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05 settembre 2022

Stress da rientro: come affrontare il ritorno dalle vacanze

La tanto attesa pausa estiva appena arrivata, è già finita. Si torna in città, con tutto ciò che questo comporta: il lavoro, il traffico, le commissioni sempre di fretta, gli appuntamenti pressanti, il telefono che squilla... in poche parole, la vita di tutti i giorni.

È molto comune vivere il rientro dalle vacanze con una certa ansia e con la sensazione di non riuscire a stare al passo con tutti gli impegni, anche gli stessi che, durante l'anno, sono invece affrontati con disinvoltura e spirito organizzativo.

 

Come non bastasse, a causa dei ritmi e delle richieste sociali e lavorative sempre più incalzanti improntate alla performance e alla responsabilità, i periodi che vengono immediatamente dopo le vacanze sono i più pesanti in termini di carico di lavoro, proprio per compensare l’assenza e recuperare il tempo “perso”. Questa consapevolezza provoca un considerevole stress, il quale può avere conseguenze negative non solo sulla vita al rientro, ma persino sulla vacanza stessa.

Definita da molti psicologi e professionisti del settore “sindrome da rientro al lavoro", a opinione di chi scrive in modo eccessivamente medicalizzante, questo tipo di malessere è però una condizione molto comune che, solitamente, regredisce spontaneamente in breve tempo.


Come riconoscerla


Le vacanze finite sono motivo di tristezza per tutti. Tuttavia, è possibile che l’infelicità si rifletta anche sul piano somatico, associandosi a mancanza di energie, difficoltà a concentrarsi, mal di testa e diffuso senso di malessere. Si possono avere difficoltà a dormire e si può essere piuttosto irritabili. 

In alcuni casi, soprattutto per le persone più predisposte, lo stress può avere importanti conseguenze sulla digestione e provocare disturbi gastrointestinali. Molti avvertono con un certo disagio una sensazione di perdita delle competenze, come percepire di non essere più capaci in certe attività o nel proprio lavoro.

 

In sostanza, si può riassumere il concetto considerando come, dopo un periodo di svago e di riposo, l’impatto con la routine e i doveri può essere motivo di crisi per l’individuo, talvolta fin dagli ultimi giorni di vacanza.

Per questo motivo, dunque, non è appropriato definire una momentanea difficoltà di vita come una patologia, come sembra essere la tendenza negli ultimi anni, soprattutto da parte del mondo anglosassone. Piuttosto, si tratta di una risposta psicofisiologica alla reimmersione nello stress, che può riguardare, trasversalmente e con sfumature diverse, soggetti di età differenti.

 

Cosa si può fare?

 

Pur avendo assodato che lo stress da rientro rappresenta una condizione momentanea non significa che non possa essere motivo di forte malessere e provocare sofferenza in chi lo avverte. Per questo è importante adottare una serie di accorgimenti per attutire l’impatto del ritorno alla routine e affrontare con maggiore tranquillità il periodo post-vacanze.


Pensare a una gradualità

 

Per evitare cambiamenti repentini, sempre destabilizzanti, è preferibile fare in modo di abituarsi al rientro per tempo, preparandosi in modo progressivo. Sul finire delle vacanze e in prossimità del ritorno a casa, si può cominciare a recuperare le abitudini della vita di tutti i giorni, ad esempio evitando abbuffate e festini o cercando di andare a dormire agli orari seguiti per il lavoro.

Una volta rientrati, le consuete attività vanno riprese con gradualità, dandosi del tempo per abituarsi ai nuovi, vecchi, ritmi. 

A questo proposito, è consigliabile non rientrare dalle vacanze la sera prima di ricominciare a lavorare, per quanto ciò rappresenti una tentazione per “godersi” il periodo di riposo. Piuttosto è meglio lasciare almeno un giorno o due di decompressione, per riabituarsi al ritorno alla routine.

Questo perché, durante le vacanze, ci si abitua a orari e luoghi diversi (a volte davvero molto diversi), così che avere del tempo per riorganizzarsi con calma può rendere il passaggio meno brusco e traumatico. 

Inoltre, in questo modo ci si può riabituare alla sveglia, alla pausa pranzo e all’idea di ritornare in ufficio, seguendo i ritmi del proprio corpo e non quelli dell'orologio.


Durante i primi giorni, è opportuno procedere per piccoli obiettivi partendo dagli impegni meno complessi, senza farsi sommergere dalla mole di lavoro. In questa fase è essenziale concedersi le necessarie ore di riposo notturno e dare una particolare attenzione ai momenti di svago e di pausa. 

Solo in un secondo momento, a fase di acclimatamento conclusa, si può passare a dedicare tempo ed energie a progetti più impegnativi, per i quali sono necessari più giorni e la collaborazione di più persone.

 

Il discorso della gradualità è particolarmente importante anche per chi ha dei figli che vanno a scuola. Non bisogna dimenticare che lo stress da rientro non colpisce solo gli adulti con i loro impegni lavorativi, ma può rappresentare un grosso ostacolo anche per bambini e ragazzi che, dopo mesi di vacanze, routine sregolate ed eccezioni alle regole, si trovano a dover tornare sui banchi, per giunta per diverse ore. 

Per alcuni il rientro è vissuto come un vero e proprio lutto e può coincidere con una forte demotivazione, vissuti da non sottovalutare e che i genitori, ma in generale gli adulti, possono e devono aiutare ad elaborare e superare.


Riprendere (o iniziare) abitudini salutari


Nella maggior parte dei casi, una delle strategie principali per contrastare il malessere è proprio promuovere il benessere. Curare l’alimentazione, che deve essere il più possibile corretta, regolare e bilanciata, per non aggiungere problemi di digestione a una situazione già stressante. 

Al contrario, combattere il malumore con l’assunzione di alcolici o con il fumo, non solo non risolve il problema, ma spesso tende a peggiorarlo.

 

Oltre all’alimentazione, anche praticare attività fisica regolarmente può rappresentare un utile obiettivo per l’autunno. 

Se dal punto di vista meramente chimico lo sport favorisce il rilascio delle endorfine, che stimolano un senso di benessere e buonumore, si può anche considerare come l’attività fisica possa essere un’occasione per stare all’aria aperta (come durante le vacanze), oppure un’opportunità dal punto di vista sociale e relazionale, diventando un momento di svago e distensione.


Dare spazio a ciò che piace

 

Quando si torna alla routine, molti rimpiangono l’aria aperta che caratterizza i giorni di vacanza, il sole, le nuotate, le passeggiate, insieme alle sensazioni positive così piacevoli che permeavano tutto il corpo.

Al posto di disperarsi per la vacanza finita, si può cercare di approfittare del rientro e del provvisorio stato di benessere cercando di dedicare più tempo a sé stessi, svolgendo un’attività che sia piacevole e gratificante. 

Leggere un libro, fare una passeggiata, uscire con gli amici, fare shopping o prendere un appuntamento dal parrucchiere sono solo alcuni semplici esempi, ma ognuno conosce i propri gusti e inclinazioni e sa cosa funziona per sé, e potrà in autonomia scegliere le semplici ma positive attività per non rimpiangere la fine del periodo di pausa appena terminato.

 

Più di ogni altra cosa, insomma, è fondamentale non “seppellirsi” immediatamente in casa o in ufficio per i mesi a seguire, bensì ritagliarsi degli spazi per sé, anche se piccoli, ma significativi. 

Perché andare in vacanza dovrebbe essere un sì un periodo di svago, pausa e distrazione, ma anche un modo per ricordare il bisogno essenziale di praticare attività gratificanti, in ogni momento dell’anno.


Ricordare senza nostalgia

 

Non bisogna dimenticare il lato pratico che, come spesso accade, ha importanti risvolti psicologici. La valigia va disfata il prima possibile, evitando di lasciarla in giro per giorni (o settimane), per pigrizia o paura di provare nostalgia della vacanza finita. Rimanere ancorati a quello che è stato, tenendo la valigia piena, non aiuta a rientrare nella quotidianità, oltre ad essere un fattore concreto di caos e disordine, cause notorie di stress e deconcentrazione.

 

Se quindi è importante cercare di riporre tutto in ordine il prima possibile, ciò non significa mettere totalmente da parte quello che è stato, magari scacciando pensieri e divagazioni mentali su quanto è stata piacevole la vacanza e su momenti felici che si sono vissuti. Piuttosto, anche se ovviamente con moderazione, si possono consultare le immagini delle vacanze appena finite, magari condividendole e scambiandole con amici e parenti, insieme ai racconti e agli aneddoti delle proprie avventure e disavventure. Tenere con sé le fotografie e gli oggetti di una vacanza può essere un modo per rievocare i momenti felici trascorsi, ma non come fuga dalla realtà, bensì come supporto per fronteggiare situazioni particolarmente stressanti o in cui si sente sotto pressione.


Organizzare la prossima fuga


In maniera simile, si possono assecondare i pensieri e le divagazioni a tema vacanze, a patto che, però, si traducano in progetti concreti. Il momento del rientro delle vacanze, in questo senso, diventa il migliore per programmare gite fuori porta o finesettimana fuori città, un modo gradevole per rendere più dolce il ritorno a responsabilità e doveri.

 

Ma la fuga dalla routine non deve essere necessariamente un altro viaggio: a volte basta organizzare qualcosa per la settimana, come una cena o un caffè tra amici, per non abbandonarsi al solo lavoro.


Darsi degli obiettivi (e seguirli)

 

Settembre è il momento ideale per porsi obiettivi e buoni propositi per stare bene e su cui lavorare fino alla prossima estate. 

Ci si può cimentare in nuovi hobby e attività, magari scoperti durante le vacanze, oppure tentazioni che si rimandano da tempo, come iscriversi a un corso di formazione, entrare a far parte di una scuola di ballo o unirsi ad una compagnia teatrale. 

Non è necessario che siano cose grandi o cambiamenti radicali. Anzi, procedere per piccoli passi contribuirà a mantenere la continuità nei propositi.

 

E se non fosse solo stress?



In conclusione, lo stress da rientro è una condizione di malessere molto diffusa e rappresenta una momentanea difficoltà di adattamento alla vita di routine. Tutte le sensazioni spiacevoli provocate dal ritorno dalle vacanze sono destinate a scomparire in breve tempo, non appena i ritmi dell'organismo si siano riabituati ai tempi e alle responsabilità della vita quotidiana, agevolati dai piccoli e semplici accorgimenti citati in questo articolo.

Tuttavia è importante non sottovalutare i segnali. Il malessere da rientro presenta numerose sovrapposizioni con altre problematiche, di natura depressiva, che sono invece più radicate e persistenti. 

Se il malessere dovesse continuare o provocare un disagio ritenuto eccessivo, è consigliabile cercare il supporto di un professionista, in grado di distinguere tra crisi passeggera e problema radicato.

 

Inoltre, lo stress da rientro altro non è, in sostanza, che una manifestazione legata all’ansia, nelle sue varie sfaccettature. Solo comprendendo il motivo per cui si tende a rimandare tutto il lavoro a settembre, o che induce a non ritagliarsi mai uno spazio per sé fino a che non si è esauriti, è possibile evitare del tutto di provare il malessere post vacanze. L’ansia nella vita quotidiana affligge molte persone, in gradi differenti. Analizzandone il messaggio è possibile contenerla e adoperarla a proprio vantaggio, per dominarla senza più esserne dominati.

 

Da una cosa apparentemente banale come lo stress da rientro, passeggera e facilmente superabile, scaturiscono però domande e riflessioni anche significative che, se accompagnati da un professionista, possono trovare risposte e modi nuovi di affrontare le situazioni e i momenti di difficoltà.

17 marzo 2022

Perché abbiamo paura del “diverso”?

La definizione di “diverso” è sicuramente molto ampia. Diverso significa altro da sé, esterno, spesso estraneo. Diverso è colui che ha altre idee, culture, tradizioni, religioni rispetto alle proprie. Diverso è chi appare differente, o presenta qualche caratteristica particolare che si discosta dalla propria realtà di riferimento.

Davanti al diverso, le persone sono portate a manifestare una certa inquietudine, una sensazione di disagio ma anche di paura, insieme ad altre emozioni negative che possono generare reazioni di disprezzo e allontanamento.

È molto diffusa l’idea secondo cui la paura per il diverso emerga interamente dalla cattiveria, dalla meschinità e dalla scarsa umanità, e quindi rappresenti un atteggiamento facilmente contrastabile con uno sforzo di volontà. Tale interpretazione risulta eccessivamente semplicistica, e non tiene in considerazione numerosi altri fattori di natura psicologica e antropologica. In questo articolo si vogliono prima di tutto illustrare alcuni meccanismi psicologici dietro alla paura per il diverso, riletti come modi in cui la mente cerca di difendersi dal mondo esterno e di definirsi nella propria identità. In seguito, si vuole offrire una prospettiva antropologica alla questione, chiarendo – senza volerla per questo giustificare – che la paura per il diverso caratterizza l’essere umano da sempre, lungo tutto il corso della sua vita.

 

Stereotipi: le credenze generali

 

Uno dei modi principali con cui la mente elabora le informazioni provenienti dall’ambiente e dà un senso alla realtà, è rappresentato dalla categorizzazione, ossia quel processo che permette di suddividere oggetti, eventi e persone in categorie mentali. Si tratta di una capacità mentale alla base del nostro funzionamento cognitivo, senza la quale non potremmo compiere inferenze o formulare aspettative rispetto all’ambiente circostante. Il processo di categorizzazione è reso possibile dall’elaborazione delle esperienze concretamente vissute, che consentono di affinare e meglio definire le categorie (ad esempio: imparare che esistono molti tipi di insetti diversi, alcuni pericolosi, altri innocui), ma anche su idee derivanti da pregiudizi e stereotipi.

 

Gli stereotipi consistono in un insieme di credenze e idee su una certa classe di oggetti o individui, a cui vengono attribuite determinate caratteristiche.

Sono acquisiti dai singoli individui come parte della cultura del gruppo di appartenenza, che si fa portatore di determinate credenze verso se stesso (definito in psicologia ingroup) e gli altri (outgroup). Gli stereotipi, dunque, sono rappresentazioni largamente condivise e facilmente evocabili. Ad esempio, nella cultura occidentale, un medico è considerato intelligente, affidabile, portatore di autorevolezza e degno di rispetto, mentre l’immagine di un insegnante corrisponde ad una donna, gentile, colta e tendenzialmente riservata.

La diffusione e l’uniformità di tali credenze spinge a chiedersi cosa porti la mente a ricorrere agli stereotipi. Ebbene, questi rappresentano un modo per comprendere la realtà e semplificare il mondo, dando un senso alla complessità di ciò che ci circonda.

In questo senso, gli stereotipi sono una scorciatoia mentale, funzionale alla propria capacità di pensiero nel momento in cui si incorre in un nuovo elemento della realtà, di cui si necessitano informazioni. La realtà viene categorizzata per renderla meno ignota, meno pericolosa, e più comprensibile. In altre parole, gli stereotipi consentono di crearsi delle rapide aspettative sul comportamento altrui, il che assicura un senso di padronanza e controllo, fondamentale per la salute mentale. Così, se incontriamo una persona e questa ci rivela di essere un medico, si assoceranno automaticamente a questo titolo tutta una serie di caratteristiche derivanti dallo stereotipo, come l’intelligenza, l’affidabilità e l’autorevolezza, anche se queste non necessariamente corrispondono alla persona che si ha davanti. Questo esempio ci porta ad un’ulteriore caratteristica degli stereotipi, vale a dire la loro rigidità e resistenza al cambiamento, per cui, una volta formati, risultano difficilmente modificabili, restando ancorati alla cultura e all’identità della persona.

 

Oltre alla difficile modificabilità, gli stereotipi hanno altri risvolti negativi, primi fra tutti gli errori di categorizzazione. Tra questi, i più importanti sono la sottovalutazione delle differenze all’interno del gruppo di appartenenza (ingroup) e la sopravvalutazione delle differenze tra gruppi (outgroup). Nel primo caso, il gruppo sociale a cui si appartiene viene percepito come complesso e multisfaccettato, composto da individui distinti tra loro e portatori di una propria identità. Per quanto riguarda i gruppi sociali esterni, invece, si tende a visualizzarli in maniera compatta e omogenea, fino a non riuscire a cogliere le differenze al suo interno. Gli altri diventano, così, tutti uguali, nel loro essere diversi da sè. Ciò avviene perché si attribuiscono indistintamente delle caratteristiche precise ad un’intera categoria di persone, senza prendere in considerazione l’inevitabile variabilità tra i componenti di quel gruppo.

Pertanto, gli stereotipi sono una strategia funzionale adottata dalla mente per comprendere il mondo e dare un senso alla realtà, e raggiungono il loro scopo a patto che non risultino eccessivamente rigidi e generalizzati.

 

Pregiudizi: le opinioni precostituite

 

Al concetto di stereotipo si lega indissolubilmente quello di pregiudizio, il primo come base del secondo.

Con pregiudizio si intende, letteralmente, un giudizio che viene formulato prima dell’esperienza o comunque in assenza di informazioni concrete. Si tratta di un’opinione che deriva non dalla conoscenza precisa e diretta di eventi, individui o gruppi, bensì sulla base di voci e opinioni comuni. Come gli stereotipi, anche i pregiudizi tendono a rimanere immutati, anche alla luce di nuove conoscenze, e sono diffusi all’interno del gruppo di appartenenza.

Tuttavia, anche se spesso confusi o assimilati allo stesso significato, in realtà stereotipi e pregiudizi presentano importanti differenze. Mentre per gli stereotipi prevale una componente cognitiva o informativa, maggiormente legata all’ottenimento di informazioni in base alle quali creare un giudizio, i pregiudizi sono più legati ad una componente valutativa, come stabilire se qualcosa o qualcuno è apprezzato o meno. Ad esempio, in base ad un pregiudizio, si possono considerare gli avvocati come persone oneste, mentre ritenere i politici incapaci o corrotti. In questo senso, il pregiudizio si lega in modo più stretto alle emozioni della persona, e pertanto risulta facilmente manipolabile dall’esterno. Come gli stereotipi, anche i pregiudizi non si formano in modo casuale o secondo una momentanea scelta arbitraria, bensì costituiscono una parte integrante della cultura di un certo gruppo e derivano dai processi di socializzazione, ossia dall’influenza della società. 



Il pregiudizio è dunque trasmesso socialmente, e come tale può essere creato: nella storia sono innumerevoli gli esempi di gruppi o popolazioni che, prima considerati in maniera positiva o neutra, sono portati al rango di “nemico” o comunque giudicati in modo negativo. Negli ultimi decenni, questo ruolo di influenzamento e creazione di pregiudizi è stato primariamente svolto dai mass media, sempre più abituati a scindere gli eventi in maniera binaria, differenziando in maniera netta tra “buoni” e “cattivi”, confezionando ad arte idee preconcette che nulla hanno a che fare con la realtà. Pregiudizi, appunto.

Oltre a semplificare eccessivamente la realtà, fino a stravolgerla, questa tendenza risulta particolarmente pericolosa per via della stretta connessione tra pregiudizi e comportamento. Dal momento che i pregiudizi portano ad attribuire ad una persona sconosciuta dei tratti e delle caratteristiche ritenute proprie del suo gruppo di appartenenza, ne risultano influenzate anche le interazioni sociali e il modo di porsi e comportarsi con tale individuo.

 

Il comportamento viene quindi modellato sulla base delle credenze possedute, così che si crea una condizione in cui le ipotesi formulate sulla base dei pregiudizi tendono a verificarsi. Questa dinamica, definita della “profezia che si auto-avvera”, influenza l’interazione con le persone sulle quali si hanno pregiudizi, modificandone di conseguenza il comportamento in modo che si conformi al proprio modello. Ad esempio, considerare delle persone come aggressive e violente (senza avere prove o esperienza diretta per poterlo affermare) porta ad assumere atteggiamenti poco gentili e orientati alla punizione nei loro confronti, i quali a loro volta reagiranno in maniera più aggressiva nei confronti di questa ostilità, finendo col confermare le aspettative e il pregiudizio.

 

Pertanto, rispetto agli stereotipi, maggiormente afferenti alla sfera cognitiva, i pregiudizi trovano le proprie basi nelle emozioni, che a loro volta portano a determinati comportamenti. Una delle emozioni cardine del pregiudizio è rappresentata dalla paura del diverso, dell’ignoto, dell’altro da sé. Una paura ancestrale, che caratterizza l’essere umano universalmente e in tutta la sua storia, sia evolutiva, sia di vita. Comprendere questo aspetto può aiutare non solo a rileggere gli stereotipi, i pregiudizi e la paura del diverso sotto una nuova luce, ma può anche servire a non farsi manipolare e a ragionare senza ricorrere troppo al pilota automatico.


Paura del diverso: una visione psico-antropologica

 

Se alla base del pregiudizio troviamo la paura, resta da chiedersi da cosa derivi questa reazione, soprattutto in quanto inconsapevole e automatica. La paura verso ciò che non si conosce ha radici molto profonde, risalenti all’evoluzione animale, e quindi anche della specie umana. Si teme lo sconosciuto per sopperire alla necessità di proteggere se stessi e il proprio gruppo sociale da potenziali minacce, per garantirne la sopravvivenza. Anche lo stereotipo, in quest’ottica, assume una funzione difensiva, consentendo il mantenimento della propria cultura e la protezione delle posizioni acquisite.

In effetti, dal punto di vista evolutivo, la paura per tutto ciò che è diverso ed insolito caratterizza l’essere umano fin dalla prima infanzia, tanto da essere sperimentata dagli 8 mesi di vita. Orientativamente in questo periodo, i bambini iniziano a manifestare una reazione di paura nei confronti delle persone estranee, piangendo in assenza della madre o della figura di riferimento. Si tratta di una reazione innata con un preciso significato evolutivo. L’estraneità viene considerata un segnale di potenziale pericolo, rinforzando contemporaneamente l’attaccamento nei confronti della madre, le cui cure sono essenziali per la sopravvivenza dell’individuo e della specie.

In seguito, la paura (o la fascinazione) per il diverso risulta particolarmente evidente nei bambini che, privi delle inibizioni date dalle norme sociali (pregiudizi), si stupiscono, si impauriscono e fanno domande, spesso in modo ritenuto inappropriato o sconveniente, quando si trovano davanti a persone vestite in maniera particolare, con aspetto diverso dal proprio o con disabilità di varia natura.

 

Crescendo, anche in seguito alle reazioni di disapprovazione e rimprovero da parte degli adulti, i bambini imparano che certe questioni sono da trattare in maniera più delicata e privata. Questo, tuttavia, ha a che fare con le modalità di manifestazione di una certa reazione, in questo caso il timore per il diverso, la quale resta comunque presente anche in età adulta. Rimaniamo incuriositi (positivamente o negativamente) da chi non è come noi, apprendiamo solo che ci sono modi socialmente accettati e altri disapprovati per esprimerlo.

La paura per il diverso è dunque propria dell’uomo, e si è evoluta insieme al suo modo di concepire e rappresentare la realtà.

 

A riprova di ciò si può considerare come, nella lingua inglese, i termini “stranger” (straniero, sconosciuto) e “strange” (strano, bizzarro, insolito) siano praticamente sovrapponibili; o ancora, pensare al termine latino “extraneus” (estraneo, sconosciuto), la cui radice “extra” significa fuori, da fuori, cioè colui che è di un altro paese, in altre parole straniero.

Gli esempi tratti dalle lingue possono continuare prendendo in esame l’ideogramma cinese yì, ossia differente, strano, altro, il cui carattere arcaico raffigura una persona che muove le mani in aria in modo minaccioso e che indossa una sorta di maschera (in maniera significativa, la testa è a sua volta costituita da un altro ideogramma, con significato “occidente”). Anche in questo caso, dunque, differente rimanda a ciò che è negativo, ignoto e lontano.

Pertanto, i nostri meccanismi mentali ci portano ad avere timore della diversità e ad essere sospettosi nei suoi confronti, per ragioni evolutive e di conservazione della propria identità. Così è la natura degli esseri umani, e negarla o pretendere di cambiarla per capriccio, volontà o imposizione (cioè, in poche parole, pretendendo di estendere i propri stereotipi e pregiugizi a tutti gli altri) è non solo inutile, ma anche una vera e propria violenza sugli altri. Tuttavia, questo aspetto naturale e imprescindibile (come altri) non deve essere una giustificazione alla discriminazione e al disprezzo nei confronti di ciò che non conosciamo (una maniera, di nuovo, per estendere i propri stereotipi e pregiudizi a tutti gli altri, uguale e contraria alla precedente).

 

Conclusioni: da “hostis” a “hospes”

 

Nelle lingue di origine latina, il significato originario del termine “straniero” rimanda alla stessa radice da cui provengono i termini, apparentemente antitetici, di “nemico” (“hostis”, ostile) e “ospite” (“hostes”). La nozione di ostilità e quella di ospitalità sono dunque strettamente collegate, e lo straniero ha una duplice accezione: in un caso ospite da rispettare (hospes), nell'altro nemico da combattere (hostis).

In effetti, l’altro è al tempo stesso diverso e simile a sé, nel suo essere umano e in grado di provare sensazioni ed emozioni umane, seppur di natura o qualità differenti. Se nell’altro si riconoscono solo differenze, si perde la dimensione comune; se ci si sforza per azzerare la diversità, affannandosi a cercare un’uguaglianza categorica e a priori, si scredita tutta l’originalità dell’altro, sacrificandola in nome di un’integrazione forzata che non ha nulla di autentico e, inevitabilmente, la diversità (altrui o propria) verrà annullata e assimilata da un'altra. 

Considerando entrambi gli aspetti, è possibile riconoscere la diversità non più come qualcosa di minaccioso o dannoso di cui avere paura, bensì come un “mondo nuovo” da esplorare e scoprire, a cui ci si può approcciare con curiosità e interesse, anche per conoscere più e meglio se stessi, avendo un confronto con qualcosa di differente.

Trasformare il potenziale hostis in hospes rappresenta una scelta complessa, faticosa, che necessita di essere calibrata e che è frutto dell’impegno reciproco di entrambi gli interlocutori. A questo proposito, non bisogna dimenticare che, se da una parte l’ospite va accolto, questi si deve anche lasciare ospitare e accettare le regole della casa.

 

 

In conclusione, sviluppare una consapevolezza dell’esistenza e dell’inevitabilità di quei meccanismi che portano a stereotipi, pregiudizi e timore verso il diverso, permette in parte di controllarli e di esercitare una certa flessibilità in un sistema altrimenti rigido. Si tratta, in ultima analisi, di partire proprio dagli inevitabili stereotipi e pregiudizi, senza negarli o stigmatizzarli attraverso facili e falsi moralismi, per scegliere consapevolmente di andare oltre e cercare di dare una forma più realistica a ciò che è ritenuto diverso, conoscendolo per come è davvero. Una volta tracciati dei contorni più definiti e consapevoli di ciò che si presenta differente, sarà possibile un approccio più adeguato.

 

Se invece la paura dovesse permanere, anche per convenienza del sistema, il rischio è che si cristallizzi, fino a incancrenirsi, un sistema interno scisso, con da una parte la fazione dei “buoni” contrapposto alla schiera dei “cattivi”, quest’ultima considerata in maniera totalmente e universalmente negativa. Si badi che entrambe le fazioni si considererebbero i “buoni”, innescando un'ulteriore generazione di stereotipi e pregiudizi nei confronti dei “cattivi”. Ciò che intendeva annullare le differenze, ne genera di fatto di nuove.

Tale visione binaria del mondo porta alla formazione di pregiudizi sempre più rigidi, e corrisponde inevitabilmente ad un aumento nell’aggressività e nella violenza, vista come difesa necessaria agli attacchi esterni.

Attraverso la consapevolezza dei meccanismi di categorizzazione e di protezione nei confronti di ciò che è altro da sé, è possibile invece sviluppare una visione più accurata e tridimensionale del mondo che ci circonda, accogliendolo nella sua diversità, particolarità e complessità, dunque nella sua ricchezza.


19 ottobre 2021

Figli iper connessi: come gestire l’equilibrio tra controllo e libertà?



L’uso delle nuove tecnologie è ormai diventato sempre più pervasivo, dilagando in particolare nel mondo dei più giovani.

Secondo l’ultimo report fornito dall’EU Kids Online, una rete di ricerca internazionale volta a promuovere la conoscenza delle opportunità, dei rischi e della sicurezza online dei minori europei, i bambini e ragazzi italiani di età compresa tra 9 e 17 anni navigano online principalmente dal proprio smartphone, e la stragrande maggioranza lo fa tutti i giorni.

Sempre più bambini con meno di 13 anni frequentano pagine web, chat e social network, e si trovano a convivere con fenomeni in costante crescita, come cyberbullismo, messaggi d’odio, adescamento, sexting, pornografia, sfide rischiose (le cosiddette “challenge”) e uso improprio del denaro.

 

I pericoli sono dunque numerosi e, in effetti, la percentuale di bambini e ragazzi che si è sentita turbata da un’esperienza vissuta su internet (come messaggi di odio, o contenuti inappropriati all’età) è più che raddoppiata in 5 anni.

Un ragazzo su tre vive in maniera totalmente passiva i rischi della rete, senza intervenire nei contesti in cui si trova a partecipare, mentre uno su quattro non parla con nessuno dell'accaduto, anche quando pensa di vivere in un ambiente sicuro e di supporto, per esempio a casa, a scuola e tra coetanei.

È quindi importante analizzare la tematica, per individuare delle strategie che possano proteggere bambini e ragazzi dai pericoli della rete e, spesso, da se stessi.

 

Ma cosa li attrae?

 

Il primo passo da compiere per arginare i rischi della rete ed educare ad un uso corretto del web, consiste nel comprendere le ragioni per le quali bambini e ragazzi adottano certi comportamenti. Solo così si può valutare il reale impatto che l’utilizzo non appropriato di Internet può avere sui più giovani, tenendo in considerazione non solo gli aspetti pratici (come la perdita di denaro dovuta ad acquisti incontrollati), ma anche e soprattutto le conseguenze sul benessere psicologico.

 

I bambini sono attratti dai social, banalmente, perché sono attività molto divertenti, eccitanti, apparentemente socializzanti. Allo stesso tempo, il sistema spinge a mettersi in vetrina e a esibirsi per ottenere un riscontro dagli altri (i famigerati “like”), una dinamica estremamente potente per un adolescente o pre-adolescente, in continua ricerca di riconoscimento e di prove del proprio valore e capacità. La ricerca di apprezzamento e accettazione, ossia di like, porta a condividere proprie foto, anche private o intime e non solo tra conoscenti, oppure a compiere azioni ritenute divertenti o scherzose, considerandole un modo per raggiungere l’obiettivo implicito al mondo dei social, cioè diventare popolare (e, in maniera più ampia, essere amato dagli altri). Agli occhi di un ragazzo, questa è la sola cosa importante, per cui tutto il resto, le possibili conseguenze, implicazioni o rischi, viene dimenticato, minimizzato o direttamente incompreso.

In questo senso, le challenge o sfide estreme, ossia tutte quelle catene che nascono sui social network in cui spesso si viene nominati o chiamati a partecipare da altri attraverso un tag, sono un mezzo per soddisfare il profondo bisogno di sentirsi accettati, riconosciuti nel proprio ruolo sociale e apprezzati dai coetanei, arrivando ad esibirsi con azioni tanto pericolose quanto apparentemente insensate (come rischiare di avvelenarsi con del detersivo per bucato o strozzarsi fino a soffocare) pur di ottenere approvazione e consensi. L’opinione dei compagni, degli amici e del numero infinito di contatti in rete, molto spesso costituito in gran parte da sconosciuti, condizionano profondamente il senso di giudizio e le decisioni.

Inoltre, le sfide online sono un modo per competere con sé stessi o gli altri, mettere alla prova i limiti e le regole, vedere fino a che punto si può arrivare, e spingersi sempre oltre, nel tentativo di esorcizzare le proprie paure (e in particolare le più profonde della natura umana, come quella per la morte), come discusso in questo articolo.

 

Anche il legame tra sessualità e nuove tecnologie si basa su presupposti simili. Il web viene usato come mezzo per scoprire il sé e sviluppare la propria autostima e senso di valore personale, per cui anche l’aspetto sessuale non può essere ignorato. Se la pre-adolescenza è un periodo che vede l’emergere di una fisiologica curiosità di tipo esplorativo, sia rispetto al proprio sesso che all’altro, è anche vero che i contenuti offerti dalla rete non sono assolutamente fase-specifici, così che molto spesso anche i giovanissimi entrano in contatto con elementi non adatti alla propria età, quando non dannosi per lo sviluppo emotivo.

A questo si aggiunge la condivisione indiscriminata di contenuti personali, sopra a tutto i cosiddetti selfie, a sfondo sessuale o comunque in contesti compromettenti.

La sessualità online ha solo una valenza eccitatoria, strumentale (e quindi estremamente superficiale e impersonale), un mero espediente per ottenere piacere e usare l’altro a questo scopo, senza minimamente prendere in considerazione – e dunque apprendere ed elaborare – tutte le implicazioni di natura relazionale ed emotiva ad essa intrinsecamente connesse.

Davanti all’ansia derivante dai rapporti sociali, tipica dell’età preadolescenziale, il computer e lo smartphone diventano porte d’accesso a un mondo virtuale percepito come protettivo, rassicurante, un luogo sicuro, in cui non c’è minaccia, in quanto non sono necessarie particolari competenze relazionali né inibizioni, e in cui rifugiarsi per un tempo sempre più lungo.

 

Tuttavia, per chi non ha in repertorio esperienze altre, come un giovanissimo, i contenuti di tipo sessuale con cui si viene in contatto online si elevano inevitabilmente a parametro di riferimento, diventando, gradualmente, ma inesorabilmente, “la realtà”. Così, un tipo di sessualità basato sulla finzione, l’artificio e la recitazione, diventa “LA sessualità”. I ragazzi e le ragazze cominciano a credere che quanto vedono online sia la norma, dalle dimensioni del pene alla frequenza dell’atto sessuale, da come debba svolgersi un rapporto sessuale all'aspetto che una persona sessualmente attiva deve avere, facendo proprio un modello di “homo eroticus” totalmente artefatto e lontano dalla realtà. Tale modello, oltre a essere inverosimile e costruito, è quindi anche impossibile da raggiungere, e questo non può che generare ansia in chi non possiede altri riferimenti e la consapevolezza di sé, il che porta all’evitamento delle relazioni “reali” per preferire gli scambi virtuali, in cui ci si illude di avere il controllo della situazione e la certezza di non essere giudicati. Nei gruppi, poi, la sessualità diventa un altro ambito in cui fare a gara e dover dimostrare qualcosa, a sé stessi prima ancora che agli altri. Da questo possono derivare, in molti casi, problematiche sessuali significative già in età adolescenziale.

 

È evidente dunque che, per i preadolescenti e gli adolescenti, il mondo virtuale è un mezzo, vissuto come sicuro, libero e poco rischioso di soddisfare tutta una serie di necessità e bisogni evolutivi fino a pochi anni fa espletati in contesti sociali autentici, minimizzando al contempo l’ansia del confronto e la possibilità di rifiuto e delusioni. Questo è il punto di partenza essenziale per poter fare qualsiasi riflessione sulle strategie da adottare per gestire il fenomeno, così che siano il più possibile adattate alle reali esigenze del ragazzo e non calate dall’alto in maniera arbitraria e, quindi, poco efficace.

 

Come intervenire

 

Prima di discutere di strategie pratiche, è importante fare un riflessione sul ruolo dei genitori e sulla necessità di trovare un equilibrio tra protezione e disponibilità all’esplorazione.

Se un figlio preadolescente chiedesse di uscire la sera e andare in un posto che non si conosce, con persone di cui non si sa l’identità, non c’è genitore che non lo fermerebbe immediatamente sulla porta. Allo stesso modo, anche nel web c’è bisogno di una supervisione, calibrata in base all’età.

Ciò nonostante, limitarsi a proibire la rete non può essere una soluzione, un po’ per le pressioni sociali, un po’ per lo stesso benessere dei figli, che si vedrebbero negato uno dei principali – e talvolta purtroppo l’unico – canale di comunicazione con i pari.

 

Si tratta quindi di cercare di ritardare l'accesso alla rete e alle tecnologie (o a specifiche parti e strumenti), invece che accelerarlo, ricordando che l’età evolutiva si basa su un concetto di fase-specificità. In altre parole, c’è un tempo per ogni cosa, e ciò vale anche per il mondo delle tecnologie.

Si possono mettere in atto semplici comportamenti, che possano nel tempo trasformarsi in abitudini, volti a tutelare la sicurezza dei ragazzi. Così, lo smartphone deve essere disponibile al genitore che, periodicamente, deve controllare le attività del bambino, o semplicemente controllare la cronologia delle navigazioni (o la sospetta mancanza della stessa). A questo proposito, è opportuno conoscere e applicare delle impostazioni di sicurezza specifiche, per gestire e controllare il dispositivo usato dai bambini, impostando i blocchi più opportuni ed avendo sempre sotto controllo le attività online dei propri figli. Nel caso in cui il bambino utilizzi un computer, si può creare un profilo di accesso al dispositivo con dei permessi limitati, una procedura più complicata ma sicuramente utile. Per proteggere la navigazione, poi, si possono installare dei software specifici sul dispositivo affinché blocchino l’accesso a certe tipologie di contenuti e siti.

 

Se per i ragazzi più grandi il controllo diventa più complicato, è anche vero che, se abituati a condividere le informazioni e a dei confini precisi concordati nel tempo, il controllo è comunque possibile. È consigliabile che le password di accesso ai Social Network siano condivise, mentre per il controllo delle applicazioni di messaggistica istantanea come WhatsApp, o Telegram, si può concordare di condividere con chi si scambiano messaggi, senza entrare nel dettaglio dei contenuti, così da mantenere un equilibrio tra supervisione e privacy e non essere eccessivamente invasivi. È altrettanto importante informarsi seriamente sui fenomeni socio-digitali e sulle caratteristiche e potenzialità delle nuove tecnologie, senza farsi risucchiare da queste, diventandone dipendenti a propria volta, per avere la possibilità di entrare nel mondo dei propri figli.

A questo proposito, come si è esposto finora, se fissare delle regole chiare è essenziale per poter tenere sotto controllo l’uso che i figli fanno degli strumenti digitali, la strategia più efficace per poter garantire lo sviluppo di un senso di responsabilità, di capacità critica e di sicurezza sul web è indubbiamente rappresentata dal valore dell’esempio.

Si può cominciare scegliendo dei luoghi in cui i cellulari e i tablet non sono ammessi, come in camera da letto o in cucina, oppure dei momenti in cui le tecnologie sono messe da parte, come i pasti o le domeniche da trascorrere tutti insieme. Bambini e ragazzi possono così essere abituati ad un uso regolato, sano e intelligente degli strumenti digitali, perché hanno la possibilità di apprenderlo dall’esempio dei propri genitori.

 

Le scelte in merito a supervisione, controllo e uso delle tecnologie vanno adeguatamente spiegate ai bambini e ai ragazzi, secondo le capacità di ognuno, aprendo un dialogo sulle attività intraprese con computer e telefono, che sia basato sulla fiducia, ma anche sulla necessità di un controllo.

I ragazzi vanno fatti riflettere sul proprio modo di stare online, e in particolare prima di scrivere, postare o inoltrare contenuti. Ad esempio, quando si nota che il ragazzo si scatta o condivide una foto, si può porgli delle domande non giudicanti, ma esplorative ed interessate (“Che messaggio volevi trasmettere con quella foto?”) per comprendere e stimolare la riflessione sulle sue motivazioni.

Se da una parte questo consente di conoscere meglio i propri figli, scoprendo dei nuovi aspetti del loro modo di ragionare, dall'altra si permette di aprire un dialogo in cui aiutarli a considerare che ciò che è pubblicato sul web è permanente, che una semplice foto può rivelare moltissime informazioni, anche in modo indiretto e involontario, che i contenuti possono essere diffusi velocemente e facilmente, oltre al proprio controllo, e che non si può mai sapere con certezza la vera identità di una persona conosciuta tramite le tecnologie.

 

Dal punto di vista psicologico, si può stimolare i ragazzi a riflettere in merito alla differenza, se esistente, tra come presentano sé stessi agli altri nel mondo virtuale online, e nella vita reale offline, e a ragionare sulle motivazione di tale incongruenza.

Un altro tassello fondamentale è rappresentato dalla disponibilità, che deve essere resa esplicita, ad affrontare con i ragazzi tematiche relative all’area della sessualità, avendo cura di spiegare (anche attraverso l’esempio in prima persona) l’importanza di costruire relazioni interpersonali basate sulla fiducia e sul consenso.

In questo senso, sia per il mondo del digitale, ma anche nella vita in generale, è essenziale che i genitori si pongano come “porto sicuro”, un riferimento al quale i ragazzi possono rivolgersi per avere conforto, consigli e rassicurazioni ogni volta che ne abbiano necessità.

 

In conclusione, bambini e ragazzi si trovano sempre più immersi nel mare digitale, trovandosi a nuotare tranquilli, ignorando i pericoli che si annidano sotto la superficie, la patina luccicante e colorata con cui si propongono siti e social network. Sta dunque prima di tutto ai genitori educare alla consapevolezza di quanto si nasconda nell’immenso oceano del web, fungendo allo stesso tempo da faro, da riferimento e da esempio che indichi la via e il modo per poter usare gli strumenti. Per non venire, al contrario, usati da questi.


26 settembre 2021

La coercizione psicologica


La coercizione psicologica, tra le influenze sociali, consiste in una serie di pratiche finalizzate nel costringere una persona a comportarsi involontariamente in un certo modo (che sia compiere o evitare di compiere un'azione) mediante l'uso di minacce, intimidazioni o qualche altra forma di pressione o forzatura. I sistemi coercitivi usano i meccanismi di influenza psicologica in modo repressivo, per indurre l'apprendimento e l'adozione di un'ideologia o di un insieme designato di credenze, idee, atteggiamenti o comportamenti.

Questo meccanismo viene indotto attraverso la minaccia credibile di qualche tipo di danno, correlato alla scelta della persona sottoposta a coercizione. Spesso comporta l'effettiva inflizione di un danno fisico o psicologico che rende credibile la minaccia, ma è la prospettiva di un ulteriore danno, che porta al cambiamento, alla cooperazione o all'obbedienza della persona costretta. Per questo, la coercizione è a tutti gli effetti ritenuta una forma di violenza.

La persona soggetta a coercizione può essere sottoposta a vari tipi di influenza coercitiva e a tattiche che inducono diversi gradi di ansia e stress nel corso del tempo.

In questo senso, è possibile distinguere varie forme di coercizione, in base a diversi criteri: tipo di danno minacciato, scopi o effetti.

 

Come avviene la coercizione

 

Considerando il tipo di minaccia, si può distinguere tra coercizione fisica, psicologica ed economica.

 

La coercizione fisica

 

Un modo di dire spesso utilizzato è "puntare una pistola alla testa di qualcuno", chiaro riferimento all'uso della minaccia fisica per costringerlo all'azione. Il contenuto della minaccia condizionata è l'uso della violenza fisica o della forza contro la persona, i cari o la proprietà della vittima. È la forma più comunemente considerata di coercizione, poiché risulta la più evidente. Sia criminali che forze armate, governi o regnanti di ogni sorta utilizzano da sempre questo metodo per imporre la disciplina e intimidire le masse o le opposizioni, per sottometterle, farle tacere o farne degli esempi.

Tuttavia, esistono anche forme non fisiche di coercizione, dove la minaccia di lesioni non implica necessariamente l'uso della forza fisica, ma si avvale di tecniche più subdole e sottili.

 

La coercizione psicologica


Nella coercizione psicologica, il danno minacciato riguarda le relazioni della vittima con altre persone. L'esempio più comune è il ricatto, in particolare il ricatto emotivo. Ma è possibile considerare molti altri casi, come le minacce di rifiuto, disapprovazione o esclusione da parte di un gruppo di pari, o anche la semplice rabbia o disappunto da parte di una persona cara.

 

 

La coercizione economica

 

La coercizione economica si verifica quando un detentore di una risorsa vitale usa il suo vantaggio per costringere una persona a fare qualcosa che non farebbe se questa risorsa non fosse monopolizzata. Ad esempio, se c’è un solo proprietario per l’unica riserva d'acqua, il suddetto può costringere la persona assetata a pagare un prezzo esorbitante per quell'acqua o fargli svolgere un lavoro eccessivo o di sfruttamento.

 

Gli obiettivi


La coercizione predatoria

In questo caso, lo scopo di chi costringe è quello di restringere il campo delle possibili azioni altrui, in modo da renderle strumentali ai propri interessi personali. Secondo molti filosofi sociali, questo tipo di comportamento predatorio diventerebbe quello prevalente in condizioni di anarchia sociale, ma ciò non esclude che possa essere riscontrato anche nei moderni sistemi di stampo liberista e capitalista.

La coercizione religiosa

 

Un approccio specifico alla coercizione predatoria è quello di matrice religiosa, in cui viene postulata un'entità di natura sovrannaturale che impone regole e restrizioni (tramite incarnazioni e vicari terreni), dispensa punizioni e doni, e la cui minaccia si impone secondo un arbitrario modello di comportamento da seguire.

 

La coercizione pedagogica e del pensiero

 

All'altro estremo dello spettro, si trovano i tentativi di usare la coercizione altruisticamente, come un dispositivo pedagogico per “migliorare” - in un senso che si suppone oggettivo da chi lo impiega - il modo di pensare delle altre persone, con particolare riguardo ai loro atteggiamenti e valori di base. La coercizione pedagogica può essere applicata all'interno di un contesto strettamente educativo, ed è per lo più rivolta ai bambini. In questo articolo, tuttavia, l'attenzione si concentrerà sulla coercizione del pensiero, vale a dire il tentativo di usare la coercizione per influenzare i valori di base delle persone adulte in generale.

In tutte le forme di coercizione del pensiero, l'obiettivo immediato è quello di obbligare le altre persone ad agire come se i loro criteri di scelta fossero identici a quelli dell’autorità che costringe. Tuttavia, questa semplice conformità di comportamento "esteriore" non è che un primo passo. Il vero e ultimo scopo della coercizione del pensiero è quello di indurre un cambiamento nella funzionalità oggettiva della persona che ne è vittima, vale a dire l'insieme di valori e regole di base con cui questa determina la propria scelta tra le alternative di un insieme possibile. La coercizione del pensiero è dunque generalmente destinata ad essere solo temporanea poiché, una volta ottenuto il cambiamento di valori desiderato, ci si aspetta che la vittima si conformi spontaneamente, senza bisogno di ulteriori coercizioni.

 

La coercizione ideologica

 

La coercizione ideologica è l'uso della coercizione del pensiero per modificare la filosofia sociale e politica della popolazione. Ciò si differenzia nettamente dalla semplice propaganda o dalla persecuzione degli avversari politici, in quanto il suo obiettivo è quello di forzare conversioni ideologiche individuali.

La persona sottoposta a coercizione ideologica è portata a riconsiderare in modo negativo gli aspetti più centrali della propria esperienza di sé e della propria condotta pregressa, fino a sentirsi “crudele” o “cattiva”. Il meccanismo è progettato per destabilizzare e minare la coscienza di base del soggetto, la sua consapevolezza della realtà, la visione del mondo, il controllo emotivo e i meccanismi di difesa. Nello specifico, si punta a creare forti sensazioni emotive negative associate a determinate condotte o pensieri, attraverso tecniche come l'umiliazione profonda, la perdita di privilegi, l'isolamento sociale, i cambiamenti di status sociale, il senso di colpa intenso, l'ansia e la manipolazione.

Gradualmente, la persona è portata a mettere in discussione, dubitare e reinterpretare la propria vita, adottando infine una nuova "realtà" (ovviamente quella voluta da chi ha applicato la coercizione ideologica).

 

La coercizione disciplinare

 

Da qualche parte nel mezzo, tra la coercizione predatoria e quella pedagogica, si trovano le forme di coercizione che sono usate come i principali strumenti di coordinamento dei sistemi di comando. Si tratta di organizzazioni che usano la coercizione per imporre ai loro membri modelli di divisione del lavoro finalizzati al raggiungimento degli obiettivi dell'organizzazione, che per una varietà di ragioni possono non essere sempre coerenti con gli obiettivi personali di ciascun membro. L'esempio più tipico di un sistema di comando è l'organizzazione militare, ma qualsiasi grande gruppo di produzione industriale può facilmente rientrare in questa categoria.


Gli effetti

 

Gli effetti della coercizione possono essere sostanzialmente diversi a seconda del tipo. Qui saranno considerati dal punto di vista legale, psicologico, sociale ed etico.


Effetti legali

 

Nella maggior parte dei sistemi giuridici, l'uso della coercizione fisica specifica da parte di privati è un reato penale in tutti i casi che non riguardano la difesa personale.

Il quadro si rivela più complesso per la coercizione psicologica, vista la sua maggiore elusività. Nella maggior parte dei sistemi, la coercizione psicologica è trattata come un reato penale quando è finalizzata all'estorsione (come ad esempio il ricatto). Viene anche punita quando porta a un'influenza indebita, definita come una relazione padrone-schiavo.

In aggiunta, la coercizione economica è generalmente illegale nella maggior parte dei sistemi di legislazione antitrust, dove può essere un reato penale - come negli Stati Uniti - o un reato amministrativo passibile di una semplice multa - come per la legislazione europea.


Effetti psicologici

 

Comportarsi in modi che non sono allineati con i propri valori personali può provocare grande disagio e sofferenza psicologica, in quanto le azioni vanno a contraddire non solo le credenze sul mondo, ma anche l’idea che si ha di sé stessi.

Questa incongruenza prende il nome di dissonanza cognitiva, ossia la sensazione che si prova quando si è costretti a fare (pubblicamente) qualcosa che (privatamente) non si vuole fare. In questo modo, si crea una disparità netta tra la propria cognizione (“non volevo farlo”) e il comportamento adottato (“l'ho fatto”). La dissonanza cognitiva può essere fonte di malessere e disagio, soprattutto se la disparità tra le proprie credenze e i comportamenti richiesti implica un aspetto centrale per il senso di sé.

Oltre al forte malessere, che può portare anche a veri e propri disturbi depressivi e ansiosi, la dissonanza cognitiva può influenzare profondamente il modo in cui le persone si sentono e si vedono, generando sentimenti negativi di autostima.


Effetti etici: coercizione e libertà

 

Se le pratiche di coercizione predatoria individuale sono generalmente disapprovate, se non punite dalla legge, la situazione si fa più complessa – e controversa – per le forme di coercizione non predatorie, come la coercizione politica e di pensiero.


La coercizione come negazione della libertà


Secondo questo punto di vista, ogni forma di coercizione non può mai considerarsi etica, in quanto ferisce la libertà, a prescindere dai suoi effetti dannosi sul progresso sociale. Il valore etico della libertà si fonda sull'idea che la coscienza non può essere costretta, ed è quindi il riferimento ultimo per la moralità. Ne consegue che - da un punto di vista etico - la coercizione non può nemmeno essere considerata come un male minore e/o necessario. Questo perché, non potendo generare un comportamento veramente coscienzioso, non potrà mai portare alla realizzazione di alcun valore etico, ma solo alla sua temporanea imitazione, per tornare allo stato iniziale una volta che viene a mancare la fonte della coercizione.


La coercizione come fonte di libertà

 

Sviluppando l'idea socratica secondo cui il male morale è il risultato dell'ignoranza, i filosofi stoici sostennero che la "vera" coscienza - e quindi la virtù - potesse essere raggiunta solo liberandosi dall'irrazionalità e dalle passioni, attraverso il severo autocontrollo tipico degli uomini saggi. Questo principio fu poi inserito nel quadro cristiano del peccato originale e della necessità di una redenzione "esterna", per produrre l'idea che in molte occasioni una coercizione specifica da parte di un’autorità potesse e dovesse prendere il posto dell'autocontrollo nel liberare le persone comuni dalle loro tendenze peccaminose. Quasi paradossalmente, la libertà spirituale personale venne così ad essere spesso basata sulla coercizione del pensiero da parte di pochi eletti sapienti e ritenuti superiori.

Soprattutto negli ultimi tempi, questo approccio alternativo è andato ben oltre il campo religioso, ed è condiviso oggi da tutti coloro che ritengono di avere un accesso privilegiato alla "vera" coscienza, alla “verità”, grazie ad una rivelazione divina, piuttosto che ad una conoscenza "scientifica" settoriale o a qualche altra circostanza ritenuta speciale da chi vuole uniformare tutti alla propria visione del mondo delle cose. A parte i principi religiosi, la "vera" coscienza può consistere nella coscienza di classe, nel nazionalismo, nell'altruismo come obbligo, nei valori "sociali" (ovviamente quelli della propria società, o addirittura di una società ideale, non realmente esistente), nella correttezza politica o in qualsiasi altra visione del mondo fortemente etica. L'elemento comune è la ferma convinzione che la coercizione – che sia quella legale da parte dello Stato, o quella di gruppi terroristici - possa e debba essere usata per realizzare la "vera" libertà per tutti, a prescindere dalle obiezioni e dalle conseguenze per i dissidenti.


Conclusioni

 

Nonostante vi siano interpretazioni etiche che cerchino di giustificare la coercizione alla luce di un supposto bene comune o interesse pubblico, risulta che i sistemi psicologici coercitivi violano i concetti più fondamentali dei diritti umani di base, garantiti da molte dichiarazioni, atti e giurisprudenza in tutto il mondo.

Se le forme di coercizione predatoria o violenta sono universalmente disapprovate e punite dalla legge, la coercizione ideologica e del pensiero rappresenta una forma di violenza nei confronti dell’individuo, per le gravi conseguenze fisiche e psicologiche che ha sulla vittima.

In questo articolo si è evidenziato come ogni forma di coercizione abbia profondi e gravi effetti negativi sull’intera psiche del soggetto, che può arrivare a mettere in dubbio anche la propria identità, valori e credenze, intaccando il nucleo fondamentale di chi si è. Le persone che ne sono vittima diventano confuse, intimidite e costrette al silenzio, diventando infine accondiscendenti per poter tornare a vivere. Oppure tenderanno a radicalizzarsi nelle loro posizioni iniziali e dissenzienti, diventando potenzialmente ostili e aggressivi nei confronti delle forze d'oppressione. Tali effetti non possono essere sottovalutati o messi in secondo piano, e l'utilizzo insensato di tali pratiche porterà, in un modo o nell'altro, a stati di sofferenza.