Visualizzazione post con etichetta Filosofia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Filosofia. Mostra tutti i post

17 marzo 2022

Perché abbiamo paura del “diverso”?

La definizione di “diverso” è sicuramente molto ampia. Diverso significa altro da sé, esterno, spesso estraneo. Diverso è colui che ha altre idee, culture, tradizioni, religioni rispetto alle proprie. Diverso è chi appare differente, o presenta qualche caratteristica particolare che si discosta dalla propria realtà di riferimento.

Davanti al diverso, le persone sono portate a manifestare una certa inquietudine, una sensazione di disagio ma anche di paura, insieme ad altre emozioni negative che possono generare reazioni di disprezzo e allontanamento.

È molto diffusa l’idea secondo cui la paura per il diverso emerga interamente dalla cattiveria, dalla meschinità e dalla scarsa umanità, e quindi rappresenti un atteggiamento facilmente contrastabile con uno sforzo di volontà. Tale interpretazione risulta eccessivamente semplicistica, e non tiene in considerazione numerosi altri fattori di natura psicologica e antropologica. In questo articolo si vogliono prima di tutto illustrare alcuni meccanismi psicologici dietro alla paura per il diverso, riletti come modi in cui la mente cerca di difendersi dal mondo esterno e di definirsi nella propria identità. In seguito, si vuole offrire una prospettiva antropologica alla questione, chiarendo – senza volerla per questo giustificare – che la paura per il diverso caratterizza l’essere umano da sempre, lungo tutto il corso della sua vita.

 

Stereotipi: le credenze generali

 

Uno dei modi principali con cui la mente elabora le informazioni provenienti dall’ambiente e dà un senso alla realtà, è rappresentato dalla categorizzazione, ossia quel processo che permette di suddividere oggetti, eventi e persone in categorie mentali. Si tratta di una capacità mentale alla base del nostro funzionamento cognitivo, senza la quale non potremmo compiere inferenze o formulare aspettative rispetto all’ambiente circostante. Il processo di categorizzazione è reso possibile dall’elaborazione delle esperienze concretamente vissute, che consentono di affinare e meglio definire le categorie (ad esempio: imparare che esistono molti tipi di insetti diversi, alcuni pericolosi, altri innocui), ma anche su idee derivanti da pregiudizi e stereotipi.

 

Gli stereotipi consistono in un insieme di credenze e idee su una certa classe di oggetti o individui, a cui vengono attribuite determinate caratteristiche.

Sono acquisiti dai singoli individui come parte della cultura del gruppo di appartenenza, che si fa portatore di determinate credenze verso se stesso (definito in psicologia ingroup) e gli altri (outgroup). Gli stereotipi, dunque, sono rappresentazioni largamente condivise e facilmente evocabili. Ad esempio, nella cultura occidentale, un medico è considerato intelligente, affidabile, portatore di autorevolezza e degno di rispetto, mentre l’immagine di un insegnante corrisponde ad una donna, gentile, colta e tendenzialmente riservata.

La diffusione e l’uniformità di tali credenze spinge a chiedersi cosa porti la mente a ricorrere agli stereotipi. Ebbene, questi rappresentano un modo per comprendere la realtà e semplificare il mondo, dando un senso alla complessità di ciò che ci circonda.

In questo senso, gli stereotipi sono una scorciatoia mentale, funzionale alla propria capacità di pensiero nel momento in cui si incorre in un nuovo elemento della realtà, di cui si necessitano informazioni. La realtà viene categorizzata per renderla meno ignota, meno pericolosa, e più comprensibile. In altre parole, gli stereotipi consentono di crearsi delle rapide aspettative sul comportamento altrui, il che assicura un senso di padronanza e controllo, fondamentale per la salute mentale. Così, se incontriamo una persona e questa ci rivela di essere un medico, si assoceranno automaticamente a questo titolo tutta una serie di caratteristiche derivanti dallo stereotipo, come l’intelligenza, l’affidabilità e l’autorevolezza, anche se queste non necessariamente corrispondono alla persona che si ha davanti. Questo esempio ci porta ad un’ulteriore caratteristica degli stereotipi, vale a dire la loro rigidità e resistenza al cambiamento, per cui, una volta formati, risultano difficilmente modificabili, restando ancorati alla cultura e all’identità della persona.

 

Oltre alla difficile modificabilità, gli stereotipi hanno altri risvolti negativi, primi fra tutti gli errori di categorizzazione. Tra questi, i più importanti sono la sottovalutazione delle differenze all’interno del gruppo di appartenenza (ingroup) e la sopravvalutazione delle differenze tra gruppi (outgroup). Nel primo caso, il gruppo sociale a cui si appartiene viene percepito come complesso e multisfaccettato, composto da individui distinti tra loro e portatori di una propria identità. Per quanto riguarda i gruppi sociali esterni, invece, si tende a visualizzarli in maniera compatta e omogenea, fino a non riuscire a cogliere le differenze al suo interno. Gli altri diventano, così, tutti uguali, nel loro essere diversi da sè. Ciò avviene perché si attribuiscono indistintamente delle caratteristiche precise ad un’intera categoria di persone, senza prendere in considerazione l’inevitabile variabilità tra i componenti di quel gruppo.

Pertanto, gli stereotipi sono una strategia funzionale adottata dalla mente per comprendere il mondo e dare un senso alla realtà, e raggiungono il loro scopo a patto che non risultino eccessivamente rigidi e generalizzati.

 

Pregiudizi: le opinioni precostituite

 

Al concetto di stereotipo si lega indissolubilmente quello di pregiudizio, il primo come base del secondo.

Con pregiudizio si intende, letteralmente, un giudizio che viene formulato prima dell’esperienza o comunque in assenza di informazioni concrete. Si tratta di un’opinione che deriva non dalla conoscenza precisa e diretta di eventi, individui o gruppi, bensì sulla base di voci e opinioni comuni. Come gli stereotipi, anche i pregiudizi tendono a rimanere immutati, anche alla luce di nuove conoscenze, e sono diffusi all’interno del gruppo di appartenenza.

Tuttavia, anche se spesso confusi o assimilati allo stesso significato, in realtà stereotipi e pregiudizi presentano importanti differenze. Mentre per gli stereotipi prevale una componente cognitiva o informativa, maggiormente legata all’ottenimento di informazioni in base alle quali creare un giudizio, i pregiudizi sono più legati ad una componente valutativa, come stabilire se qualcosa o qualcuno è apprezzato o meno. Ad esempio, in base ad un pregiudizio, si possono considerare gli avvocati come persone oneste, mentre ritenere i politici incapaci o corrotti. In questo senso, il pregiudizio si lega in modo più stretto alle emozioni della persona, e pertanto risulta facilmente manipolabile dall’esterno. Come gli stereotipi, anche i pregiudizi non si formano in modo casuale o secondo una momentanea scelta arbitraria, bensì costituiscono una parte integrante della cultura di un certo gruppo e derivano dai processi di socializzazione, ossia dall’influenza della società. 



Il pregiudizio è dunque trasmesso socialmente, e come tale può essere creato: nella storia sono innumerevoli gli esempi di gruppi o popolazioni che, prima considerati in maniera positiva o neutra, sono portati al rango di “nemico” o comunque giudicati in modo negativo. Negli ultimi decenni, questo ruolo di influenzamento e creazione di pregiudizi è stato primariamente svolto dai mass media, sempre più abituati a scindere gli eventi in maniera binaria, differenziando in maniera netta tra “buoni” e “cattivi”, confezionando ad arte idee preconcette che nulla hanno a che fare con la realtà. Pregiudizi, appunto.

Oltre a semplificare eccessivamente la realtà, fino a stravolgerla, questa tendenza risulta particolarmente pericolosa per via della stretta connessione tra pregiudizi e comportamento. Dal momento che i pregiudizi portano ad attribuire ad una persona sconosciuta dei tratti e delle caratteristiche ritenute proprie del suo gruppo di appartenenza, ne risultano influenzate anche le interazioni sociali e il modo di porsi e comportarsi con tale individuo.

 

Il comportamento viene quindi modellato sulla base delle credenze possedute, così che si crea una condizione in cui le ipotesi formulate sulla base dei pregiudizi tendono a verificarsi. Questa dinamica, definita della “profezia che si auto-avvera”, influenza l’interazione con le persone sulle quali si hanno pregiudizi, modificandone di conseguenza il comportamento in modo che si conformi al proprio modello. Ad esempio, considerare delle persone come aggressive e violente (senza avere prove o esperienza diretta per poterlo affermare) porta ad assumere atteggiamenti poco gentili e orientati alla punizione nei loro confronti, i quali a loro volta reagiranno in maniera più aggressiva nei confronti di questa ostilità, finendo col confermare le aspettative e il pregiudizio.

 

Pertanto, rispetto agli stereotipi, maggiormente afferenti alla sfera cognitiva, i pregiudizi trovano le proprie basi nelle emozioni, che a loro volta portano a determinati comportamenti. Una delle emozioni cardine del pregiudizio è rappresentata dalla paura del diverso, dell’ignoto, dell’altro da sé. Una paura ancestrale, che caratterizza l’essere umano universalmente e in tutta la sua storia, sia evolutiva, sia di vita. Comprendere questo aspetto può aiutare non solo a rileggere gli stereotipi, i pregiudizi e la paura del diverso sotto una nuova luce, ma può anche servire a non farsi manipolare e a ragionare senza ricorrere troppo al pilota automatico.


Paura del diverso: una visione psico-antropologica

 

Se alla base del pregiudizio troviamo la paura, resta da chiedersi da cosa derivi questa reazione, soprattutto in quanto inconsapevole e automatica. La paura verso ciò che non si conosce ha radici molto profonde, risalenti all’evoluzione animale, e quindi anche della specie umana. Si teme lo sconosciuto per sopperire alla necessità di proteggere se stessi e il proprio gruppo sociale da potenziali minacce, per garantirne la sopravvivenza. Anche lo stereotipo, in quest’ottica, assume una funzione difensiva, consentendo il mantenimento della propria cultura e la protezione delle posizioni acquisite.

In effetti, dal punto di vista evolutivo, la paura per tutto ciò che è diverso ed insolito caratterizza l’essere umano fin dalla prima infanzia, tanto da essere sperimentata dagli 8 mesi di vita. Orientativamente in questo periodo, i bambini iniziano a manifestare una reazione di paura nei confronti delle persone estranee, piangendo in assenza della madre o della figura di riferimento. Si tratta di una reazione innata con un preciso significato evolutivo. L’estraneità viene considerata un segnale di potenziale pericolo, rinforzando contemporaneamente l’attaccamento nei confronti della madre, le cui cure sono essenziali per la sopravvivenza dell’individuo e della specie.

In seguito, la paura (o la fascinazione) per il diverso risulta particolarmente evidente nei bambini che, privi delle inibizioni date dalle norme sociali (pregiudizi), si stupiscono, si impauriscono e fanno domande, spesso in modo ritenuto inappropriato o sconveniente, quando si trovano davanti a persone vestite in maniera particolare, con aspetto diverso dal proprio o con disabilità di varia natura.

 

Crescendo, anche in seguito alle reazioni di disapprovazione e rimprovero da parte degli adulti, i bambini imparano che certe questioni sono da trattare in maniera più delicata e privata. Questo, tuttavia, ha a che fare con le modalità di manifestazione di una certa reazione, in questo caso il timore per il diverso, la quale resta comunque presente anche in età adulta. Rimaniamo incuriositi (positivamente o negativamente) da chi non è come noi, apprendiamo solo che ci sono modi socialmente accettati e altri disapprovati per esprimerlo.

La paura per il diverso è dunque propria dell’uomo, e si è evoluta insieme al suo modo di concepire e rappresentare la realtà.

 

A riprova di ciò si può considerare come, nella lingua inglese, i termini “stranger” (straniero, sconosciuto) e “strange” (strano, bizzarro, insolito) siano praticamente sovrapponibili; o ancora, pensare al termine latino “extraneus” (estraneo, sconosciuto), la cui radice “extra” significa fuori, da fuori, cioè colui che è di un altro paese, in altre parole straniero.

Gli esempi tratti dalle lingue possono continuare prendendo in esame l’ideogramma cinese yì, ossia differente, strano, altro, il cui carattere arcaico raffigura una persona che muove le mani in aria in modo minaccioso e che indossa una sorta di maschera (in maniera significativa, la testa è a sua volta costituita da un altro ideogramma, con significato “occidente”). Anche in questo caso, dunque, differente rimanda a ciò che è negativo, ignoto e lontano.

Pertanto, i nostri meccanismi mentali ci portano ad avere timore della diversità e ad essere sospettosi nei suoi confronti, per ragioni evolutive e di conservazione della propria identità. Così è la natura degli esseri umani, e negarla o pretendere di cambiarla per capriccio, volontà o imposizione (cioè, in poche parole, pretendendo di estendere i propri stereotipi e pregiugizi a tutti gli altri) è non solo inutile, ma anche una vera e propria violenza sugli altri. Tuttavia, questo aspetto naturale e imprescindibile (come altri) non deve essere una giustificazione alla discriminazione e al disprezzo nei confronti di ciò che non conosciamo (una maniera, di nuovo, per estendere i propri stereotipi e pregiudizi a tutti gli altri, uguale e contraria alla precedente).

 

Conclusioni: da “hostis” a “hospes”

 

Nelle lingue di origine latina, il significato originario del termine “straniero” rimanda alla stessa radice da cui provengono i termini, apparentemente antitetici, di “nemico” (“hostis”, ostile) e “ospite” (“hostes”). La nozione di ostilità e quella di ospitalità sono dunque strettamente collegate, e lo straniero ha una duplice accezione: in un caso ospite da rispettare (hospes), nell'altro nemico da combattere (hostis).

In effetti, l’altro è al tempo stesso diverso e simile a sé, nel suo essere umano e in grado di provare sensazioni ed emozioni umane, seppur di natura o qualità differenti. Se nell’altro si riconoscono solo differenze, si perde la dimensione comune; se ci si sforza per azzerare la diversità, affannandosi a cercare un’uguaglianza categorica e a priori, si scredita tutta l’originalità dell’altro, sacrificandola in nome di un’integrazione forzata che non ha nulla di autentico e, inevitabilmente, la diversità (altrui o propria) verrà annullata e assimilata da un'altra. 

Considerando entrambi gli aspetti, è possibile riconoscere la diversità non più come qualcosa di minaccioso o dannoso di cui avere paura, bensì come un “mondo nuovo” da esplorare e scoprire, a cui ci si può approcciare con curiosità e interesse, anche per conoscere più e meglio se stessi, avendo un confronto con qualcosa di differente.

Trasformare il potenziale hostis in hospes rappresenta una scelta complessa, faticosa, che necessita di essere calibrata e che è frutto dell’impegno reciproco di entrambi gli interlocutori. A questo proposito, non bisogna dimenticare che, se da una parte l’ospite va accolto, questi si deve anche lasciare ospitare e accettare le regole della casa.

 

 

In conclusione, sviluppare una consapevolezza dell’esistenza e dell’inevitabilità di quei meccanismi che portano a stereotipi, pregiudizi e timore verso il diverso, permette in parte di controllarli e di esercitare una certa flessibilità in un sistema altrimenti rigido. Si tratta, in ultima analisi, di partire proprio dagli inevitabili stereotipi e pregiudizi, senza negarli o stigmatizzarli attraverso facili e falsi moralismi, per scegliere consapevolmente di andare oltre e cercare di dare una forma più realistica a ciò che è ritenuto diverso, conoscendolo per come è davvero. Una volta tracciati dei contorni più definiti e consapevoli di ciò che si presenta differente, sarà possibile un approccio più adeguato.

 

Se invece la paura dovesse permanere, anche per convenienza del sistema, il rischio è che si cristallizzi, fino a incancrenirsi, un sistema interno scisso, con da una parte la fazione dei “buoni” contrapposto alla schiera dei “cattivi”, quest’ultima considerata in maniera totalmente e universalmente negativa. Si badi che entrambe le fazioni si considererebbero i “buoni”, innescando un'ulteriore generazione di stereotipi e pregiudizi nei confronti dei “cattivi”. Ciò che intendeva annullare le differenze, ne genera di fatto di nuove.

Tale visione binaria del mondo porta alla formazione di pregiudizi sempre più rigidi, e corrisponde inevitabilmente ad un aumento nell’aggressività e nella violenza, vista come difesa necessaria agli attacchi esterni.

Attraverso la consapevolezza dei meccanismi di categorizzazione e di protezione nei confronti di ciò che è altro da sé, è possibile invece sviluppare una visione più accurata e tridimensionale del mondo che ci circonda, accogliendolo nella sua diversità, particolarità e complessità, dunque nella sua ricchezza.


26 settembre 2021

La coercizione psicologica


La coercizione psicologica, tra le influenze sociali, consiste in una serie di pratiche finalizzate nel costringere una persona a comportarsi involontariamente in un certo modo (che sia compiere o evitare di compiere un'azione) mediante l'uso di minacce, intimidazioni o qualche altra forma di pressione o forzatura. I sistemi coercitivi usano i meccanismi di influenza psicologica in modo repressivo, per indurre l'apprendimento e l'adozione di un'ideologia o di un insieme designato di credenze, idee, atteggiamenti o comportamenti.

Questo meccanismo viene indotto attraverso la minaccia credibile di qualche tipo di danno, correlato alla scelta della persona sottoposta a coercizione. Spesso comporta l'effettiva inflizione di un danno fisico o psicologico che rende credibile la minaccia, ma è la prospettiva di un ulteriore danno, che porta al cambiamento, alla cooperazione o all'obbedienza della persona costretta. Per questo, la coercizione è a tutti gli effetti ritenuta una forma di violenza.

La persona soggetta a coercizione può essere sottoposta a vari tipi di influenza coercitiva e a tattiche che inducono diversi gradi di ansia e stress nel corso del tempo.

In questo senso, è possibile distinguere varie forme di coercizione, in base a diversi criteri: tipo di danno minacciato, scopi o effetti.

 

Come avviene la coercizione

 

Considerando il tipo di minaccia, si può distinguere tra coercizione fisica, psicologica ed economica.

 

La coercizione fisica

 

Un modo di dire spesso utilizzato è "puntare una pistola alla testa di qualcuno", chiaro riferimento all'uso della minaccia fisica per costringerlo all'azione. Il contenuto della minaccia condizionata è l'uso della violenza fisica o della forza contro la persona, i cari o la proprietà della vittima. È la forma più comunemente considerata di coercizione, poiché risulta la più evidente. Sia criminali che forze armate, governi o regnanti di ogni sorta utilizzano da sempre questo metodo per imporre la disciplina e intimidire le masse o le opposizioni, per sottometterle, farle tacere o farne degli esempi.

Tuttavia, esistono anche forme non fisiche di coercizione, dove la minaccia di lesioni non implica necessariamente l'uso della forza fisica, ma si avvale di tecniche più subdole e sottili.

 

La coercizione psicologica


Nella coercizione psicologica, il danno minacciato riguarda le relazioni della vittima con altre persone. L'esempio più comune è il ricatto, in particolare il ricatto emotivo. Ma è possibile considerare molti altri casi, come le minacce di rifiuto, disapprovazione o esclusione da parte di un gruppo di pari, o anche la semplice rabbia o disappunto da parte di una persona cara.

 

 

La coercizione economica

 

La coercizione economica si verifica quando un detentore di una risorsa vitale usa il suo vantaggio per costringere una persona a fare qualcosa che non farebbe se questa risorsa non fosse monopolizzata. Ad esempio, se c’è un solo proprietario per l’unica riserva d'acqua, il suddetto può costringere la persona assetata a pagare un prezzo esorbitante per quell'acqua o fargli svolgere un lavoro eccessivo o di sfruttamento.

 

Gli obiettivi


La coercizione predatoria

In questo caso, lo scopo di chi costringe è quello di restringere il campo delle possibili azioni altrui, in modo da renderle strumentali ai propri interessi personali. Secondo molti filosofi sociali, questo tipo di comportamento predatorio diventerebbe quello prevalente in condizioni di anarchia sociale, ma ciò non esclude che possa essere riscontrato anche nei moderni sistemi di stampo liberista e capitalista.

La coercizione religiosa

 

Un approccio specifico alla coercizione predatoria è quello di matrice religiosa, in cui viene postulata un'entità di natura sovrannaturale che impone regole e restrizioni (tramite incarnazioni e vicari terreni), dispensa punizioni e doni, e la cui minaccia si impone secondo un arbitrario modello di comportamento da seguire.

 

La coercizione pedagogica e del pensiero

 

All'altro estremo dello spettro, si trovano i tentativi di usare la coercizione altruisticamente, come un dispositivo pedagogico per “migliorare” - in un senso che si suppone oggettivo da chi lo impiega - il modo di pensare delle altre persone, con particolare riguardo ai loro atteggiamenti e valori di base. La coercizione pedagogica può essere applicata all'interno di un contesto strettamente educativo, ed è per lo più rivolta ai bambini. In questo articolo, tuttavia, l'attenzione si concentrerà sulla coercizione del pensiero, vale a dire il tentativo di usare la coercizione per influenzare i valori di base delle persone adulte in generale.

In tutte le forme di coercizione del pensiero, l'obiettivo immediato è quello di obbligare le altre persone ad agire come se i loro criteri di scelta fossero identici a quelli dell’autorità che costringe. Tuttavia, questa semplice conformità di comportamento "esteriore" non è che un primo passo. Il vero e ultimo scopo della coercizione del pensiero è quello di indurre un cambiamento nella funzionalità oggettiva della persona che ne è vittima, vale a dire l'insieme di valori e regole di base con cui questa determina la propria scelta tra le alternative di un insieme possibile. La coercizione del pensiero è dunque generalmente destinata ad essere solo temporanea poiché, una volta ottenuto il cambiamento di valori desiderato, ci si aspetta che la vittima si conformi spontaneamente, senza bisogno di ulteriori coercizioni.

 

La coercizione ideologica

 

La coercizione ideologica è l'uso della coercizione del pensiero per modificare la filosofia sociale e politica della popolazione. Ciò si differenzia nettamente dalla semplice propaganda o dalla persecuzione degli avversari politici, in quanto il suo obiettivo è quello di forzare conversioni ideologiche individuali.

La persona sottoposta a coercizione ideologica è portata a riconsiderare in modo negativo gli aspetti più centrali della propria esperienza di sé e della propria condotta pregressa, fino a sentirsi “crudele” o “cattiva”. Il meccanismo è progettato per destabilizzare e minare la coscienza di base del soggetto, la sua consapevolezza della realtà, la visione del mondo, il controllo emotivo e i meccanismi di difesa. Nello specifico, si punta a creare forti sensazioni emotive negative associate a determinate condotte o pensieri, attraverso tecniche come l'umiliazione profonda, la perdita di privilegi, l'isolamento sociale, i cambiamenti di status sociale, il senso di colpa intenso, l'ansia e la manipolazione.

Gradualmente, la persona è portata a mettere in discussione, dubitare e reinterpretare la propria vita, adottando infine una nuova "realtà" (ovviamente quella voluta da chi ha applicato la coercizione ideologica).

 

La coercizione disciplinare

 

Da qualche parte nel mezzo, tra la coercizione predatoria e quella pedagogica, si trovano le forme di coercizione che sono usate come i principali strumenti di coordinamento dei sistemi di comando. Si tratta di organizzazioni che usano la coercizione per imporre ai loro membri modelli di divisione del lavoro finalizzati al raggiungimento degli obiettivi dell'organizzazione, che per una varietà di ragioni possono non essere sempre coerenti con gli obiettivi personali di ciascun membro. L'esempio più tipico di un sistema di comando è l'organizzazione militare, ma qualsiasi grande gruppo di produzione industriale può facilmente rientrare in questa categoria.


Gli effetti

 

Gli effetti della coercizione possono essere sostanzialmente diversi a seconda del tipo. Qui saranno considerati dal punto di vista legale, psicologico, sociale ed etico.


Effetti legali

 

Nella maggior parte dei sistemi giuridici, l'uso della coercizione fisica specifica da parte di privati è un reato penale in tutti i casi che non riguardano la difesa personale.

Il quadro si rivela più complesso per la coercizione psicologica, vista la sua maggiore elusività. Nella maggior parte dei sistemi, la coercizione psicologica è trattata come un reato penale quando è finalizzata all'estorsione (come ad esempio il ricatto). Viene anche punita quando porta a un'influenza indebita, definita come una relazione padrone-schiavo.

In aggiunta, la coercizione economica è generalmente illegale nella maggior parte dei sistemi di legislazione antitrust, dove può essere un reato penale - come negli Stati Uniti - o un reato amministrativo passibile di una semplice multa - come per la legislazione europea.


Effetti psicologici

 

Comportarsi in modi che non sono allineati con i propri valori personali può provocare grande disagio e sofferenza psicologica, in quanto le azioni vanno a contraddire non solo le credenze sul mondo, ma anche l’idea che si ha di sé stessi.

Questa incongruenza prende il nome di dissonanza cognitiva, ossia la sensazione che si prova quando si è costretti a fare (pubblicamente) qualcosa che (privatamente) non si vuole fare. In questo modo, si crea una disparità netta tra la propria cognizione (“non volevo farlo”) e il comportamento adottato (“l'ho fatto”). La dissonanza cognitiva può essere fonte di malessere e disagio, soprattutto se la disparità tra le proprie credenze e i comportamenti richiesti implica un aspetto centrale per il senso di sé.

Oltre al forte malessere, che può portare anche a veri e propri disturbi depressivi e ansiosi, la dissonanza cognitiva può influenzare profondamente il modo in cui le persone si sentono e si vedono, generando sentimenti negativi di autostima.


Effetti etici: coercizione e libertà

 

Se le pratiche di coercizione predatoria individuale sono generalmente disapprovate, se non punite dalla legge, la situazione si fa più complessa – e controversa – per le forme di coercizione non predatorie, come la coercizione politica e di pensiero.


La coercizione come negazione della libertà


Secondo questo punto di vista, ogni forma di coercizione non può mai considerarsi etica, in quanto ferisce la libertà, a prescindere dai suoi effetti dannosi sul progresso sociale. Il valore etico della libertà si fonda sull'idea che la coscienza non può essere costretta, ed è quindi il riferimento ultimo per la moralità. Ne consegue che - da un punto di vista etico - la coercizione non può nemmeno essere considerata come un male minore e/o necessario. Questo perché, non potendo generare un comportamento veramente coscienzioso, non potrà mai portare alla realizzazione di alcun valore etico, ma solo alla sua temporanea imitazione, per tornare allo stato iniziale una volta che viene a mancare la fonte della coercizione.


La coercizione come fonte di libertà

 

Sviluppando l'idea socratica secondo cui il male morale è il risultato dell'ignoranza, i filosofi stoici sostennero che la "vera" coscienza - e quindi la virtù - potesse essere raggiunta solo liberandosi dall'irrazionalità e dalle passioni, attraverso il severo autocontrollo tipico degli uomini saggi. Questo principio fu poi inserito nel quadro cristiano del peccato originale e della necessità di una redenzione "esterna", per produrre l'idea che in molte occasioni una coercizione specifica da parte di un’autorità potesse e dovesse prendere il posto dell'autocontrollo nel liberare le persone comuni dalle loro tendenze peccaminose. Quasi paradossalmente, la libertà spirituale personale venne così ad essere spesso basata sulla coercizione del pensiero da parte di pochi eletti sapienti e ritenuti superiori.

Soprattutto negli ultimi tempi, questo approccio alternativo è andato ben oltre il campo religioso, ed è condiviso oggi da tutti coloro che ritengono di avere un accesso privilegiato alla "vera" coscienza, alla “verità”, grazie ad una rivelazione divina, piuttosto che ad una conoscenza "scientifica" settoriale o a qualche altra circostanza ritenuta speciale da chi vuole uniformare tutti alla propria visione del mondo delle cose. A parte i principi religiosi, la "vera" coscienza può consistere nella coscienza di classe, nel nazionalismo, nell'altruismo come obbligo, nei valori "sociali" (ovviamente quelli della propria società, o addirittura di una società ideale, non realmente esistente), nella correttezza politica o in qualsiasi altra visione del mondo fortemente etica. L'elemento comune è la ferma convinzione che la coercizione – che sia quella legale da parte dello Stato, o quella di gruppi terroristici - possa e debba essere usata per realizzare la "vera" libertà per tutti, a prescindere dalle obiezioni e dalle conseguenze per i dissidenti.


Conclusioni

 

Nonostante vi siano interpretazioni etiche che cerchino di giustificare la coercizione alla luce di un supposto bene comune o interesse pubblico, risulta che i sistemi psicologici coercitivi violano i concetti più fondamentali dei diritti umani di base, garantiti da molte dichiarazioni, atti e giurisprudenza in tutto il mondo.

Se le forme di coercizione predatoria o violenta sono universalmente disapprovate e punite dalla legge, la coercizione ideologica e del pensiero rappresenta una forma di violenza nei confronti dell’individuo, per le gravi conseguenze fisiche e psicologiche che ha sulla vittima.

In questo articolo si è evidenziato come ogni forma di coercizione abbia profondi e gravi effetti negativi sull’intera psiche del soggetto, che può arrivare a mettere in dubbio anche la propria identità, valori e credenze, intaccando il nucleo fondamentale di chi si è. Le persone che ne sono vittima diventano confuse, intimidite e costrette al silenzio, diventando infine accondiscendenti per poter tornare a vivere. Oppure tenderanno a radicalizzarsi nelle loro posizioni iniziali e dissenzienti, diventando potenzialmente ostili e aggressivi nei confronti delle forze d'oppressione. Tali effetti non possono essere sottovalutati o messi in secondo piano, e l'utilizzo insensato di tali pratiche porterà, in un modo o nell'altro, a stati di sofferenza. 

 


25 gennaio 2021

L’intelligenza che diminuisce: come stimolare i ragazzi tra linguaggio impoverito e mondo digitale


L’intelligenza è un concetto complesso e dalle molte sfaccettature, che comprende abilità mentali e psichiche come elaborare modelli, pensare in astratto, capire gli altri e generare nuove idee.

Negli ultimi decenni, numerosi studi hanno riscontrato come tali capacità abbiano subìto un calo significativo all’interno della popolazione, quantitativo e qualitativo, soprattutto fra le nuove generazioni, in controtendenza con quanto riscontrato durante il secolo scorso.

A partire dal secondo dopoguerra, il quoziente d’intelligenza medio della popolazione è stato interessato da un continuo incremento, un fenomeno talmente riconosciuto e acclarato da meritare un nome specifico, lo spesso citato “effetto Flynn”. Tale tendenza ha ricevuto numerosissimi tentativi di spiegazione. L’aumento costante del quoziente di intelligenza è stato interpretato alla luce dei miglioramenti nelle condizioni di salute della popolazione, nell’alimentazione, nello stile di vita e nell’istruzione scolastica. Fino agli anni ’90, l'idea diffusa e dominante nei paesi occidentali avanzati era che si potesse progredire all’infinito (nel QI medio come in molti altri ambiti sociali), sviluppare un’intelligenza senza limiti, cavalcando l’onda dell’ottimismo associato allo sviluppo tecnico, sempre più rapido durante i decenni successivi alla Seconda guerra mondiale.

 

Ma la realtà evidenzia una tendenza contraria. Varie analisi dei test del quoziente intellettivo, svolte negli ultimi anni, indicano una parabola discendente. La “spinta” dell’effetto Flynn potrebbe essersi esaurita nei paesi altamente sviluppati e, a partire dagli anni duemila, è cominciata una lenta, ma inesorabile, decrescita del pensiero cognitivo.

È importante evidenziare, in ogni caso, che i concetti di quoziente intellettivo e intelligenza sono tutt’altro che sovrapponibili. Questo perché i test di valutazione del QI valutano solo una parte dell’intelligenza di una persona, e in particolare le macro aree di comprensione verbale, ragionamento visuo-percettivo, memoria di lavoro e velocità di elaborazione, senza però tenere in considerazione molte altre sfaccettature, come le capacità comunicative, l’empatia, la consapevolezza emotiva o l’abilità di pianificare seguendo degli obiettivi.

Oltre al QI, però, gli indicatori standardizzati delle prestazioni scolastiche indicano che le competenze accademiche, in particolare quelle matematiche e linguistiche, sono in calo. Ma per quale motivo i ragazzi risultano essere meno intelligenti dei genitori?

Secondo le ricerche, il fenomeno non può essere spiegato da fattori genetici o dai movimenti migratori, poiché le variazioni nel quoziente d’intelligenza si manifestano anche all’interno della stessa famiglia.

L’inversione dell’effetto Flynn, invece, sembra essere dovuta a fattori ambientali esterni, come uno stile di vita maggiormente sedentario e un’alimentazione caratterizzata dalla presenza maggiore di cibi industriali. I fattori più incisivi del calo sembrano però essere l’abbassamento nella qualità del sistema di istruzione, il declino dei valori educativi in funzione di quelli istruttivi, basati sull’esaltazione dell’apprendimento e della conoscenza funzionali (cioè direttamente spendibili in ambiti lavorativi), e l’utilizzo crescente di televisione, media e tecnologie digitali.

 

Una delle questioni più spinose riguarda, in modo specifico, il deterioramento della qualità di insegnanti, che preparano in modo inadeguato gli studenti, i quali a loro volta diventeranno docenti mediocri, in una spirale discendente che porta ad un continuo peggioramento e che può essere spezzata solo da un serio investimento nel sistema di istruzione, in coppia con delle riforme che abbiano il coraggio di andare in controtendenza con quelle degli ultimi decenni.

Per concludere questa breve introduzione e, allo stesso tempo, aprire il prossimo capitolo, si sottolinea che l’inversione dell'effetto Flynn, per la sua rilevanza, è un fenomeno ancora largamente discusso. In questo articolo si vuole solamente fornire una riflessione su uno dei fattori che contraddistingue la modernità e che può influenzare notevolmente le abilità cognitive, ossia il linguaggio e il suo impoverimento, anche dovuto all’uso – e abuso – degli strumenti digitali.

 

L'impoverimento del linguaggio

 

Il declino dell’intelligenza media della popolazione è da attribuire, in concomitanza con altri fattori, all’impoverimento del linguaggio e al restringimento della sfera lessicale.

Il rapporto tra linguaggio e pensiero è stato ampiamente trattato dalla filosofia e dimostrato da molteplici studi, che hanno analizzato i modi in cui il linguaggio possa potenziare il pensiero e, viceversa, come le facoltà di pensiero possano influenzare la capacità linguistica, in una relazione bidirezionale. In altri termini, una contrazione del vocabolario utilizzato, con una conseguente riduzione delle sottigliezze linguistiche, limitano la capacità di elaborare pensieri complessi.

A titolo di esempio, la progressiva scomparsa di modi e tempi verbali, come il congiuntivo, il passato remoto, le forme composte del futuro o il participio presente e passato, genera un pensiero incatenato nell’eterno presente, incapace di ricordo critico del passato e di proiezioni (astratte) nel tempo futuro. 

 

Allo stesso modo, la precisione e la varietà dell’espressione, verbale o scritta che sia, sono estremamente inibite dalla generalizzazione del pronome “tu”, dalla scomparsa della forma impersonale e dall’estinzione delle lettere maiuscole e della punteggiatura.

L’eliminazione di una parola, quindi, non implica solo la rinuncia al suo suono, ma anche al concetto che questa esprime. Usare meno parole e meno verbi coniugati corrisponde a una minore capacità di esprimere emozioni e limita la possibilità di elaborare un pensiero, un ragionamento complesso.

Allo stesso tempo, senza le parole necessarie a costruire un ragionamento, il pensiero complesso è ostacolato, impedito, reso impossibile. Insomma, più la lingua è resa povera, meno pensiero può esistere.

Tutto questo ha un impatto diretto sulla persona che vive nell’incapacità di tradurre le emozioni in parole, mancanza associata ai comportamenti violenti sia nella sfera pubblica che privata.

Questo perché non può esistere pensiero critico, e quindi possibilità di dissenso (o, di converso, assenso consapevole), senza le parole. Come si può elaborare un pensiero ipotetico-deduttivo senza padroneggiare l’uso del congiuntivo e del condizionale? Come immaginare un futuro, senza poter accedere ad una coniugazione nel futuro? Come è possibile concepire una temporalità, ossia una successione di eventi nel tempo, passati o futuri, con la loro durata relativa, senza un linguaggio che distingua tra ciò che avrebbe potuto essere, ciò che era, ciò che è, pensare a cosa potrebbe succedere dopo che ciò che potrebbe accadere è effettivamente accaduto?

 


Confusi? Allora propongo un esperimento. Provate a pensare a qualcosa a cui non corrisponda una parola. Non ci riuscite? Appunto.

 

Il mondo digitale

 

Si consideri ora la profonda e inarrestabile trasformazione culturale prodotta dalle tecnologie definite “digitali”, che sta travolgendo come uno tsunami l’esperienza e la cognizione umana.

L’incredibile velocità con cui lo sviluppo tecnologico investe la società, trasformandola in un processo di continua ed esponenziale confusione, lascia senza parole. Anche in senso letterale. 

 

Da parte sua, il patrimonio linguistico si arricchisce continuamente di nuovi lemmi, per dare un nome ai nuovi concetti e fenomenologie che emergono al seguito di questo sviluppo tecnico. Tuttavia, tale incremento si rivela insufficiente, o quanto meno troppo lento, per padroneggiare concettualmente l’insieme delle trasformazioni generate dalle tecnologie digitali.

In altre parole, disponiamo delle parole che ci rendono in grado di creare nuove tecnologie velocemente e in grandi quantità, ma non ne possediamo a sufficienza per comprenderne l’impatto che queste hanno a livello globale, sul pianeta, sulla specie, sulla società e sulla nostra mente.

Parallelamente, a partire dal secolo scorso ha preso avvio una seconda trasformazione culturale che, negli ultimi anni, sta subendo una particolare e crescente accelerazione. Si tratta della conversione, della tendenza, al cosiddetto pensiero “tecnico”, ossia derivato dall’ambito scientifico, a scapito di quello “umanistico”, che valorizza l’apprendimento e la conoscenza in quanto tale.

La formazione culturale e l’istruzione, e di conseguenza il linguaggio, stanno virando sempre più verso un approccio scientifico specialistico. Questa dinamica premia la creazione arbitraria e l'introduzione di parole prive di connotazioni etiche o morali, esclusivamente descrittive, svuotando di senso anche tutte quelle con carica valoriale forte (cioè le parole che descrivono l'uomo a sé stesso, permettendogli di crearsi un “senso”).


Analizzando i principali veicoli di comunicazione dei media e dei social, si può notare come questi abbiano determinato numerosi cambiamenti all’interno della società, i cui effetti si conoscono solo in parte.

Innanzitutto, negli ultimi anni e nelle generazioni più giovani (pur essendo un fenomeno che interessa anche le fasce più adulte della popolazione), l’aumento esponenziale del tempo trascorso sugli smartphone e sui social media, fino a diventare eccessivo, risulta giocoforza tempo sottratto ad altre attività formative, ossia afferenti all’ambito scolastico, ma non solo. 

 

La necessità, imposta dai nuovi media, di comunicare in modo semplice, diretto e veloce, porta ad un graduale impoverimento del linguaggio. In particolare, l'utilizzo crescente e sempre più dilagante di una comunicazione visiva, con pittogrammi, ideogrammi ed icone, sembra essere alla base di una riduzione della capacità immaginativa, indispensabile per creare ed elaborare informazioni complesse.

Allo stesso tempo, il pensiero e il ragionamento, e specificatamente le capacità elaborative, sono stati ormai da tempo abbondantemente superati, in rapidità ed efficienza, da processori sempre più potenti, piccoli e veloci. Come risultato, la mente è sempre meno stimolata ad impegnarsi in operazioni che richiedano tempo e sforzo, delegando la ricerca delle risposte allo strumento tecnologico, nell'illusione che questi possa elaborare anche decisioni qualitative, come decidere cosa sia giusto o sbagliato. Per una sorta di contrappasso, la mente umana tende a livellarsi con le prerogative della macchina da lei stessa creata, smettendo di pensare per ridursi alla sola computazione (cioè mero calcolo quantitativo).

 

Cosa fare

 

Questo quadro, alquanto desolante, non è stato descritto per scoraggiare o demoralizzare i genitori, gli insegnanti o gli educatori che ancora credono e investono nelle nuove generazioni, ma vuole essere piuttosto un incoraggiamento, un richiamo alla necessità di invertire una pericolosa tendenza.

 

Per contrastare il sistema ormai diffuso, che porta all’appiattimento cognitivo ed emotivo, la regola fondamentale da seguire è frequentare ambienti stimolanti, che possano risvegliare i sensi, le abilità di ragionamento e la creatività.

I figli, gli studenti e i ragazzi vanno fatti parlare, leggere, scrivere, esprimere (liberi e protetti dallo stigma sociale) e confrontare tra loro e con gli adulti in modo aperto. 

È essenziale insegnare e praticare loro la lingua madre in modo approfondito e nelle sue forme più diverse, anche se appare complessa, specialmente se è complessa. Questo sforzo è indispensabile per poter comprendere, poter pensare, poter ragionare. Al contrario, la supposta necessità di semplificare l'ortografia, scontare la lingua dei suoi “difetti” o dei termini “superati”, abolire i generi, i tempi verbali, le infinite sfumature di un dizionario dei sinonimi, tutto ciò che crea complessità, sono i veri artefici dell'impoverimento mentale e nemici della libertà di pensiero.

 

Non c’è dissenso senza la capacità di elaborare ed esprimere un concetto in autonomia.

Non c’è consapevolezza senza il pensiero di se stessi.

Non c'è bellezza se non si può pensare la bellezza.

 




20 settembre 2020

Le conseguenze psicologiche dell'isolamento


La relazione come bisogno primario



O ἄνθρωπος φύσει πολιτικoν ζῷον

 

O anthropos physei politikon zoòn

 

L’uomo è per natura un animale sociale (Aristotele)



Con il termine politikon, il filosofo greco Aristotele spiega e riassume una delle caratteristiche distintive dell’essere umano, la sua “politicità”, cioè il suo essere un animale sociale, il fondamentale e costante bisogno di rapporto e di confronto con altri suoi simili.

Ogni essere umano nasce ed è cresciuto da esseri umani, vive in un gruppo, ne acquisisce lingua, cultura, religione, mentalità, in altre parole acquisisce un’identità. Una volta uscito dall’infanzia e diventato adulto, si inserisce in gruppi organizzati e socialmente determinati.

 

Secondo Aristotele, poi, la socialità è anche fondamentale per il processo della conoscenza. Per natura, l’uomo possiede la parola, il linguaggio, la capacità di comunicare, di stabilire relazioni ed anche di ragionare (logos). Per raggiungere il sapere, però, deve fare esperienze di ciò che è altro da sé, della natura che lo circonda, di ciò che ne fa parte, e soprattutto delle persone, del suo simile. Lo scambio delle opinioni, il dialogo, il vivo rapporto con le altre persone arricchisce l’individuo, aprendolo a nuove conoscenze, a nuove idee, a nuovi punti di vista.

 

Secoli dopo, all’inizio dell’800, il filosofo tedesco Hegel torna a sottolineare la necessità dei rapporti sociali, bisogno che nasce dall’incapacità del singolo di comprendersi e riconoscersi in autonomia. L’intersocialità, ossia il “vedere gli altri”, è di cruciale importanza affinché l’individuo possa capire, innanzitutto, se stesso, “riflettendosi” negli altri. Secondo il filosofo, possiamo riconoscere chi siamo, o essere “per noi”, se per prima cosa siamo “per l’altro”, e viceversa. In altre parole, gli altri sono necessari a noi come noi siamo necessari agli altri. Proprio come per Aristotele, senza l’esperienza del mondo e della socialità, l’individuo rimane vuoto, rinchiuso in un mondo illusorio, incapace di vedere il mondo che lo circonda e incomprensibile perfino a sé stesso.

 

Arrivando al secolo scorso, lo psicologo Maslow afferma come l’appartenenza – intesa come amicizia, affetto familiare, intimità sessuale – sia un bisogno fondamentale dell’uomo, da soddisfare per raggiungere la propria autorealizzazione nella vita.


La nostra storia evolutiva è un’ulteriore testimonianza dell’importanza delle relazioni sociali.

Per l’essere umano, la capacità di instaurare dinamiche sociali complesse ha avuto un ruolo chiave nella sopravvivenza della specie, così come nella sua evoluzione. 

Stare in gruppo dà la possibilità di trovare cibo più facilmente, di potersi difendere meglio dai nemici e di aiutare la riproduzione, allargando il bacino genetico a cui attingere. 


A questo proposito, la ricerca nell’ambito delle neuroscienze e della psicologia ha avuto modo di concludere che lo sviluppo cerebrale, che ha comportato la trasformazione da primati a uomini, non sia una mera conseguenza del potenziamento dei processi di ragionamento. Piuttosto, sembra che il cervello si sia sviluppato, fino a diventare come lo conosciamo oggi, per effetto delle dinamiche sociali, ossia per la necessità di comprendere, interpretare e prevedere il comportamento delle altre persone, ricordarsi i ruoli e le relazioni reciproche.

Il cervello si è progressivamente ingrandito e sviluppato nel tempo, proprio per essere in grado di gestire al meglio le relazioni sociali, che sono divenute a loro volta sempre più complesse e articolate.

Se in passato si credeva che il cervello fosse prevalentemente razionale e logico, la ricerca sembra ora dimostrare la natura sociale dell’essere umano, sostenendo che il comportamento e l’identità di ognuno sono strettamente costruiti sul (e nel) rapporto con l’altro.


In psicologia, una persona è tale in quanto si costruisce e ricostruisce nelle interazioni e nelle relazioni sociali, così che il singolo sviluppa una propria identità sociale, che va a costituire, in modo complementare, l’identità personale. L’immagine di sé che ognuno di noi plasma a partire dalla consapevolezza di appartenere a una società influenza tutto il nostro essere. Per questo, è necessario che il riscontro con il proprio gruppo di appartenenza sia continuo, per tutte le età della vita.

 

La socializzazione, a questo proposito, è un fattore di protezione importantissimo rispetto allo sviluppo di patologie neurodegenerative, come la malattia di Alzheimer. Avere relazioni sociali permette alla persona anziana di ricevere maggiori stimoli a livello cognitivo, ma anche di mantenere un migliore tono dell’umore. Frequentare altre persone e confrontarsi con loro, quindi, appare decisivo per l’invecchiamento sano e attivo.

Non è un caso, infine, che il ritiro sociale o l’impossibilità di trascorrere del tempo con altre persone rappresentino una delle caratteristiche fondamentali di diversi disturbi psichici. L’evitamento dell’altro, il rifugio in se stessi, l’abbandono della società, sono considerati da sempre come indicatori di patologia.


Insomma, la filosofia, la psicologia, le neuroscienze, ma anche semplicemente la nostra stessa natura umana ci rivelano che il rapporto e il confronto con gli altri costituiscono dei veri e propri bisogni fondamentali, tanto quanto lo sono dormire e mangiare.


Quando tale bisogno è impedito o viene negato, l’individuo ne risente considerevolmente, mostrando fragilità specifiche.

 

Gli effetti dell’isolamento sulla psiche

 

Per esaminare le conseguenze psicologiche dell’isolamento sociale, si ritiene utile partire dall’analisi di alcune situazioni tipiche di solitudine, esclusione ed emarginazione e degli effetti che queste hanno sulla salute psicofisica dell’individuo.

 

Isolamento e carcere

 

L'isolamento per reclusione in carcere
è una pratica punitiva che viene adottata in molte prigioni di tutto il mondo da secoli, se non da millenni, i cui effetti psicologici e psicopatologici, soprattutto se di lunga durata, sono stati documentati da un vastissimo numero di studi.
L’isolamento socio-ambientale è stato messo in relazione ad una maggiore insorgenza di disturbi fisici e mentali ed è stato associato a problemi di attenzione e di concentrazione, ansia, pensieri compulsivi, agitazione, paranoia e, addirittura, ad un più alto rischio di mortalità.

Oltre a causare una serie di sintomi psicologici e psicopatologici, l’assenza del contatto sociale per periodi prolungati, nei contesti carcerari, predispone inoltre all’aggressività e alla violenza.


L’esilio

 
In maniera simile all’isolamento carcerario, anche l’esilio è una pena, che consiste nell'allontanamento, perpetuo o temporaneo, dal proprio gruppo sociale (la propria patria). A parere di chi scrive, l’esilio è un evento sociologico, ma anche intrinsecamente psicologico: l’esiliato si ritrova in un paese che adotta un’altra lingua, con usi e costumi differenti, che gli rendono di fatto impossibile comunicare con gli altri per poter godere di uno scambio e di un confronto alla pari.

In questo consiste la pena che si trova a scontare, anche qualora il suo allontanamento sia stato volontario. In esilio, il rapporto con l’altro, ossia con le persone, diventa distante. L’esiliato vede il mondo andare avanti senza di lui, incastrato in una posizione di eterno osservatore, senza potere partecipare attivamente e incapace di incidere sulla realtà circostante. Oltre al senso di impotenza, ciò non può che suscitare rabbia, frustrazione e un profondo senso di solitudine, con conseguenze che analizzeremo in seguito nel paragrafo dedicato.


L’ostracismo

 

L’ostracismo è una forma di punizione sociale basata sull'esclusione deliberata di un individuo dalla società o da un gruppo sociale, per cui, tipicamente, si evita di comunicare con la persona o, addirittura, si dà mostra di non notarla neppure.

 

Una comune forma di bullismo scolastico, l’ostracismo può essere subito anche sul posto di lavoro o nelle relazioni interpersonali e può avere gravi conseguenze per chi lo subisce, sia sul piano fisico che su quello psicologico.



Dal momento che, come già discusso, intrattenere e mantenere rapporti sociali significativi rappresenta un bisogno fondamentale dell’uomo, le forme di esclusione sociale comportano effetti devastanti sulla psiche.

Studi recenti hanno dimostrato che la sensazione di essere esclusi suscita, nel cervello, la stessa reazione associata al dolore fisico: sentirsi rifiutati dalle altre persone, in altre parole, ferisce in modo diretto e immediato. Fa male, nel senso letterale della parola.

L’esclusione sociale, inoltre, limita le capacità della vittima di provare emozioni, sia positive che negative. In particolare, una persona esclusa fatica a provare empatia per gli altri e di essere altruista nei loro confronti, aumentando al contrario i suoi livelli di aggressività.


Le conseguenze psicologiche dell’isolamento

 

Problemi di attenzione e concentrazione, ansia, pensieri compulsivi, agitazione, paranoia. Senso di impotenza, frustrazione, rabbia, aggressività. E ancora, sensazioni paragonabili al dolore fisico, appiattimento emotivo, mancanza di empatia.

Dall’analisi di questi pochi esempi, risulta evidente che l'isolamento sociale risulta devastante per gli esseri umani, sia sul piano fisico che mentale.


Tale esperienza risulta indubbiamente stressante, il che genera a sua volta una dinamica insidiosa: quando si è stressati, si è portati automaticamente a ricercare vicinanza umana, contatto fisico, calore umano, per trovare conforto. L’impossibilità di poter soddisfare questo bisogno, dovuta all’isolamento, può portare a reazioni di tipo depressivo, associate alla tendenza a chiudersi ulteriormente. Ciò rende maggiormente difficile cercare e trovare contatti con gli altri, in una spirale discendente difficile da spezzare, che porta ad un vero e proprio ritiro dalla società.

I contatti sociali attenuano gli effetti negativi dello stress, per questo l’isolamento, soprattutto se prolungato, può avere conseguenze negative sulla salute.

Così, si possono alterare i ritmi del sonno e dell’alimentazione, provocando insonnia o perdita – o aumento – di peso.

Nell’isolamento si è più facilmente sopraffatti da sentimenti negativi, come senso di colpa, tristezza, nervosismo, disorientamento, rassegnazione e, soprattutto, paura.

Senza la possibilità di potersi interfacciare e confrontare con altre persone, si genera una quantità eccessiva di pensieri e preoccupazioni che, non trovando uno sfogo, provocano un sovraccarico mentale, che può portare all’esaurimento. Un gomitolo mentale in cui si resta intrappolati, fatto di paura e incertezza.


Anche per questo motivo, l'isolamento sociale può comportare un aggravamento di disagi psicologici preesistenti, come la depressione, l’ansia o gli attacchi di panico, ma anche la loro insorgenza. L’abuso di farmaci, come gli ansiolitici, rappresenta così un rischio concreto, perché diventa l’unica soluzione che la persona può intraprendere, nella sua mancanza di controllo, per cercare di tenere a bada il malessere.

 

Un altro comportamento di compensazione alla riduzione dei contatti personali e al sentimento di isolamento, invece, è rivolto al mantenimento delle relazioni con gli altri in modi alternativi, ma surrogati, al contatto diretto.

Ciò consiste nell’aumento smisurato di telefonate, videochiamate e contatti on line e nell’impiego spropositato di social media come mezzo per rimanere connessi ad un mondo sconnesso. Se da una parte il ricorso a queste tecnologie svolge senz'altro una funzione utile nell’alleviare il disagio emotivo associato all’isolamento, l’uso eccessivo può comportare il rischio dello sviluppo di condotte di dipendenza.

Come ultima conseguenza dell’isolamento sociale, quindi, risulta importante citare l’uso problematico di internet che, in una società iperconnessa come è quella odierna, risulta un pericolo tremendamente concreto e attuale.


In conclusione, se l’uomo è animale sociale, l’isolamento, nelle sua varie forme, non può che avere gravi conseguenze sulla salute sia fisica che psicologica. Se delle capacità di adattamento e di far fronte alle difficoltà possono aiutare a contrastarne gli effetti, è necessario rivolgere un pensiero di riguardo a coloro che, per diversi motivi, si presentano particolarmente fragili. I bambini e gli anziani, per ragioni differenti e allo stesso tempo simili, sono particolarmente a rischio in una situazione di isolamento, e per questo dovrebbero ricevere attenzioni e cure particolari. Se ciò non succede, le conseguenze potrebbero essere anche molto serie e gravi, anche più delle eventuali ripercussioni che l'isolamento potrebbe scongiurare.