivo e i suoi comportamenti, i quali sono spesso giustificati come eccentrici o sopra le righe.
Come se non bastasse, i sintomi del disturbo da dismorfismo corporeo possono essere molto simili a quelli di altre patologie, come la depressione, l’ansia sociale o il disturbo ossessivo compulsivo. In effetti, questo disturbo si manifesta molto spesso insieme ad altre problematiche, che rendono il quadro ancora più complesso e difficile da affrontare.
La maggior parte delle persone che soffre di dismorfismo corporeo è riluttante a ricorrere alla terapia psicologica o ai farmaci psichiatrici, preferendo credere che i chirurghi estetici e i dermatologi possano offrire soluzioni più efficaci e rapide rispetto a un professionista della salute mentale.
Se da un lato incoraggiare la persona amata a cercare un trattamento può essere difficile e impegnativo, è necessario costruire una relazione di fiducia e comunicazione, attraverso cui incoraggiare, in maniera graduale, un cambiamento positivo.
Chi cerca di aiutare una persona cara con questo problema dovrebbe inoltre tenere a mente che, molto spesso, intraprendere un percorso psicologico è fonte di ansia e timore. È necessario quindi essere pazienti e cercare di comprendere la difficoltà che scegliere di farsi aiutare comporta, senza supplicare o forzare il trattamento.
Piuttosto, l'idea di cercare un aiuto esterno può essere introdotta con delicatezza, non troppo spesso, magari suggerendo i benefici che si possono trarre da un sostegno per migliorare la depressione o l'ansia associata all'insoddisfazione per il proprio aspetto. Per la persona potrebbe essere meno intimidatorio chiedere un aiuto per affrontare la depressione e l'impatto che il dismorfismo ha sulla sua vita, piuttosto che affrontare direttamente il disturbo in sé.
È importante considerare che esprimere la propria preoccupazione per la persona amata può essere sì una motivazione per cercare aiuto, ma può anche aumentare il senso di colpa. Per questo è preferibile mantenere l'attenzione su come la persona amata possa beneficiare del sostegno di un professionista, piuttosto che esprimere come la sua malattia influisca negativamente su di sé e sulla propria vita.
In questo senso, è essenziale creare un ambiente positivo e di sostegno, trascorrendo del tempo con la persona amata e rassicurandola sulla propria disponibilità e vicinanza. Non si deve dimenticare che la maggior parte degli individui affetti da dismorfismo corporeo lotta contro la bassa autostima, la vergogna e il senso di colpa, per cui ogni sostegno, anche se può non sembrare nell'immediato, fa la differenza.
A questo proposito, avere a che fare con una persona che soffre può essere fonte di dolore, rabbia, frustrazione e disperazione. Per questo motivo è essenziale riuscire a prendere consapevolezza dei momenti in cui, per poter aiutare, si deve prima ricevere aiuto, cercando la consulenza e il supporto di un professionista.
Dal punto di vista professionale, l’intervento per il disturbo da dismorfismo corporeo presuppone una rielaborazione cognitiva e la messa in discussione dei propri errori di valutazione, in modo da portare all’accettazione della propria identità, il vero problema sottostante all’espressione sintomatologica.
L’obiettivo del percorso psicologico è molteplice. Da un lato, si aiuta l’individuo a sviluppare una visione estetica più accurata e funzionale, e contemporaneamente si lavora per impedire la messa in atto dei comportamenti ripetitivi eccessivi (ad esempio specchiarsi continuamento o escoriarsi). Inoltre il paziente è accompagnato gradualmente a partecipare e sentirsi più a proprio agio nelle situazioni sociali.
In questo modo la persona potrà costruirsi un’identità più realistica e rispondente alle proprie caratteristiche e desideri, con un rapporto più sano e sereno con il corpo e, di conseguenza, anche con il mondo esterno.
30 novembre 2021
L’inganno della perfezione
Nella società occidentale è imperante la celebrazione della perfezione e del perfezionismo, considerati un simbolo di valore e l’emblema della persona di successo. La persona perfezionista combina un’attenzione eccessiva ai dettagli, una ricerca continua del massimo risultato e la tendenza a criticare ogni esito che non soddisfi completamente i propri standard, tutte qualità considerate positive e desiderabili al giorno d’oggi, al punto che il perfezionismo viene frequentemente citato all’interno dei colloqui di lavoro, come “difetto” desiderabile.
I valori di benessere vigenti, basati sull’autoaffermazione e sulla realizzazione professionale, sulla bellezza estetica più aderente possibile al canone, sulla competizione, sui risultati da raggiungere e, in generale, sull’apparenza, hanno come fondamento l’idea di perfezione (quindi, di converso, di mancanza di ciò che viene considerato imperfezione). I social network ne sono il perfetto esempio, non-luogo d’elezione per mostrare al mondo quanto sia impeccabile e desiderabile la propria vita. Un’infinita presentazione di contenuti raffiguranti un ideale convenzionale, una rappresentazione costruita, uno spettacolo perfetto da guardare, che evita accuratamente di mostrare tutti i lati della personalità che potrebbero essere considerati troppo strani, indesiderabili o semplicemente non conformi ai presunti standard sociali di perfezione formale.
Inevitabilmente, questo sforzo continuo nel curare l'apparenza lede la sostanza profonda del soggetto, che deve giocoforza reprimere ogni aspetto di sé che ritenga non all'altezza della (presunta) perfezione.
Questo sforzo, continuo e reiterato nel tempo, innesca un circolo vizioso di “non è mai abbastanza”, sensazione ben nota alle persone perfezioniste.
Le caratteristiche del perfezionismo
Se da una parte la tendenza a svolgere le attività in modo preciso e meticoloso è apprezzabile, in alcuni contesti specifici anche necessaria, le persone perfezioniste raramente hanno il successo a cui bramano, vivendo nella costante sensazione di non essere mai abbastanza perfetti, che li porta a sentirsi continuamente scontenti e insoddisfatti. Tutto ciò si accompagna a vissuti di stress, inadeguatezza e fallimento.
Il più delle volte la reazione al malessere è rappresentata da un'ulteriore spinta al perfezionismo, in una dinamica che porta a sentirsi continuamente sotto pressione, oberati di lavoro, ossessionati dallo scorrere del tempo e dall’impossibilità di fare tutto ciò che si pensa necessario. Per un perfezionista, il tempo a disposizione è sempre poco, mentre le cose da fare sempre troppe.
Inoltre, il perfezionismo spinge a esigere da sé stessi una performance di qualità maggiore rispetto a quella richiesta dalla situazione. Ogni imperfezione è semplicemente inaccettabile e l’errore è visto esclusivamente come indice di fallimento, così che domina il pensiero di tipo catastrofico (ogni svista è una tragedia o potrebbe molto facilmente diventarlo). Gli standard sono irragionevoli e sono tipicamente interiorizzati, cioè sono percepiti come adeguati e funzionali all’ottenimento dei risultati e dell’approvazione, propria e altrui. A tal proposito, al contrario di chi ricerca semplicemente attenzioni e convalida esterna, un perfezionista agisce nello stesso modo anche se il proprio operato non viene osservato o valutato da nessuno (come nella stesura degli appunti personali della lezione nel caso di uno studente). Le aspettative sono irrealistiche e spesso ben al di sopra delle proprie possibilità, sia in termini di capacità, sia di contesto (come la quantità di tempo disponibile per fare un lavoro).
Come conseguenza, la persona diventa eccessivamente critica del proprio operato (“Sono uno stupido”, “Non sono bravo a far niente”), vivendo in uno stato di ansia costante, dato dal bisogno di fare sempre meglio e dalla preoccupazione di commettere errori.
A livello cognitivo, la tendenza ad autocriticarsi si manifesta con un pensiero del tipo “tutto bianco o tutto nero”, che porta a valutare le situazioni in modo esclusivamente estremo, senza vie di mezzo. Ad esempio, una persona perfezionista può pensare che un certo lavoro possa essere svolto solo in maniera completamente giusta o sbagliata, oppure che avere bisogno di aiuto significhi essere deboli. Inoltre, è molto comune il pensiero di tipo doveristico, che porta ad autoimporsi regole rigide e severe su come le cose dovrebbero andare (“Non devo fare errori”, “Devo essere il migliore”).
Questo pensiero di estremi contrapposti, di divisione netta tra giusto e sbagliato, inizia così a permeare a fondo la personalità del soggetto, conducendolo a comportamenti altrettanto estremi. Da un lato, spesso le persone perfezioniste sono ossessionate dalle regole, dalle liste infinite e dettagliate di cose da fare e dal lavoro. All'opposto, si mostrano estremamente apatiche, procrastinando in eterno gli impegni per paura di risultare non all’altezza del compito, o di non riuscire a completare le attività in modo perfetto, temendo in anticipo il giudizio negativo altrui.
La combinazione fra stress e standard eccessivi, rende difficile o praticamente impossibile portare a termine un lavoro nei tempi stabiliti, o trarne soddisfazione personale. A questo proposito, anche nei rari casi in cui il perfezionista riesca ad ottenere i risultati desiderati, come un ottimo voto o una promozione, tipicamente non riesce a godere dei propri successi, avvertendo presto una sorta di vuoto interiore e ricorrendo a pensieri autodenigratori, come “gli altri ci mettono la metà del tempo e dell’impegno per raggiungere i miei stessi traguardi”. Così la persona perfezionista investe un’enorme quantità di tempo ed energie per soddisfare i propri standard senza mai effettivamente riuscirci, compromettendo ulteriormente il proprio rendimento ed efficienza.
Il perfezionismo è dunque controproducente, una condizione senza pace e senza limiti, che comporta un alto livello di malessere per l’individuo, oltre che un peggioramento dell’efficienza, sul lavoro o a scuola, del rapporto con i colleghi/compagni e con le persone care. Anche l’aspetto fisico è influenzato dall’ossessione di perfezione, così che, ad esempio, uno studente può svegliarsi con numerose ore di anticipo per avere il tempo necessario a prepararsi per la scuola, impiegando moltissimo tempo a scegliere l’abbigliamento o prepararsi l’acconciatura. Questo aspetto del perfezionismo risulta particolarmente evidente, e in costante crescita negli ultimi anni, nei giovani. Questo dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme per problematiche più radicate. Quando eccessivi, infatti, i vissuti di disagio legati al perfezionismo possono portare a difficoltà psicologiche anche serie, come depressione, ansia, anoressia, bulimia e pensieri suicidi.
Perfezionismo e disturbi psicologici
In molti casi, il perfezionismo è alla base dell’insorgenza e del mantenimento di vari disturbi mentali, anche diversi tra loro, come ansia sociale o ansia generalizzata, disturbi depressivi, disturbi del sonno, vissuti di rabbia e aggressività, disturbi psicosomatici, difficoltà relazionali, ossessioni e compulsioni, e disturbi alimentari. Tutto ciò rimarca la sua natura altamente disfunzionale. È necessario cercare di comprendere in che modo l’esigenza di essere sempre perfetti si nasconda dietro ai principali disturbi psicologici.
Disturbi d’ansia, depressivi e alimentari
Queste forme psicopatologiche sono predisposte da alcuni aspetti cardine del perfezionismo, come il timore di sbagliare o commettere errori, la sfiducia nelle proprie capacità e qualità e la tendenza a porsi aspettative irrealistiche.
A seconda del tipo di disturbo, la paura assume poi connotazioni particolari: nel disturbo di ansia sociale prevale la paura del giudizio altrui o di non essere all’altezza, nella depressione è più comune la preoccupazione di essere un fallimento o di essere incapaci, mentre per quanto riguarda l’anoressia nervosa, l’angoscia di essere grassi può derivare dalle proprie aspettative perfezionistiche disfunzionali.
Inoltre, la tendenza all’autocritica e all’autodenigrazione hanno un ruolo importante sia nella depressione che nei disturbi alimentari.
Perfezionismo e disturbo ossessivo-compulsivo di personalità
Dal momento che costituisce un aspetto cardine della personalità di un individuo, il perfezionismo gioca un ruolo di primaria importanza in molti disturbi di personalità, contraddistinti da schemi di pensiero, percezione, reazione e relazione relativamente stabili nel tempo, e dunque particolarmente difficili da affrontare e modificare.
In particolare, nel disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, i tratti perfezionistici connessi alla paura di commettere errori ed essere giudicati negativamente risultano molto marcati. Le persone con una personalità ossessivo-compulsiva hanno elevati standard di prestazione, che arrivano a causare disagio e compromissione della vita sociale e lavorativa. La personalità ossessiva-compulsiva è inoltre caratterizzata da una marcata attenzione per i dettagli, da controllo ossessivo per gli errori, e dalla tendenza ad autocriticarsi, tutti tratti cardine del perfezionismo. Queste persone si preoccupano per l’ordine, l’organizzazione e l’applicazione delle regole, con un’attenzione particolare al controllo, di sé e degli altri, alla prestazione e alla produttività.
Sono molto comuni i problemi di natura familiare o sociale, poiché la famiglia, come i genitori o il coniuge, si lamenta spesso del forte disagio provocato dal perfezionismo e dell’inflessibilità alle regole delle persone con questo disturbo. I primi sintomi si possono manifestare in adolescenza o nella prima età adulta.
Perfezionismo e disturbo narcisistico di personalità
Anche i pazienti con differenti disturbi di personalità, come il disturbo narcisistico, possono presentare livelli molto alti di perfezionismo.
Nel narcisista, il perfezionismo si manifesta in una sfumatura diversa rispetto alla personalità ossessivo-compulsiva. Si ricerca la perfezione al fine di mostrarsi agli altri come grandiosi e invulnerabili, ossia assolutamente attraenti, impeccabili, potenti, affascinanti, unici e di successo, per ottenere così la loro ammirazione.
L’autostima del narcisista si alimenta esclusivamente del riconoscimento altrui, rendendolo dipendente dal mondo esterno. Allo stesso tempo, il perfezionismo narcisistico è caratterizzato da un forte timore per il giudizio altrui, che porta ad una ipersensibilità e un’ossessività nell’analizzare le parole e i comportamenti degli altri. Un’eventuale critica, anche su questioni marginali o posta in buona fede, può creare delle “ferite” narcisistiche insopportabili, spesso gettando il narcisista nella più profonda disperazione.
Da questi brevi cenni, risulta evidente che il perfezionismo ha conseguenze particolarmente negative sulla psiche, sul benessere mentale e sulla vita sociale e lavorativa dell’individuo, ponendo le basi e assumendo connotazioni diverse in una pluralità di disturbi, anche molto radicati, come i disturbi di personalità.
Come superare il perfezionismo?
Come si è visto, il perfezionismo è un fenomeno complesso e profondamente legato agli aspetti di base della personalità e della condotta di un individuo. Questo lo rende particolarmente resistente al cambiamento, soprattutto nei casi, comunque rari, in cui i tratti perfezionistici non abbiano conseguenze negative rilevanti sullo stile di vita della persona (o, più comunemente, non ne abbiano ancora).
Anche se in modo parziale e superficiale, dunque, è possibile cercare di fornire alcuni suggerimenti per evitare gli atteggiamenti più problematici e intervenire sui comportamenti e le attitudini perfezioniste.
In primo luogo, è importante porsi obiettivi realistici, o aiutare la persona perfezionista nel trovarli. Gli obiettivi sono realistici nel momento in cui sono raggiungibili con le risorse a propria disposizione, tenendo conto delle proprie capacità, dell’impegno, ma anche del tempo che è possibile dedicare. Bisogna evitare la mentalità del “tutto o niente”, che porta ad assegnare la priorità massima ad ogni incombenza (o, di converso, a scartarla), cercando invece di discriminare le attività a cui si deve dare la precedenza e a cui si dedicherà il massimo impegno, da quelle che sono meno importanti, provando a ridurre lo sforzo e il tempo per queste ultime.
Soprattutto per le persone perfezioniste, però, è essenziale che gli obiettivi si basino sui propri desideri e bisogni e non su standard preimpostati. Per favorire questo processo si può sostenere la persona a riflettere sull’infelicità, sull’ansia e sulla frustrazione che prova nel momento in cui si pone delle mete impossibili da raggiungere. Inoltre, si può cercare di fornire una visione alternativa dell’errore, rivalutandolo come occasione di ulteriore miglioramento e non come una sconfitta o una prova della propria incapacità o inadeguatezza. A questo proposito, in maniera pratica, nel momento in cui si commette un errore si può pensare, o scrivere, tutte le cose apprese grazie ad esso.
Molti perfezionisti vanno poi assistiti nel superare la tendenza a rimandare continuamente le proprie responsabilità, una dinamica derivante da aspettative irrealistiche e dalla paura di non farcela, di non essere abbastanza e non riuscire a raggiungere l’obiettivo prefissato. In questo senso, imparare a gestire il proprio tempo e ad organizzarsi in maniera efficiente risulta fondamentale, soprattutto per gli studenti.
Un altro aspetto importante, alla base anche di molti altri malesseri, come i disturbi psicosomatici, è l’ascolto delle proprie emozioni, spesso soppresse e trascurate da chi cerca la perfezione. In particolare, il confronto con la paura, del fallimento o di commettere errori, può favorire un processo di accettazione dell’imperfezione per poter raggiungere i propri scopi. Ma è anche di grande giovamento riscoprire la soddisfazione e il piacere legate al processo, al fare le cose, senza concentrarsi esclusivamente sul risultato finale e sulla sua perfezione.
Infine, è fondamentale ricordare che è possibile che si presentino delle situazioni in cui le strategie proposte si rivelino insufficienti, e in cui il perfezionismo sia motivo di una sofferenza significativa e invalidante, per la persona ma anche per chi la circonda. Quando non si riesce ad affrontare da soli il disagio, è allora essenziale chiedere aiuto ad un professionista della salute mentale, che sappia analizzare il caso e sostenere la persona ad affrontare il malessere associato al perfezionismo.
07 marzo 2021
Il disturbo ossessivo-compulsivo nei bambini e negli adolescenti (parte 2)
(Clicca qui per leggere la prima parte)
Il disturbo ossessivo-compulsivo è caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni, che possono presentarsi già in età infantile, generalmente tra i 9 e gli 11 anni, e durante l’adolescenza.
Le ossessioni sono pensieri, immagini o impulsi intrusivi e ripetitivi, e sono percepite, dalla persona che li sperimenta, come incontrollabili e inevitabili. Tali pensieri risultano terribilmente disturbanti, e sono solitamente giudicati come infondati o eccessivi, ma comunque al di fuori del proprio controllo. Sono presenti in modo costante e ripetuto e non danno tregua, fino ad assorbire gran parte dei pensieri della giornata. Esempi di ossessioni possono essere preoccupazioni ricorrenti per la contaminazione da germi, apprensione per la possibilità che un membro della famiglia possa ammalarsi, o eccessiva inquietudine in relazione al disordine.
Nei bambini e negli adolescenti le ossessioni più frequenti sono quelle che riguardano lo sporco, le ossessioni dubitative (“Avrò chiuso la porta?”), di simmetria fisica, sessuali o a contenuto aggressivo. In genere il bambino ha comportamenti di base meticolosi, puntigliosi e pignoli, e presenta un eccessivo bisogno di ordine, che si può manifestare attraverso il timore di fare o dire qualcosa di sbagliato (quindi fuori posto, fuori “ordine”). Piuttosto frequentemente è possibile identificare un'associazione con atteggiamenti fobici, come paure delle malattie, di contaminazione o di infezioni.
Dall’altra parte, le compulsioni sono comportamenti ripetitivi, rituali (ad esempio lavarsi le mani o controllare che le serrature siano chiuse) o azioni mentali (come contare, pregare, ripetere alcune frasi) che i bambini e gli adolescenti si sentono obbligati a mettere in atto al fine di prevenire il verificarsi di eventi temuti, e ridurre quindi l’ansia associata alle ossessioni. Per fare un esempio, si potrebbe pensare: “Se faccio una preghiera tutte le volte che mi lavo le mani, non contrarrò un virus mortale”.
I bambini e gli adolescenti con disturbo ossessivo-compulsivo possono cercare di ignorare questi pensieri o di evitare i comportamenti, ma, se il disturbo è radicato, non ne sono in grado o, più frequentemente, non si sentono in grado di farlo.
Le ossessioni e le compulsioni occupano molto tempo nell’arco della giornata di chi ne soffre, e interferiscono non poco con la routine quotidiana.
Le differenze tra bambini e adulti
Contrariamente a ciò che avviene per l’adulto, che generalmente critica e valuta le proprie ossessioni e i relativi comportamenti compulsivi come esagerati ed irragionevoli, i bambini possono non avere una piena consapevolezza delle proprie difficoltà. Pertanto, è possibile che non riconoscano l’irragionevolezza delle proprie compulsioni e dei pensieri ossessivi, attribuendovi piuttosto un significato o una utilità, allo stesso tempo non comprendendone la problematicità per se stessi, così come per i familiari.
Rispetto agli adulti, inoltre, nei bambini sono piuttosto rare le ossessioni “pure”, ovvero ossessioni senza la presenza di comportamenti compulsivi, solo pensieri senza azioni conseguenti. Discorso diverso per le compulsioni, che nei più piccoli possono presentarsi in maniera autonoma, come azioni senza ossessioni.
In particolare i bambini piccoli tendono a manifestare maggiormente dei comportamenti di tipo compulsivo, che risultano spesso difficili da distinguere da tic nervosi.
Così, ad esempio, i bambini di 6-8 anni presentano spesso elaborati rituali di lavaggio e di controllo senza che siano evidenti dei pensieri di natura ossessiva.
Come riconoscerlo
Dal momento che i bambini e i ragazzi tendono a nascondere le proprie ossessioni e i comportamenti compulsivi, potrebbero servire mesi o addirittura anni, prima che i genitori o gli insegnanti si accorgano della problematica. La soppressione dei sintomi viene attuata in particolare quando si è in mezzo agli altri, come a scuola. Il forte bisogno di accettazione da parte dei propri pari motiva i bambini a nascondere pensieri e comportamenti, che potrebbero essere considerati strani, e quindi imbarazzanti, dalle altre persone.
Spesso, inoltre, i pensieri e i comportamenti dei bambini sono fraintesi dai genitori, dai coetanei e dagli insegnanti, che possono interpretare alcuni atteggiamenti ossessivo-compulsivi come oppositivi, provocatori o giudicarli come preoccupazioni prive di significato.
Come se non bastasse, la manifestazione del disturbo può variare nel tempo e nelle circostanze. I sintomi possono accentuarsi in determinati periodi stressanti e modificarsi nella loro manifestazione a seconda della situazione. Così i bambini possono essere in grado di resistere alle ossessioni e alle compulsioni a scuola, ma non riuscirci a casa.
Tendenzialmente i sintomi del disturbo ossessivo compulsivo si manifestano più frequentemente e intensamente a casa piuttosto che a scuola. Svolgere semplici attività quotidiane può diventare molto stressante, sia per il bambino sia per la sua famiglia, fino a portare ad un senso d’impotenza e perdita di speranza.
Il bambino o il ragazzo può mettere in atto delle azioni, ripetute sempre nello stesso modo, allo scopo di evitare delle conseguenze temute. Per esempio, può continuare a lavarsi le mani per paura di essersi contaminato, oppure mantenere un ordine eccessivo per non incorrere in conseguenze fatali per sé o gli altri. Altri possibili segnali di preoccupazione possono essere un tempo eccessivo trascorso in bagno o un consumo smodato di sapone o bagnoschiuma, così come la presenza di rigidi rituali da ripetere appena svegli o prima di andare a dormire. In particolare, questi sono distinguibili dalle semplici routine in quanto la loro interruzione o impedimento provocano sofferenza e rabbia eccessive.
I bambini e i ragazzi con un disturbo ossessivo compulsivo, diventando molto ansiosi, tendono a cercare continue richieste di rassicurazione dai genitori, come ad esempio chiedere conferma alla madre di averli visti chiudere la porta di casa.
Dal punto di vista
scolastico, si può individuare la tendenza ad impiegare troppo tempo
nello svolgimento dei compiti, per l’esagerato bisogno di
precisione, insieme alla presenza di quaderni strappati a causa delle
continue cancellature.
Se a casa i bambini e gli adolescenti possono mostrarsi insicuri e ansiosi, a scuola potrebbero non riuscire a resistere alle loro ossessioni e compulsioni, con considerevoli conseguenze sul rendimento scolastico.
Oltre ai segnali già descritti, in ambito scolastico è possibile osservare difficoltà di attenzione, lentezza nel portare a termine i compiti assegnati e anche rifiuto di svolgere le consegne. I bambini e i ragazzi possono porre frequenti richieste di andare in bagno o possono rifiutarsi di prestare o far toccare il proprio materiale agli altri. Anche per questi motivi, l’isolamento sociale e il ritiro dall’interazione con i pari sono conseguenze molto comuni, così come la presenza di una scarsa autostima.
Le ossessioni e le compulsioni più comuni in bambini e adolescenti
Le ossessioni di
contaminazione risultano decisamente le più comuni nei bambini e
negli adolescenti. Si tratta di timori eccessivi di poter venire
contaminati da sporcizia o da germi, il che porta ad eseguire
numerosi e scrupolosi lavaggi, seguendo rigide regole auto imposte.
Tuttavia, provare ansia al pensiero di essere contagiati non porta necessariamente solo a compulsioni di pulizia eccessiva. La paura potrebbe essere legata all’idea di contaminarsi toccando alcune parti del corpo o alcuni oggetti personali, che porta al rifiuto assoluto di entrarvi in contatto. Di conseguenza, è possibile osservare bambini che rifiutano di farsi la doccia, di allacciarsi le scarpe o di toccarsi i capelli, arrivando a non riuscire più a mantenere un aspetto curato e pulito.
Anche le compulsioni di verifica sono piuttosto diffuse in età evolutiva, spesso legate alla paura di provocare danni a sé o ad altri. Il pensiero di poter essere responsabili di un’eventuale tragedia determina uno stato di forte apprensione, che porta, nel tentativo di contenere l’ansia, ad impiegare un tempo eccessivo per controllare l’avvenuta chiusura di porte o finestre, piuttosto che lo spegnimento di interruttori della luce o apparecchi elettronici.
In alcuni casi possono essere presenti delle ossessioni superstiziose relative ai numeri. In altre parole, i bambini o i ragazzi possono avere numeri “fortunati” e numeri “sfortunati”, il che può motivarli a ripetere un’azione per un determinato numero di volte, o a dover contare fino a un dato numero prima di agire.
In maniera simile, sono comuni le compulsioni di ripetizione, ad esempio entrare e uscire dalla porta, leggere un testo più volte oppure cancellare e riscrivere parole finché non si sente di averlo fatto nel modo ritenuto corretto.
Le compulsioni di ordine e simmetria, ossia riguardanti la disposizione degli oggetti, sono anch’esse piuttosto diffuse. Gli oggetti devono essere disposti in maniera rigorosa e simmetrica, in modo che, ad esempio, i libri debbano essere perfettamente allineati oppure le penne appoggiate ordinatamente sulla scrivania.
Infine, i bambini e gli adolescenti con un disturbo ossessivo compulsivo presentano di frequente delle ossessioni di natura aggressiva relative al timore di poter danneggiare gli altri o se stessi. Questi pensieri sono tipicamente associati a perfezionismo e rigidità morale. Tra i comportamenti messi in atto per tenere sotto controllo l’ansia, questi bambini potrebbero chiedere ad un adulto di svolgere al posto loro delle attività ritenute pericolose, come ad esempio tagliare il cibo, potrebbero rifiutarsi di toccare coltelli e altri oggetti appuntiti oppure potrebbero pretendere di nascondere tutti gli oggetti affilati della casa.
Distinguere normalità e patologia
È essenziale riconoscere che, nelle varie fasi di sviluppo, i bambini possono presentare numerosi comportamenti di natura compulsiva e rituale, funzionali al bisogno di controllo sul proprio ambiente e alla gestione di ansie e paure. Tali comportamenti risultano piuttosto comuni nei bambini di età compresa fra i due e gli otto anni, con caratteristiche diverse a seconda del grado di sviluppo.
Ad esempio, intorno ai sette anni è piuttosto diffusa la tendenza a raccogliere oggetti, per cui i bambini sono portati a collezionare figurine, fumetti, pupazzi e bambole. Tra i sette e gli undici anni, invece, è comune una certa rigidità morale, per cui, quando il gioco è legato soprattutto al rispetto di regole, un comportamento non conforme può scatenare accese proteste, pianti e grida.
Il processo di acquisizione del senso di controllo sulla propria vita può portare alcuni bambini a sviluppare credenze superstiziose e una sorta di “pensiero magico”, ossia la convinzione di poter controllare gli eventi attraverso il potere dei propri pensieri o comportamenti. Di conseguenza, ad esempio, dei numeri ritenuti fortunati e delle parole in rima possono favorire lo sviluppo di un senso di controllo e di padronanza.
In modo simile, dei piccoli rituali possono aiutare i bambini e gli adolescenti a contenere e gestire l’ansia legata alla separazione e a migliorare la socializzazione.
Se con la crescita la maggior parte di questi rituali scompare naturalmente, al contrario i comportamenti compulsivi del bambino con disturbo ossessivo compulsivo sono persistenti nel tempo e decisamente invalidanti, in quanto causano sofferenza, sentimenti di vergogna, ritiro sociale e isolamento.
Come intervenire
La gestione dei comportamenti ossessivi-compulsivi può costituire una grande difficoltà, sia in ambito domestico che a livello scolastico.
Per questo motivo, il professionista psicologo può intervenire avvalendosi di tecniche specifiche come il parent training, con lo scopo di fornire ai genitori delle strategie di intervento finalizzate a mettere in atto comportamenti adeguati nei confronti del bambino o del ragazzo, che non rischino di incoraggiare i sintomi, concentrandosi sul ridurne la frequenza.
Lo psicologo può sostenere la famiglia nel comprendere la natura del disturbo ossessivo-compulsivo e le sue conseguenze, aiutando ad entrare in empatia con la sofferenza del bambino e a comprenderne le caratteristiche e le difficoltà. In questo senso, un buon punto di partenza è l’osservazione dei comportamenti e delle manifestazioni del disturbo, insieme alla registrazione di informazioni quali i momenti della giornata in cui si manifestano maggiormente le compulsioni, la loro frequenza, la durata e la modalità di comparsa.
La famiglia può essere sostenuta nell’evitare di colludere con i comportamenti del bambino o del ragazzo, anche involontariamente o spinti dalle migliori intenzioni, ad esempio mettendo a disposizione grandi quantità di sapone o offrendosi di fare qualcosa al posto suo.
Allo stesso modo, l’intervento dello psicologo è importante per comprendere l’importanza di resistere al bisogno, inevitabile, di fornire rassicurazioni che, per quanto efficaci nell’immediato, riducono l’ansia del bambino solo per un breve periodo, e ottengono un effetto contrario se reiterate nel tempo. Un intervento efficace comprende, invece, il riconoscimento degli sforzi compiuti per resistere ai sintomi, premiando anche i più minimi tentativi di reazione alle compulsioni.
La famiglia è poi essenziale per sostenere il bambino o il ragazzo nel procedere per piccoli obiettivi, così che abbia più occasioni per sperimentare dei successi, con ricadute positive sulla motivazione e sull’autostima.
Oltre al parent training, in questo senso, l’utilizzo di una tecnica specifica, definita di esposizione con prevenzione della risposta, permette a bambini e adolescenti di confrontarsi con le proprie paure, in modo graduale e controllato. Seguendo una progressione che porta il soggetto ad avvicinarsi sempre più alla situazione temuta, potranno così scoprire, insieme allo psicologo, delle risposte più adeguate rispetto ai rituali messi in atto fino a quel momento.
Sfruttando questa tecnica, si darà loro la possibilità di prendere consapevolezza di quanto sia improbabile che i propri timori si trasformino in realtà, oltre a riconoscere che anche le sensazioni di ansia più intense possono essere tollerate e gestite.
Attraverso la pratica e la persistenza, il bambino imparerà a tollerare gradi sempre maggiori di ansia e incertezza, senza dover ricorrere alla rassicurazione (provvisoria) data dai comportamenti compulsivi.
Il disturbo ossessivo compulsivo è uno dei disturbi più diffusi tra bambini e adolescenti e risulta particolarmente invalidante e resistente nel tempo. In particolare, rispetto alla forma adulta, il disturbo si manifesta in maniera più subdola e meno definita, ma non per questo meno insidiosa. Tuttavia, attraverso un intervento precoce e mirato, che vede la collaborazione in primo piano dei genitori, è possibile sostenere il bambino o il ragazzo a trovare modalità maggiormente adeguate per affrontare le proprie ansie e le proprie insicurezze.
15 febbraio 2021
Quando la mente sfugge al controllo: il disturbo ossessivo-compulsivo (parte 1)
(Clicca qui per leggere la seconda parte)
Immaginate che la vostra mente rimanga bloccata su un determinato pensiero o immagine, che si ripete in continuazione, non importa cosa facciate o quanto vi sforziate di resistervi. Questi pensieri sono come una valanga, vi creano apprensione, inquietudine e ansia sempre maggiori. Lo stato di malessere è sempre più intenso, esige una risposta, una reazione, un comportamento che allievi la paura. Non si riesce a resistere, bisogna fare qualcosa per non sentirsi così male, qualsiasi cosa, non importa quanto assurda, irrazionale o eccessiva. Ancora, e ancora. Se questa dinamica si stabilizza, diventando una strategia automatica per gestire il disagio, è possibile definirla un disturbo ossessivo-compulsivo.
Cos’è il disturbo ossessivo-compulsivo
Il disturbo ossessivo compulsivo è caratterizzato da pensieri, immagini o impulsi ricorrenti e vissuti come inevitabili, che innescano uno stato intenso di ansia, spesso mista a disgusto, e sembrano obbligare la persona ad attuare azioni ripetitive, mentali o materiali, per riuscire a tranquillizzarsi.
Il disturbo ossessivo-compulsivo colpisce dal 2 al 3% delle persone nell’arco di una vita, indipendentemente dal sesso. I primi sintomi possono presentarsi nell’infanzia, nell’adolescenza o nella prima età adulta.È possibile individuare due fasce d’età in cui il disturbo compare più frequentemente, il primo tra i 10 e i 12 anni e il secondo tra la fine dell’adolescenza e l’inizio dell’età adulta, indicativamente tra i 15 e i 25 anni.
Se non viene adeguatamente trattato, questo disturbo tende a cronicizzarsi e ad aggravarsi nel tempo, mentre di rado è episodico e si conclude con una remissione completa dei sintomi. Per questo motivo risulta estremamente invalidante, sia per chi ne soffre, sia per coloro che hanno a che fare con la persona che presenta il disturbo.
Le ossessioni e le compulsioni
Il disturbo ossessivo compulsivo si manifesta attraverso due grandi categorie di sintomi, che nella maggior parte dei casi risultano associati.
La prima consiste nelle ossessioni: spesso erroneamente chiamate anche manie o fissazioni, sono pensieri, immagini o impulsi intrusivi e ripetitivi, che sono percepiti, dalla persona che li sperimenta, come incontrollabili e inevitabili. Tali idee risultano terribilmente disturbanti e sono solitamente giudicate come infondate o eccessive, ma comunque al di fuori del proprio controllo. Sono presenti in modo costante e ripetuto e non danno tregua, fino ad assorbire gran parte dei pensieri della giornata, occupando immagini e idee che non lasciano spazio per dedicarsi ad altro.
Esempi di ossessioni sono pensieri come:
“potrei infettarmi con un virus mortale stringendo la mano ad altre persone”;
“Se non controllo che tutti i file siano chiusi, accadrà qualcosa di brutto”;
“Potrei dire qualcosa di spiacevole senza accorgermene”.
Un’idea ossessiva può risultare problematica per il fatto stesso di essere pensata. Ad esempio, il soggetto può essere ossessionato da pensieri erotici o da bestemmie, che ovviamente rendono difficoltosi i rapporti con gli altri. La consapevolezza che la propria mente ha prodotto quel tipo di pensiero implica, per l’individuo, il sospetto di essere intrinsecamente immorale o pericoloso (“se ho pensato a questa brutta cosa di mia moglie, significa che sono una persona cattiva, un’immorale”). Anche per questo motivo, chi soffre del disturbo di solito nasconde le proprie preoccupazioni.
Le ossessioni innescano numerose emozioni sgradevoli e molto intense. Tra le più comuni si possono trovare ansia, disgusto e senso di colpa. Di conseguenza, si percepisce il bisogno di fare il possibile per rassicurarsi e gestire il proprio disagio emotivo, così da far cessare il malessere.
Così, per esempio, l’ossessione di avere le mani piene di germi pericolosi può suscitare il comportamento di disinfettarle ripetutamente, nel tentativo di allontanare il malessere associato alla paura della contaminazione. Allo stesso modo, evitare di toccare le maniglie delle porte o portare sempre i guanti rappresentano una strategia per prevenire la ricomparsa del pensiero, molto spiacevole, di essere contaminato.
Per fare un altro esempio, la preoccupazione di poter perdere il controllo e fare del male a qualcuno può essere contrastata facendo una preghiera, che costituisce un tentativo di rassicurarsi circa il timore che possa, per propria responsabilità, accadere qualcosa di negativo a sé o agli altri.
I comportamenti o i pensieri ripetuti usati per neutralizzare o contrastare le ossessioni vengono definite compulsioni, che rappresentano la seconda grande categoria di sintomi.Le compulsioni tipiche del disturbo ossessivo compulsivo sono anche chiamate, in modo informale, cerimonie o rituali. Si tratta di comportamenti ripetitivi, ad esempio controllare, lavare/lavarsi o riordinare, oppure azioni mentali, come pregare, ripetere formule o contare, finalizzati a contenere il disagio emotivo provocato dai pensieri e dagli impulsi ossessivi.
Le compulsioni diventano comunemente e rapidamente regole di comportamento rigide e inflessibili, e sono decisamente eccessive, talvolta bizzarre, agli occhi degli osservatori.
Le persone afflitte dalle ossessioni si rendono perlopiù conto che i loro modi di tenere sotto controllo il malessere, ossia le compulsioni, costituiscono una soluzione solo temporanea. Tuttavia, in mancanza di una strategia migliore, ripiegano su questi “rituali” come una temporanea via d’uscita, vissuta, più che come una scelta, come una boccata d’aria necessaria per la sopravvivenza stessa.
Dal momento che la persona con questo disturbo si sente tipicamente obbligata ad agire o pensare nel modo sintomatico, cerca di opporsi e di resistere ai pensieri disturbanti mettendo in atto le compulsioni. Per questo motivo, spesso le compulsioni possono includere l’evitamento di quelle situazioni che risultano in grado di scatenarle, determinando un notevole ritiro personale e sociale.
Chi soffre di un disturbo ossessivo-compulsivo è generalmente consapevole dell’esagerazione o irrazionalità dei propri timori e comportamenti, per cui cerca di contrastare ossessioni e compulsioni, con effetti che generalmente aggravano i sintomi e la sofferenza. Gli sforzi compiuti per liberarsi delle ossessioni e del malessere non aiutano affatto a modificare il proprio comportamento, che anzi si cronicizza, in un circolo vizioso di ansia, senso di colpa e disgusto verso se stessi.
Tuttavia, è necessario specificare che non tutti i comportamenti ripetuti o rituali costituiscono delle compulsioni. Determinate abitudini nel dormire, molte pratiche religiose o l’apprendimento di nuove abilità tipicamente prevedono e richiedono la ripetizione di determinate attività più e più volte, pur rimanendo parte della normale vita quotidiana.
In secondo luogo, i comportamenti dipendono strettamente dal contesto in cui vengono attuati. Ad esempio, mettere a posto e ordinare scaffali per otto ore al giorno non costituisce una compulsione per una persona che lavora in un supermercato.
Ciò che rende le compulsioni riconoscibili e particolarmente invalidanti per la vita della persona, risulta essere soprattutto il tempo che viene impiegato per compierle, a discapito di altre importanti attività, quali il lavoro, la scuola, la cura di sé o la vita sociale. Le ossessioni e le compulsioni possono arrivare a occupare gran parte della giornata, che gradualmente diventa centrata sui pensieri sgraditi e sui comportamenti adottati per scacciarli.
A seconda delle caratteristiche delle ossessioni e delle compulsioni, è possibile individuare diversi tipi di disturbo ossessivo-compulsivo. Vediamo quali.
Tipi di Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC)
Contaminazione
Una persona con questa tipologia di disturbo ossessivo-compulsivo ha un timore eccessivo dello sporco, dei germi e/o delle sostanze viscide o nauseanti. Le ossessioni e le compulsioni sono connesse a improbabili o irrealistici contagi o contaminazioni. Le sostanze considerate contaminanti possono essere non solo lo sporco oggettivo, ma anche urine, feci, sangue, siringhe, carne cruda, persone malate, genitali, sudore, e addirittura determinati saponi, solventi e detersivi, contenenti sostanze chimiche ritenute potenzialmente dannose. Alle volte, le sensazioni di sporco sono innescate semplicemente da pensieri immorali o ricordi di eventi traumatici, senza alcun contatto diretto con agenti contaminanti. Per questo motivo, si può parlare anche di contaminazione mentale.
Qualora la persona entri in contatto con una delle sostanze considerate contaminanti, o comunque avverta una sensazione di sporco, al più presto metterà in atto una serie di compulsioni di lavaggio, pulizia, sterilizzazione o disinfezione, allo scopo di neutralizzare l’azione dei germi, ma soprattutto per tranquillizzarsi rispetto alla possibilità di contagio e liberarsi dalla sensazione di sporco e disgusto.
Controllo
Questi soggetti non riescono ad evitare controlli protratti e ripetuti senza necessità, volti a riparare o prevenire gravi disgrazie o incidenti.
Spesso sono estremamente preoccupati di procurare inavvertitamente danni a sé o ad altri, di qualunque natura (di salute, economici, emotivi, ecc.), per errori, leggerezze, o sbadataggini. O ancora, hanno paura di poter perdere il controllo dei propri impulsi, diventando aggressivi, perversi, autolesivi o blasfemi.
Le persone che soffrono di questo tipo di ossessioni tendono a controllare e ricontrollare aspetti della loro vita, per essere sicuri di aver fatto il possibile per prevenire qualunque possibile catastrofe. In alcuni casi, l’obiettivo è tranquillizzarsi riguardo al dubbio ossessivo di aver fatto qualcosa di male, o di non averlo fatto, e non ricordarlo.
I controlli possono riguardare l’aver chiuso le porte e le finestre di casa, le portiere della macchina, il rubinetto del gas e dell’acqua, la saracinesca del garage o l’armadietto dei medicinali, così come di aver spento fornelli elettrici o altri elettrodomestici, le luci in ogni stanza di casa o i fari dell’automobile, oppure ancora di non aver perso cose personali, lasciandole cadere, o di non aver investito involontariamente qualcuno con la macchina.
Ossessioni superstiziose
Si tratta di pensieri
superstiziosi portati all’eccesso, che inducono a stabilire delle
regole proprie, secondo cui si devono compiere o non compiere
determinate azioni, pronunciare o non pronunciare alcune parole,
vedere o non vedere certe cose (ad esempio carri funebri, cimiteri o
manifesti mortuari), numeri o colori, contare o non contare un numero
preciso di volte degli oggetti, oppure ripetere o non ripetere
particolari azioni un preciso numero di volte, considerato come il
numero “giusto”. Le regole sono estremamente rigide e stringenti,
poiché la loro violazione, si crede, risulta determinante per
l’esito degli eventi e potrebbe far accadere cose negative a sé o
ad altri.
Fra le strategie più comuni per ovviare al malessere, si trovano la ripetizione dell’atto, ad esempio cancellando e riscrivendo la stessa parola o pensando continuamente a cose positive, o il ricorso a specifici rituali “anti-iella”, spesso di derivazione culturale.
Ordine e simmetria
Queste persone sentono il bisogno di svolgere azioni e sistemare oggetti sempre nel “modo giusto”, “ben fatto” o completo, presentando una forte intolleranza qualora gli oggetti siano posti in modo anche minimamente disordinato o asimmetrico, situazione che provoca una sgradevole sensazione di mancanza di armonia e di logicità.
Libri, fogli, penne, asciugamani, cd, soprammobili, abiti, piatti, tazzine, tutto deve risultare perfettamente allineato, simmetrico e ordinato secondo una sequenza logica, come dimensione, colore o categoria.
Per arrivare agli standard desiderati di ordine e simmetria, questi individui arrivano a passare ore del loro tempo a riordinare ed allineare gli oggetti, fino a sentirsi completamente tranquilli e soddisfatti.
Ossessioni pure
In questo caso le ossessioni sono rappresentate da pensieri o, più spesso, da immagini relative a scene in cui l’individuo adotta comportamenti indesiderati, sgraditi o inaccettabili, che comunemente sono privi di senso, pericolosi o socialmente sconvenienti. Alcuni esempi possono essere aggredire qualcuno, avere rapporti omosessuali o pedofilici, tradire il partner, bestemmiare, compiere azioni blasfeme oppure offendere persone care.
Le strategie messe in atto per tranquillizzarsi possono includere ripassare mentalmente il passato per assicurarsi di non aver fatto certe cose, oppure monitorare costantemente le proprie sensazioni e sforzarsi di contrastare pensieri e impulsi sgraditi.
Accumulo/accaparramento
Si tratta di un tipo di ossessione piuttosto raro, la cui frequenza è tuttavia in crescita, che interessa coloro che tendono a conservare ed accumulare oggetti insignificanti e inservibili, come riviste e giornali vecchi, pacchetti di sigarette vuoti, bottiglie vuote, asciugamani di carta usati o confezioni di alimenti, vivendo con enorme difficoltà l’idea di sbarazzarsene.
Cosa fare
Come già esplicitato, il disturbo ossessivo-compulsivo, se non adeguatamente trattato, tende a cronicizzare e ad aggravarsi nel tempo. Per questo motivo, qualora si tema che il proprio malessere o quello di una persona cara sia da attribuire a un disturbo di questo tipo, è fondamentale cercare al più presto l’aiuto di un professionista. Lo psicologo può fornire un sostegno e inquadrare la situazione individuando una diagnosi precisa, che possa iniziare a dare delle risposte al paziente e a chi gli sta vicino.
In un secondo momento, se necessario, si potrà procedere verso un percorso di psicoterapia, solitamente ad orientamento cognitivo-comportamentale, con l’obiettivo di modificare i pensieri automatici e le credenze disfunzionali, per arrivare così a un cambiamento nel proprio comportamento. In particolare, lavorando sull’eccessivo senso di responsabilità, sull’esagerata importanza attribuita ai pensieri, sulla sovrastima della possibilità di controllare i propri pensieri e sulla percezione della pericolosità dell’ansia.
Un’altra tecnica usata per il trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo consiste nell’esposizione allo stimolo ansiogeno, la cui idea di base prevede che l’ansia e il disgusto tendano a diminuire spontaneamente dopo un lungo contatto con lo stimolo stesso. L’esposizione viene ripetuta più volte, ma soprattutto deve essere estremamente graduale e tollerabile per la persona. Allo stesso tempo, è importante che all’esposizione si accompagni la prevenzione della risposta, ossia lo sforzo di sospendere o, almeno inizialmente, di rimandare, i comportamenti compulsivi che seguono la comparsa dei pensieri ossessivi.
Guardare la paura negli occhi può rivelarsi una vera impresa, se affrontata da soli. Per questo, si raccomanda di affidarsi a un professionista preparato e in grado di accogliere la sofferenza in modo aperto e non giudicante.
Informazioni personali
- Emma Messina
- Sono una psicologa abilitata e un’insegnante, con esperienza più che quinquennale nel settore.
Nel mondo scolastico, ho maturato un'esperienza particolare nei confronti di ragazzi con disturbi dell’apprendimento, problemi di motivazione e di ansia da prestazione. Da anni tengo lezioni sul metodo di studio a studenti di ogni età, per promuovere l’autonomia, rinforzare l’autostima e recuperare le abilità scolastiche.
Parallelamente, offro un servizio di sostegno ai genitori, affinché possano mantenere e consolidare i risultati ottenuti dai figli in un clima di serenità e reciproca comprensione.
Servizi offerti:
- Processo di diagnosi e Valutazione Psicologica;
- Tutoring elementari/medie/superiori/università;
- Orientamento;
- Crescita personale;
- Sostegno genitoriale;
- Consulenza psicologica.
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