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06 giugno 2020

Psicologi, terapeuti, psichiatri, counselor… che confusione!


Lo psicologo si distingue e non va confuso con altre professionalità affini, quali lo psichiatra, lo psicoterapeuta ed il counselor. Vediamo le differenze tra queste figure.


Lo psicologo


Lo psicologo, il cui ruolo è stato ampiamente approfondito in questo articolo, è un professionista sanitario laureato in Psicologia, abilitato all’esercizio della professione tramite Esame di Stato e iscritto all’albo professionale degli Psicologi.

Lo psicologo si focalizza sul funzionamento della mente, nelle sue componenti fisiologiche, psicologiche, relazionali e ambientali. Può operare in vari ambiti, da quello clinico a quello dello sviluppo, con interventi di prevenzione, diagnosi e attività di abilitazione, riabilitazione e di sostegno psicologico rivolte all’individuo, al gruppo, alla comunità e alle organizzazioni. Non essendo un medico, non prescrive psicofarmaci. I principali strumenti di intervento dello psicologo sono il colloquio psicologico e la somministrazione di test, che assumono una funzione diagnostica ed orientativa.


Lo psicoterapeuta


Sia lo psicologo che lo psicoterapeuta sono figure professionali orientate alla cura del disagio psichico. Tuttavia, le due professioni presentano differenze significative per quanto riguarda il percorso formativo e la natura della loro attività professionale.

Lo psicoterapeuta è uno psicologo, oppure un medico, che ha frequentato una scuola di specializzazione in psicoterapia della durata di almeno quattro anni, riconosciuta dal MIUR.


Se anche medico, lo psicoterapeuta può prescrivere psicofarmaci, possibilità preclusa nel caso sia laureato in Psicologia.


Rispetto allo psicologo, lo psicoterapeuta è abilitato a svolgere psicoterapia, ossia il trattamento finalizzato alla cura dei disturbi psicopatologici, utilizzando specifiche tecniche terapeutiche apprese nel percorso di specializzazione.


Data la grande varietà di scuole di specializzazione, gli psicoterapeuti possono operare con metodologie di lavoro e visioni dell’uomo molto diverse tra loro.


Anche se la distinzione tra psicologo e psicoterapeuta sembra netta e inequivocabile, in realtà esiste un certo contenzioso riguardo i limiti delle due professioni. Questo perché lo Psicologo risulta legalmente abilitato a utilizzare strumenti di intervento per la riabilitazione e il sostegno in ambito psicologico, il che, a tratti, può sembrare simile, quando non sovrapponibile, all’attività psicoterapeutica.




Lo psichiatra


Lo psichiatra è un medico specialista in psichiatria, con un approccio organicistico alla malattia mentale, cioè intesa come derivante da un funzionamento anomalo a livello fisiologico del sistema nervoso.



Rispetto alle modalità di trattamento del disagio psichico offerte da altre figure professionali, come psicologi e psicoterapeuti, lo psichiatra è infatti maggiormente orientato a considerare il disturbo mentale come derivante da un malfunzionamento o uno sbilanciamento a livello biochimico del sistema nervoso centrale, utilizzando un metodo che può essere definito di diagnosi/cura, tendendo a focalizzare la sua attenzione solo sul sintomo fisiologico.


Se la proposta psichiatrica può indirizzarsi anche verso un intervento psicoterapeutico, essa ha come principale modalità di cura il ricorso alla farmacologia (antidepressivi, ansiolitici, neurolettici, antipsicotici).



Ma allora lo Psicanalista?


Lo psicanalista è uno psicoterapeuta che ha scelto di frequentare un corso di specializzazione quadriennale in psicoanalisi.


La psicoanalisi è una tecnica di indagine del mondo interiore teorizzata da Sigmund Freud, poi ripresa e a tratti modificata da molti altri analisti.


Esistono moltissimi corsi di specializzazione per diventare psicoterapeuta, ciascuno dei quali segue un diverso modello teorico, ossia approfondisce determinati contenuti piuttosto che altri, scegliendo di curare il disturbo psichico attraverso una certa specifica modalità.


Pertanto, per riassumere, uno psicoanalista è uno psicoterapeuta, ma non tutti gli psicoterapeuti sono psicoanalisti.



In questa prima parte, malgrado le differenze, si è visto che lo psicologo, lo psicoterapeuta e lo psichiatra condividono tutti l’obiettivo del raggiungimento di un maggiore benessere (anche) mentale, cercando però di perseguirlo attraverso modalità e attraverso strumenti diversi, caratteristici per ciascuna professione.


La differenza sostanziale tra psicologo, psicoterapeuta e psichiatra risiede quindi nel modo di intendere la persona e il suo stato di malessere, come nell’approccio utilizzato per aiutarla.



Il counselor


Diversamente dalle altre figure prese in considerazione, il counseling in Italia non è a oggi una professione regolamentata. In altre parole, lo Stato non indica i requisiti minimi necessari per poter assumere tale ruolo. Non esiste alcuna normativa di riferimento, né tanto meno l’obbligo per il professionista di iscrizione ad un albo professionale, che fissi determinati requisiti e/o parametri sia sotto l’aspetto del percorso formativo per acquisire il titolo di counselor, sia per stabilire un codice di condotta da adottare per garantire e tutelare gli utenti. Ciò significa che, potenzialmente, chiunque può definirsi counselor o affermare di esercitare il counseling.


È particolarmente importante non confondere la figura del counselor con altre figure professionali, quali lo psicologo, lo psicoterapeuta o lo psichiatra in quanto, al contrario di queste, l’attività di counseling non prevede l’utilizzo di tecniche e metodologie di intervento specifiche.


Non essendo una professione sanitaria, i counselor non si occupano di patologia, ma il loro ambito di pertinenza è limitato alla salutogenesi, ossia dedicano i loro servizi in quei contesti dove non c’è disagio/disturbo mentale, rivolgendosi a persone che hanno bisogno di colloqui di sostegno o di aiuto per affrontare problemi relazionali o decisionali, senza la necessità di una cura di tipo psicoterapeutico o farmacologico, che richiede competenze e specializzazioni diverse.



In Italia si è assistito negli ultimi anni ad un fiorire di scuole e di corsi di counselling che, non essendo obbligati a seguire una normativa specifica, variano enormemente per contenuti e durata. Vi sono corsi brevissimi, di appena qualche giorno, e corsi che durano diversi anni. Anche le materie oggetto di apprendimento sono le più diverse, così che si possono trovare scuole di counseling a indirizzo filosofico, socio-sanitario, artistico, alimentare...


Rispetto alla formazione, è doveroso far notare che spesso i counselor non possiedono la laurea in psicologia, ma hanno un diploma di scuola superiore o hanno preso una laurea in materie non attinenti con le professioni psicosociali.




Un ulteriore punto da precisare rispetto alla controversa figura del counselor sta nell’estrema delicatezza e difficoltà che ogni professione di aiuto intrinsecamente comporta. Aiutare le persone, in qualunque modo venga fatto e in qualunque contesto, è sempre e comunque un’attività complessa e spinosa, che non può in nessun caso essere affrontata con leggerezza, perché si tratta della salute e del benessere di chi si fida del professionista per ricevere un sostegno. La buona volontà, l’altruismo e la pazienza, pur essendo qualità apprezzabili, possono non bastare. A volte, anche se con le migliori intenzioni, si possono aggravare situazioni già difficili.



A chi rivolgersi all'insorgenza di un disagio psicologico


In presenza di un disagio soggettivo che non comporta una vera e propria sintomatologia, può essere utile rivolgersi inizialmente allo psicologo, con il quale valutare la natura della problematica presentata. Potremo così trovare preziose indicazioni sull’opportunità o meno di una consulenza psicologica, di una vera e propria psicoterapia e/o di una consulenza psichiatrica. Queste ultime due si richiedono qualora il disagio si configuri come un disturbo psichico diagnosticabile, con sintomi più o meno severi.



Sentirsi tristi, demoralizzati, insonni, ansiosi, particolarmente stressati, sono esperienze comuni che caratterizzano particolari momenti della vita. Possiamo anche valutarli come normali risposte della nostra psiche in reazione ad eventi traumatici come un lutto, la perdita del lavoro, la fine di un amore o una grave malattia, e le reazioni di ciascuno alle avversità dipendono dalla storia personale, degli aspetti genetici e dal contesto in cui si vive.


Il discorso cambia se, a distanza di tempo, questi sintomi persistono e diventano intollerabili.


In questi casi potrebbero rappresentare un campanello d'allarme, segnale di una sofferenza più profonda.



Secondo queste premesse, potremmo affermare che psicopatologie gravi sono generalmente affrontate mediante l'utilizzo combinato di farmaci e di psicoterapia (psichiatra o psicologo con la collaborazione dello psichiatra), mentre altre meno legate all'ambito strettamente fisiologico, possono avvalersi di un esclusivo intervento psicologico.


Per concludere, una precisazione: la scelta tra psicologo e psichiatra non riguarda solo un criterio di gravità del malessere. È molto importante, fondamentale, distinguere il sintomo dalla malattia, e avvalersi della figura professionale più adatta a ciò di cui si ha bisogno.



I pregiudizi sullo psicologo


I pregiudizi sullo psicologo


Come prima cosa, è bene chiarire cos'è un pregiudizio. Comunemente inteso, lo si può vedere come un’idea basata su opinioni precostituite e su stati d'animo irrazionali, anziché sull'esperienza e sulla conoscenza diretta di un fenomeno. Bisogna però anche considerare che ognuno formula pregiudizi, rispetto a tutto e tutti, e che ciò non è sempre negativo. Questo perché il pregiudizio, dal punto di vista psicologico, consente alla mente di lavorare più velocemente, essendo un efficace mezzo e strategia di economia del pensiero. Ecco che risulta evidente che, per scardinare un pregiudizio, è necessaria una riflessione più approfondita, unita a una maggiore consapevolezza di sé.


In questo articolo si raccolgono alcuni dei pregiudizi e stereotipi più comuni nei confronti della figura dello psicologo e della psicologia, così da poterli commentare e, si spera, riuscire a mostrarli sotto una luce differente.



  1. Lo psicologo è per i matti


Per molto tempo lo psicologo è stato associato alla diagnosi di malattie mentali, e le sue attività sono state ridotte alla cura delle persone "malate o matte". Nell'immaginario collettivo, solo per il fatto di avere a che fare con uno psicologo, si viene automaticamente identificati con la propria diagnosi, diventando così ufficialmente "malati". Questa visione è evidentemente riduttiva e imprecisa, pur facendo luce su molte delle paure che aleggiano intorno alla ricerca di aiuto.


La realtà dei fatti è ben diversa. Una diagnosi psicologica si configura più che altro come un processo in continuo divenire, che evidenzia e descrive l’unicità dell’individuo attraverso la comprensione dei suoi aspetti emotivi e cognitivi ed è orientata alla definizione del funzionamento dell’individuo, che va oltre la sola sintomatologia. Una diagnosi psicologica comprende l’assetto cognitivo ed emotivo della persona, il suo stile di pensiero e di comportamento, la capacità di rappresentazione mentale, così come i suoi personali punti di forza.


È proprio grazie alla valutazione delle risorse e delle potenzialità di ognuno, che il lavoro psicologico può cominciare e funzionare. Lo psicologo, quindi, si occupa anche di benessere, di migliorare la qualità della vita, di consulenza psicologica e di sostegno a chi si trova in momentanee situazioni di difficoltà. Si può andare dallo psicologo per migliorarsi, per affrontare un particolare momento della vita oppure per superare una difficoltà, senza per forza avere una malattia mentale definita e diagnosticabile.


  1. Lo psicologo è per i deboli (e io voglio farcela da solo)


Chiedere aiuto è sempre difficile, poiché farlo significa ammettere di averne bisogno. La nostra cultura è intrisa del pregiudizio per il quale una persona è forte se, e solo se, è in grado di farcela sempre e comunque da sola, senza l’aiuto di nessuno. Così le persone si ritrovano a dipendere esclusivamente da loro stesse, separate come le isole di un arcipelago, scollegate da tutto e da tutti e, in ultima analisi, profondamente sole.


L’essere umano è per natura sociale, e solo il confronto e lo scambio con l’altro gli permettono di arrivare a un livello più alto di consapevolezza, durante un'infinita scalata che non si potrebbe in alcun modo compiere da soli.


Rispetto alla debolezza, poi, si deve evidenziare l’enorme sforzo di volontà necessaria a riconoscere di avere delle difficoltà, la profonda umiltà che serve ad ammettere di aver bisogno dell’assistenza e del supporto di qualcuno e l’immenso coraggio su cui si basa ogni richiesta di aiuto.



Al contrario di quanto si possa pensare, quindi, decidere di rivolgersi ad uno psicologo risulta piuttosto un atto di coraggio. Significa prendere una decisione importante per poter cambiare la propria situazione in meglio e superare il proprio disagio e le proprie difficoltà, avendo il coraggio di guardarsi dentro ed esplorare la propria interiorità per risalire dall’abisso con una nuova consapevolezza, e conoscere quali siano i propri punti di debolezza, ma anche i propri punti di forza.


La vera forza non è nel non aver bisogno degli altri, ma in una sincera consapevolezza di sé.



  1. Lo psicologo potrebbe manipolare la mia mente


Questo pregiudizio può essere letto in diversi modi.


Da una parte, se inteso in senso letterale, si può solo commentare che lo psicologo non ha evidentemente poteri sovrannaturali che gli permettono di comprendere istantaneamente e infallibilmente gli altri.


Non legge nel pensiero, non è un mago, un guru o un indovino. Conosce piuttosto delle tecniche di intervento, e possiede una visione teorica dell’uomo e della mente che gli permette di aiutare una persona, se questa lo desidera e lo richiede, ad essere maggiormente consapevole dei propri modi di pensare e di sentire. È un valido supporto per individuare e sviluppare delle alternative maggiormente costruttive rispetto a quelle finora utilizzate dal soggetto, sostenendolo e aiutandolo a raggiungere un maggiore grado di benessere, scopo proprio della pratica psicologica.



Un’altra versione di questo luogo comune si basa sul timore che lo psicologo possa in qualche modo influenzare le persone attraverso consigli o, peggio, prescrizioni.


In nessun modo lo psicologo obbliga qualcuno a fare qualcosa che non vorrebbe fare.


Base essenziale per il lavoro psicologico consiste proprio nell'accordo di reciproca fiducia tra psicologo e chi ne chiede l'aiuto. Gli obiettivi dell’intervento sono discussi e concordati, ed è il paziente che ha l’ultima parola sui modi e i tempi con cui affrontare determinate situazioni, accompagnato dal professionista che funge da guida esperta nell’esplorazione. Non sta allo psicologo dire cosa il paziente dovrebbe o non dovrebbe fare, né tantomeno fornire consigli a riguardo. Questo perché ogni scelta compiuta, per essere efficace e apportare benessere, deve avvenire liberamente ed essere personalmente valutata e selezionata.


È bene anche ricordare che lo psicologo risponde a delle norme deontologiche precise, per cui in nessun modo può utilizzare i metodi e le tecniche in suo possesso in maniera impropria e non professionale.



  1. Io sono fatto così (cambiare è impossibile)


Questa affermazione riflette l’idea che le persone siano entità statiche e rigide, che nessuno possa mai davvero cambiare. È possibile smentire facilmente questa convinzione, osservando come tutti noi cambiamo continuamente. Si cambia idea, cambia ciò che sentiamo, cambia il nostro comportamento, cambiano gli amici e il partner, cambiano i progetti e gli stili di vita. Il cambiamento fa parte della natura, anch’essa in continua trasformazione.


Ogni sistema vivente, sia esso una pianta, un animale o una persona, cambia come risposta per superare gli ostacoli che incontra lungo il percorso. Cambiare permette di adattarsi meglio al proprio contesto di vita e di realizzare i propri obiettivi. Tuttavia, non tutti sono ugualmente disposti al cambiamento e non tutti riescono a mettersi in gioco, per i motivi più vari. La resistenza al cambiamento può scaturire dalla paura, dalla confusione, dalla sfiducia, dal pessimismo, dal senso di colpa, dalla convinzione di non poter esercitare alcun controllo su di sé.


Queste difficoltà non possono e non devono essere negate, bensì vanno comprese e accolte, lasciando ad ognuno il tempo necessario per compiere la trasformazione.



  1. Nessuno può capire il mio dolore


Prima di tutto, per affrontare questo pregiudizio, bisogna considerare che, se anche un altro avesse vissuto una situazione identica, non è detto che sensazioni ed esperienze maturate sarebbero equivalenti.


La stessa esperienza può essere vissuta in moltissimi modi diversi. Si immagini, a titolo di esempio, un divorzio. Un evento di questo tipo può essere vissuto da un coniuge come un trauma, un fallimento e un profondo dolore, mentre per l’altro può rappresentare un tanto atteso nuovo inizio, un cambiamento desiderato per chiudere con una realtà divenuta intollerabile, una boccata d’aria fresca dopo un periodo di veleno e tossicità.


Il dolore che una persona prova è intrinsecamente ed essenzialmente personale, unico nel suo genere, inimitabile e quindi non esperibile dagli altri, non importa quanto cari o vicini.


Ciò non significa, però, che il dolore che si prova non possa essere capito. Grazie alle sue specifiche capacità di ascolto e di comprensione del punto di vista dell’altro, dei suoi vissuti e delle sue emozioni, lo psicologo è in grado di entrare in sintonia con i sentimenti e i pensieri altrui attraverso lo strumento fondamentale dell’empatia, letteralmente “patire con”, il proverbiale mettersi nei panni di qualcun altro.


Riuscire ad entrare in connessione col vissuto di qualcuno è la prerogativa dell’azione psicologica.



  1. È impossibile risolvere problemi concreti solo parlando


Altro luogo comune è la credenza che andare dallo psicologo consista sostanzialmente in una chiacchierata, in un continuo parlare e parlare.


È necessario in primo luogo precisare che l’attività psicologica non può essere ridotta al solo dialogo, comprendendo altri strumenti specifici come i test, il gioco, le storie, le creazioni manuali e artistiche, e molti altri.


Se però ci si vuole concentrare solo sulla tecnica del colloquio, che potrebbe erroneamente sembrare una semplice conversazione, ci si accorgerà che lo psicologo usa il dialogo per avviare dei processi di cambiamento nella persona. In altre parole, una competenza specifica dello psicologo consiste nell’usare le parole per rendere una persona consapevole del proprio mondo interiore, con i suoi sentimenti, pensieri e modi di agire particolari, aiutandola a superare le difficoltà.


Esistono problemi che non si possono risolvere in alcun modo, neanche volendolo con tutte le forze. Si pensi ad esempio alla perdita di una persona cara. Niente e nessuno al mondo potrà “risolvere” questo problema, non esistono “soluzioni” pratiche da adottare, ma il fatto stesso di poterne parlare con qualcuno, che è in grado di accogliere questo tipo di sofferenza in modo aperto e non giudicante, può aiutare a superare il momento difficile e, talvolta, riuscire persino a vedere la situazione da una prospettiva diversa.


Se concreto è ciò che ha effetti sulla realtà, emozioni e sentimenti sono quanto di più concreto una persona possa provare.



  1. Il percorso psicologico dura sempre anni


Questo è semplicemente un falso mito. La durata del percorso psicologico è strettamente legata ai bisogni e alla domanda della persona.


Si può andare dallo psicologo per una consulenza e decidere insieme il percorso da compiere insieme. Gli obiettivi sono sempre condivisi e la terapia dura fino a quando il paziente è disponibile a lavorare su di sé. Alcune richieste di intervento possono essere risolte anche in pochi incontri, altre invece possono richiedere interventi più duraturi. Non è lo psicologo a decidere i tempi, né tantomeno esiste una tabella unica per ogni caso e problema.


L'intervento psicologico è concentrato sulla qualità dell'intervento stesso, non sulla quantità.



  1. Lo psicologo costa troppo


Prima di tutto, è necessario chiarire che esistono differenti tariffe, sia in base al motivo del consulto, sia in base al singolo specialista. È innegabile che un percorso psicologico abbia il suo costo, così come ogni bene e servizio, del resto. Ma considerarlo una spesa sarebbe riduttivo e semplicistico.


Il costo risulta oneroso solo se considerato in un’ottica di breve termine. Esaminando i benefici a lungo termine, prendendo in considerazione ad esempio quanto si può risparmiare in termini di prevenzione o di limitazione del danno, il percorso psicologico rappresenta un ottimo investimento. Un intervento psicologico può, ad esempio, evitare un divorzio, prevenire una malattia fisica, scongiurare una carriera universitaria inconcludente o una decisione lavorativa errata, scelte che possono influenzare la vita per molti anni.


Ogni spesa dev’essere valutata in base al ritorno che ne deriva in termini di benessere e qualità di vita.


Un percorso psicologico è un investimento sul futuro e su di sé.



  1. Perché rivolgersi a uno psicologo quando posso parlare con un amico?


È innegabile che avere la fortuna di poter godere nella propria vita di buone amicizie costituisce un importantissimo fattore di benessere personale. Un amico disposto ad ascoltare e a mostrare la sua comprensione costituisce un aiuto prezioso, soprattutto nei momenti di difficoltà. Questo è indubbio.


Tuttavia, alcuni ritengono erroneamente che recarsi dallo psicologo sia equivalente a rivolgersi ad un caro amico, con la differenza che quest’ultimo è anche gratuito. Da questo luogo comune ne nasce un altro, cioè che chi si affida ad uno psicologo non abbia amici o nessuno con cui parlare. Niente di più sbagliato.


Parlare con persone intime può senza ombra di dubbio essere una fonte di sostegno, tuttavia l’ascolto di uno psicologo non è qualitativamente lo stesso di quello che può dare un amico.


Prima di tutto, lo psicologo è una figura professionale, non coinvolta nelle stesse dinamiche affettive che possono entrare in gioco parlando con un amico, un parente o una persona cara. L’amico, in secondo luogo, è solito fornire il suo punto di vista e dare consigli su cosa secondo lui sarebbe meglio fare per affrontare la situazione. Al contrario, uno psicologo non spiega al paziente come dovrebbe comportarsi o quali atteggiamenti dovrebbe avere, preferendo guidarlo, empaticamente e senza opinioni personali, alla ricerca di quale sia la via migliore da percorrere sulla base delle inclinazioni, punti di vista, convinzioni ed emozioni sue proprie.


Altra prerogativa dello psicologo è l’assenza di giudizio, che aiuta la persona a confidarsi senza timori di cosa l’altro possa pensare, in modo da favorire l’esplorazione e il cambiamento. Si possono avere pensieri o sensazioni molto intimi o personali che non si confiderebbero mai ad un amico, vuoi per paura di essere giudicati, vuoi perché si teme che l’altro potrebbe non condividere o essere in disaccordo.


Lo psicologo può offrire, infine, strumenti e competenze professionali per far fronte in modo più strutturato a problemi complessi e difficili da affrontare. A differenza dell’amico, che non possiede le medesime competenze, lo psicologo è preparato ad individuare nuclei tematici e precise dinamiche psicologiche nelle parole, nei gesti e nelle emozioni del soggetto. Questo perché lo psicologo è un esperto che, forte di una formazione più che quinquennale, laurea, esperienza di tirocinio professionalizzante e abilitazione alla professione conseguente l’esame di stato, possiede degli strumenti specifici per aiutare le persone, acquisiti con il tempo, lo studio, il percorso personale e l’esperienza.



  1. Ah… sei psicologo? Allora devo stare attento a quello che dico…


Come già precisato, lo psicologo non legge la mente e non capisce i pensieri più intimi delle persone al primo sguardo. È facile farsi ingannare da improbabili e carismatici personaggi da serie tv, basati proprio su quegli stereotipi che qui si cerca di smontare.


Lo psicologo è un professionista serio e preparato, non un personaggio costruito a tavolino.


Anche se non possiede alcuna verità assoluta o preconfezionata, può offrire una prospettiva diversa a partire da ciò che emerge durante i colloqui, perché conoscere una persona è di fondamentale importanza per poterla aiutare.


Esprimere sé stessi in modo sereno e sincero è molto importante per una vita equilibrata, e lo psicologo è la figura professionale adatta per poterlo fare in tutta sicurezza.



  1. Andare dallo psicologo vuol dire scavare nel passato


Probabilmente uno degli stereotipi più diffusi e meno veritieri sulla pratica psicologica.


La scena in cui un soggetto con un problema all’apparenza banale, dopo pochi colloqui si trova a parlare di esperienze dell’infanzia così lontane nel tempo da essere state rimosse è così abusata da essere un banale cliché.


Il percorso psicologico è invece un lavoro su sé stessi, qui e ora, nel quale gli eventi del passato aiutano a chiarire il presente che, a sua volta, diviene base consapevole per un futuro di benessere.


Il passato è parte imprescindibile di ogni persona, è vero, ma è possibile affrontarlo con uno sguardo rivolto al futuro.




  1. Lo psicologo prescrive psicofarmaci


Questo pregiudizio nasce dalla frequente confusione rispetto alle varie professioni di aiuto esistenti, a cui si è dedicato questo articolo. La prescrizione di farmaci in Italia è riservata ai soli medici, tra cui sono compresi gli psichiatri. Lo psicologo non è un medico, non prescrive farmaci, ma lavora clinicamente con il colloquio, la somministrazione di test ed il sostegno empatico.


Se lo psichiatra concepisce il problema come malattia, disfunzione organica, sulla quale intervenire dall'esterno, lo psicologo ricerca nella psiche l'origine del disagio, così come la soluzione per superarlo, concentrandosi sull'interiorità della persona coinvolta.




  1. Mi imbarazza dovermi stendere sul lettino mentre lo psicologo mi sta seduto dietro


Regina degli stereotipi sulla pratica psicologica, la stanza col lettino sul quale stendersi e ricordare i traumi del passato, in un fiume di confidenze e pensieri intimi.


Nella realtà, solo una minoranza dei professionisti, gli psicoanalisti, utilizza il “classico” lettino nel proprio studio. Lo psicanalista è uno psicologo che ha scelto di frequentare un corso di specializzazione quadriennale in psicoanalisi, che è solo uno dei numerosissimi modelli teorici esistenti.


La maggior parte degli psicologi, compreso chi scrive questo articolo, non ne fa uso, preferendo sedersi di fronte all’interlocutore in un contesto rilassato e informale.


Per un maggiore approfondimento sulle differenze tra figure professionali di aiuto, si rimanda a questo articolo.




Anche se questa panoramica dei pregiudizi più comuni sugli psicologi non può essere sufficiente a sradicare delle convinzioni sedimentate nel tempo, si può concludere con un pensiero forse banale, ma di chiaro buonsenso. Quando si hanno dubbi, incertezze o domande, la cosa più semplice da fare è contattare direttamente lo psicologo, così da condividere le proprie preoccupazioni e cercare di comprendere se il suo intervento può essere d’aiuto per la specifica situazione in cui ci si trova.


In particolari momenti critici della propria vita, un aiuto psicologico può offrire la possibilità di riacquistare un ottimale benessere ed equilibrio psicologico.




Si ringrazia l’Ordine degli Psicologi della Lombardia per gli spunti e le immagini.




30 maggio 2020

Chi è e cosa fa lo psicologo


Chi è e cosa fa lo psicologo

Lo psicologo studia i processi mentali, gli stati affettivi, il comportamento e le loro relazioni. Avvalendosi di tecniche e strumenti specifici a sua disposizione, cerca di conoscere, migliorare e tutelare il benessere psicologico e la salute di persone, famiglie, comunità e organizzazioni sociali e lavorative, favorendone il cambiamento e accompagnando chi ne ha bisogno nel percorso verso il superamento di momenti critici o di difficoltà.


Si tratta di una professione sanitaria, riconosciuta e regolamentata dalla legge, e risponde ad una precisa deontologia professionale, che tra i suoi punti cardine prevede e impone il mantenimento della riservatezza in relazione ai dati e alle informazioni raccolte, fattore cruciale per il rapporto tra psicologo e paziente.

Per diventare psicologo è necessario seguire un percorso specifico:

  • Laurea quinquennale in psicologia

  • Tirocinio professionalizzante di 1 anno

  • Superamento dell'Esame di Stato

  • Iscrizione all'albo della regione di riferimento

Questo significa che lo psicologo è un professionista con anni di formazione teorico-pratica nel campo della psicologia e ha superato con successo un Esame di Stato.


La lunghezza e la complessità del percorso necessario per diventare psicologi chiariscono perché sia così importante diffidare da altre figure professionali che vantano competenze simili, che hanno cioè seguito corsi non riconosciuti dalla legge, o che usano tecniche e metodi propri della psicologia senza però averne il titolo o le competenze specifiche. Oltre a compiere un abuso professionale punibile dalla legge, questi individui non dispongono della preparazione necessaria a svolgere la professione, per cui fare affidamento a tali servizi può, anziché promuovere il benessere, creare ulteriori difficoltà e peggiorare situazioni già difficili, con conseguenze potenzialmente anche gravi.


Le attività


Lo psicologo lavora per favorire il cambiamento, potenziare le risorse individuali o collettive, accompagnare le persone, le coppie, le famiglie e le organizzazioni nelle diverse fasi di sviluppo e di benessere.


Lavora nei campi della prevenzione, della diagnosi, delle attività di abilitazione-riabilitazione, di consulenza e di sostegno in ambito psicologico.



La prevenzione comprende tutte quelle attività che hanno come scopo la sensibilizzazione, l’educazione e l’informazione rispetto a determinati tematiche e argomenti, in modo da poter anticipare atteggiamenti, comportamenti e condotte a rischio.

Tra le attività di prevenzione che caratterizzano l‘intervento psicologico rientrano la promozione del benessere, la modifica dei comportamenti a rischio e lo sviluppo di competenze personali, quali il pensiero critico e creativo, la comunicazione efficace, la capacità di gestione delle emozioni, di risoluzione dei problemi e di gestione dello stress.


La diagnosi psicologica consiste nell’indagine e nella definizione del funzionamento di una persona. Avviene attraverso una valutazione, finalizzata a delineare un profilo che comprenda vari aspetti, quali la personalità, le capacità relazionali e sociali, lo stile cognitivo ed emotivo. Ha l'obiettivo di individuare la presenza di disturbi psicopatologici, stati emotivi e vissuti interiori, problematiche sociali e relazionali, ma anche il potenziale di una persona, le sue motivazioni, le risorse e i punti di forza. La diagnosi psicologica serve inoltre a progettare un eventuale programma di intervento terapeutico, per ristabilire il benessere della persona.

La diagnosi psicologica si differenzia, rispetto alla quella medica tradizionale, per alcuni fondamentali aspetti. In primo luogo, la diagnosi di uno psicologo ha le sue fondamenta in una specifica teoria della mente, basata sull’idea che non ci siano “malattie” in quanto tali, ossia elementi estranei alla psiche dell’individuo, (così che, ad esempio, si può affermare “ho preso il raffreddore”, ma non “ho preso la depressione”), bensì che in ognuno esistano delle parti di sé funzionali e delle parti disfunzionali, tra loro complementari, che convivono e si compenetrano in maniera fluida e dinamica.

In secondo luogo, le modalità e la prassi seguite dalla diagnosi psicologica risultano fortemente influenzate dal contesto in cui questa avviene, così da variare in relazione alle specifiche caratteristiche della persona che richiede l’intervento, delle problematiche che essa pone e dello scopo che si vuole raggiungere.


In questo senso, piuttosto che fare riferimento a criteri descrittivi e fenomenologici validi in ogni momento e applicabili in ogni contesto, la diagnosi psicologica tiene conto dei fattori contestuali, cioè specifici della situazione e del soggetto.


Un tipico esempio è la ricerca di un aiuto psicologico per poter capire meglio il proprio malessere, dargli un nome e, quindi, percorrere il primo importante passo per superarlo.


L‘attività di abilitazione fa riferimento a quella tipologia di interventi che hanno l'obiettivo di sviluppare nella persona delle abilità utili ad evitare l’insorgere di disturbi, migliorare il benessere individuale, accrescere competenze utili per fronteggiare le difficoltà emotive, relazionali, sociali e di sviluppare abilità cognitive non adeguatamente progredite o potenziate.



La riabilitazione psicologica comprende tutte quelle attività finalizzate ad una reintegrazione e recupero di abilità o competenze che hanno subito una modificazione, un deterioramento o una perdita, piuttosto che una compensazione, nei casi in cui non sia possibile il recupero.


Rientrano in questo ambito l'attuazione di interventi per la riabilitazione e rieducazione funzionale e integrazione sociale di soggetti con disabilità pratiche, disturbi cognitivi e dell’apprendimento compresi nella definizione di DSA, di deficit neuropsicologici a seguito di malattie degenerative, disturbi psichiatrici o con dipendenza da sostanze.



La consulenza psicologica (o counseling) è una specifica modalità di intervento dello psicologo, che lavora in un percorso di limitati incontri per definire la problematica portata dalla persona, che può derivare da un momento di crisi, o stress, o per l’imporsi di una decisione importante, per poi riflettere sulle possibili risorse nell’affrontarla. Non si tratta, quindi, di un intervento focalizzato su una patologia vera e propria, bensì di un momento di riflessione e di approfondimento sugli aspetti psicologici relativi al problema sollevato. L’obiettivo di una consulenza psicologica non è quello di dare consigli, piuttosto aiutare la persona a trovare una risposta alla sua difficoltà in un tempo relativamente breve.

Per esempio, una persona turbata da frequenti litigi con il/la partner può chiedere una consulenza psicologica per trovare un modo di risolvere il conflitto. Confrontandosi con il professionista, può quindi raggiungere una maggiore comprensione dei fattori psicologici che contribuiscono ad alimentare il problema di coppia. Sempre a titolo di esempio, potrebbe rendersi conto che la sua modalità di esprimere la frustrazione provoca nell’altro una reazione che innesca il litigio. Lavorando per correggere tale dinamica, si possono avere notevoli miglioramenti nella relazione con il/la partner.


La consulenza psicologica è, quindi, un intervento mirato volto alla risoluzione di problemi specifici e circoscritti.



Il sostegno psicologico è un intervento di supporto a una persona che sta attraversando situazioni e momenti di particolare difficoltà, in condizioni sia di salute che di malattia, che possono portare a problematiche di natura emotiva, sociale o relazionale. È particolarmente indicato in situazioni di disagio che nascono da un’incapacità di adattarsi all’ambiente, sia esso relazionale, familiare, sociale, scolastico o lavorativo, o da difficoltà relative a cambiamenti o transizioni in atto, oppure da un problema più specifico che la persona sente di non essere in grado di affrontare e gestire da sola.



Ritornando all’esempio del paragrafo precedente, la persona in una situazione di conflitto con il/la proprio/a partner può avere bisogno di sostegno nell’intraprendere il difficile percorso di modifica e miglioramento delle proprie capacità comunicative.



In conclusione, si può sinteticamente definire lo psicologo come un “professionista del cambiamento”, che accoglie la persona in un ambiente sicuro e neutro, nel quale si ha la possibilità di esplorare e affrontare il proprio disagio, i propri dubbi e insicurezze, oltre che il proprio desiderio di migliorarsi e raggiungere gli obiettivi desiderati.