17 marzo 2022
Perché abbiamo paura del “diverso”?
La definizione di “diverso” è sicuramente molto ampia. Diverso significa altro da sé, esterno, spesso estraneo. Diverso è colui che ha altre idee, culture, tradizioni, religioni rispetto alle proprie. Diverso è chi appare differente, o presenta qualche caratteristica particolare che si discosta dalla propria realtà di riferimento.
Davanti al diverso, le persone sono portate a manifestare una certa inquietudine, una sensazione di disagio ma anche di paura, insieme ad altre emozioni negative che possono generare reazioni di disprezzo e allontanamento.
È molto diffusa l’idea secondo cui la paura per il diverso emerga interamente dalla cattiveria, dalla meschinità e dalla scarsa umanità, e quindi rappresenti un atteggiamento facilmente contrastabile con uno sforzo di volontà. Tale interpretazione risulta eccessivamente semplicistica, e non tiene in considerazione numerosi altri fattori di natura psicologica e antropologica. In questo articolo si vogliono prima di tutto illustrare alcuni meccanismi psicologici dietro alla paura per il diverso, riletti come modi in cui la mente cerca di difendersi dal mondo esterno e di definirsi nella propria identità. In seguito, si vuole offrire una prospettiva antropologica alla questione, chiarendo – senza volerla per questo giustificare – che la paura per il diverso caratterizza l’essere umano da sempre, lungo tutto il corso della sua vita.
Stereotipi: le credenze generali
Uno dei modi principali con cui la mente elabora le informazioni provenienti dall’ambiente e dà un senso alla realtà, è rappresentato dalla categorizzazione, ossia quel processo che permette di suddividere oggetti, eventi e persone in categorie mentali. Si tratta di una capacità mentale alla base del nostro funzionamento cognitivo, senza la quale non potremmo compiere inferenze o formulare aspettative rispetto all’ambiente circostante. Il processo di categorizzazione è reso possibile dall’elaborazione delle esperienze concretamente vissute, che consentono di affinare e meglio definire le categorie (ad esempio: imparare che esistono molti tipi di insetti diversi, alcuni pericolosi, altri innocui), ma anche su idee derivanti da pregiudizi e stereotipi.
Gli stereotipi consistono in un insieme di credenze e idee su una certa classe di oggetti o individui, a cui vengono attribuite determinate caratteristiche.
Sono acquisiti dai singoli individui come parte della cultura del gruppo di appartenenza, che si fa portatore di determinate credenze verso se stesso (definito in psicologia ingroup) e gli altri (outgroup). Gli stereotipi, dunque, sono rappresentazioni largamente condivise e facilmente evocabili. Ad esempio, nella cultura occidentale, un medico è considerato intelligente, affidabile, portatore di autorevolezza e degno di rispetto, mentre l’immagine di un insegnante corrisponde ad una donna, gentile, colta e tendenzialmente riservata.
La diffusione e l’uniformità di tali credenze spinge a chiedersi cosa porti la mente a ricorrere agli stereotipi. Ebbene, questi rappresentano un modo per comprendere la realtà e semplificare il mondo, dando un senso alla complessità di ciò che ci circonda.
In questo senso, gli stereotipi sono una scorciatoia mentale, funzionale alla propria capacità di pensiero nel momento in cui si incorre in un nuovo elemento della realtà, di cui si necessitano informazioni. La realtà viene categorizzata per renderla meno ignota, meno pericolosa, e più comprensibile. In altre parole, gli stereotipi consentono di crearsi delle rapide aspettative sul comportamento altrui, il che assicura un senso di padronanza e controllo, fondamentale per la salute mentale. Così, se incontriamo una persona e questa ci rivela di essere un medico, si assoceranno automaticamente a questo titolo tutta una serie di caratteristiche derivanti dallo stereotipo, come l’intelligenza, l’affidabilità e l’autorevolezza, anche se queste non necessariamente corrispondono alla persona che si ha davanti. Questo esempio ci porta ad un’ulteriore caratteristica degli stereotipi, vale a dire la loro rigidità e resistenza al cambiamento, per cui, una volta formati, risultano difficilmente modificabili, restando ancorati alla cultura e all’identità della persona.
Oltre alla difficile modificabilità, gli stereotipi hanno altri risvolti negativi, primi fra tutti gli errori di categorizzazione. Tra questi, i più importanti sono la sottovalutazione delle differenze all’interno del gruppo di appartenenza (ingroup) e la sopravvalutazione delle differenze tra gruppi (outgroup). Nel primo caso, il gruppo sociale a cui si appartiene viene percepito come complesso e multisfaccettato, composto da individui distinti tra loro e portatori di una propria identità. Per quanto riguarda i gruppi sociali esterni, invece, si tende a visualizzarli in maniera compatta e omogenea, fino a non riuscire a cogliere le differenze al suo interno. Gli altri diventano, così, tutti uguali, nel loro essere diversi da sè. Ciò avviene perché si attribuiscono indistintamente delle caratteristiche precise ad un’intera categoria di persone, senza prendere in considerazione l’inevitabile variabilità tra i componenti di quel gruppo.
Pertanto, gli stereotipi sono una strategia funzionale adottata dalla mente per comprendere il mondo e dare un senso alla realtà, e raggiungono il loro scopo a patto che non risultino eccessivamente rigidi e generalizzati.
Pregiudizi: le opinioni precostituite
Al concetto di stereotipo si lega indissolubilmente quello di pregiudizio, il primo come base del secondo.
Con pregiudizio si intende, letteralmente, un giudizio che viene formulato prima dell’esperienza o comunque in assenza di informazioni concrete. Si tratta di un’opinione che deriva non dalla conoscenza precisa e diretta di eventi, individui o gruppi, bensì sulla base di voci e opinioni comuni. Come gli stereotipi, anche i pregiudizi tendono a rimanere immutati, anche alla luce di nuove conoscenze, e sono diffusi all’interno del gruppo di appartenenza.
Tuttavia, anche se spesso confusi o assimilati allo stesso significato, in realtà stereotipi e pregiudizi presentano importanti differenze. Mentre per gli stereotipi prevale una componente cognitiva o informativa, maggiormente legata all’ottenimento di informazioni in base alle quali creare un giudizio, i pregiudizi sono più legati ad una componente valutativa, come stabilire se qualcosa o qualcuno è apprezzato o meno. Ad esempio, in base ad un pregiudizio, si possono considerare gli avvocati come persone oneste, mentre ritenere i politici incapaci o corrotti. In questo senso, il pregiudizio si lega in modo più stretto alle emozioni della persona, e pertanto risulta facilmente manipolabile dall’esterno. Come gli stereotipi, anche i pregiudizi non si formano in modo casuale o secondo una momentanea scelta arbitraria, bensì costituiscono una parte integrante della cultura di un certo gruppo e derivano dai processi di socializzazione, ossia dall’influenza della società.
Il pregiudizio è dunque trasmesso socialmente, e come tale può essere creato: nella storia sono innumerevoli gli esempi di gruppi o popolazioni che, prima considerati in maniera positiva o neutra, sono portati al rango di “nemico” o comunque giudicati in modo negativo. Negli ultimi decenni, questo ruolo di influenzamento e creazione di pregiudizi è stato primariamente svolto dai mass media, sempre più abituati a scindere gli eventi in maniera binaria, differenziando in maniera netta tra “buoni” e “cattivi”, confezionando ad arte idee preconcette che nulla hanno a che fare con la realtà. Pregiudizi, appunto.
Oltre a semplificare eccessivamente la realtà, fino a stravolgerla, questa tendenza risulta particolarmente pericolosa per via della stretta connessione tra pregiudizi e comportamento. Dal momento che i pregiudizi portano ad attribuire ad una persona sconosciuta dei tratti e delle caratteristiche ritenute proprie del suo gruppo di appartenenza, ne risultano influenzate anche le interazioni sociali e il modo di porsi e comportarsi con tale individuo.
Il comportamento viene quindi modellato sulla base delle credenze possedute, così che si crea una condizione in cui le ipotesi formulate sulla base dei pregiudizi tendono a verificarsi. Questa dinamica, definita della “profezia che si auto-avvera”, influenza l’interazione con le persone sulle quali si hanno pregiudizi, modificandone di conseguenza il comportamento in modo che si conformi al proprio modello. Ad esempio, considerare delle persone come aggressive e violente (senza avere prove o esperienza diretta per poterlo affermare) porta ad assumere atteggiamenti poco gentili e orientati alla punizione nei loro confronti, i quali a loro volta reagiranno in maniera più aggressiva nei confronti di questa ostilità, finendo col confermare le aspettative e il pregiudizio.
Pertanto, rispetto agli stereotipi, maggiormente afferenti alla sfera cognitiva, i pregiudizi trovano le proprie basi nelle emozioni, che a loro volta portano a determinati comportamenti. Una delle emozioni cardine del pregiudizio è rappresentata dalla paura del diverso, dell’ignoto, dell’altro da sé. Una paura ancestrale, che caratterizza l’essere umano universalmente e in tutta la sua storia, sia evolutiva, sia di vita. Comprendere questo aspetto può aiutare non solo a rileggere gli stereotipi, i pregiudizi e la paura del diverso sotto una nuova luce, ma può anche servire a non farsi manipolare e a ragionare senza ricorrere troppo al pilota automatico.
Paura del diverso: una visione psico-antropologica
Se alla base del pregiudizio troviamo la paura, resta da chiedersi da cosa derivi questa reazione, soprattutto in quanto inconsapevole e automatica. La paura verso ciò che non si conosce ha radici molto profonde, risalenti all’evoluzione animale, e quindi anche della specie umana. Si teme lo sconosciuto per sopperire alla necessità di proteggere se stessi e il proprio gruppo sociale da potenziali minacce, per garantirne la sopravvivenza. Anche lo stereotipo, in quest’ottica, assume una funzione difensiva, consentendo il mantenimento della propria cultura e la protezione delle posizioni acquisite.
In effetti, dal punto di vista evolutivo, la paura per tutto ciò che è diverso ed insolito caratterizza l’essere umano fin dalla prima infanzia, tanto da essere sperimentata dagli 8 mesi di vita. Orientativamente in questo periodo, i bambini iniziano a manifestare una reazione di paura nei confronti delle persone estranee, piangendo in assenza della madre o della figura di riferimento. Si tratta di una reazione innata con un preciso significato evolutivo. L’estraneità viene considerata un segnale di potenziale pericolo, rinforzando contemporaneamente l’attaccamento nei confronti della madre, le cui cure sono essenziali per la sopravvivenza dell’individuo e della specie.
In seguito, la paura (o la fascinazione) per il diverso risulta particolarmente evidente nei bambini che, privi delle inibizioni date dalle norme sociali (pregiudizi), si stupiscono, si impauriscono e fanno domande, spesso in modo ritenuto inappropriato o sconveniente, quando si trovano davanti a persone vestite in maniera particolare, con aspetto diverso dal proprio o con disabilità di varia natura.
Crescendo, anche in
seguito alle reazioni di disapprovazione e rimprovero da parte degli
adulti, i bambini imparano che certe questioni sono da trattare in
maniera più delicata e privata. Questo, tuttavia, ha a che fare con
le modalità di manifestazione di una certa reazione, in questo caso
il timore per il diverso, la quale resta comunque presente anche in
età adulta. Rimaniamo incuriositi (positivamente o negativamente) da
chi non è come noi, apprendiamo solo che ci sono modi socialmente
accettati e altri disapprovati per esprimerlo.
La paura per il diverso è dunque propria dell’uomo, e si è evoluta insieme al suo modo di concepire e rappresentare la realtà.
A riprova di ciò si può considerare come, nella lingua inglese, i termini “stranger” (straniero, sconosciuto) e “strange” (strano, bizzarro, insolito) siano praticamente sovrapponibili; o ancora, pensare al termine latino “extraneus” (estraneo, sconosciuto), la cui radice “extra” significa fuori, da fuori, cioè colui che è di un altro paese, in altre parole straniero.
Gli esempi tratti dalle lingue possono continuare prendendo in esame l’ideogramma cinese yì, ossia differente, strano, altro, il cui carattere arcaico raffigura una persona che muove le mani in aria in modo minaccioso e che indossa una sorta di maschera (in maniera significativa, la testa è a sua volta costituita da un altro ideogramma, con significato “occidente”). Anche in questo caso, dunque, differente rimanda a ciò che è negativo, ignoto e lontano.
Pertanto, i nostri meccanismi mentali ci portano ad avere timore della diversità e ad essere sospettosi nei suoi confronti, per ragioni evolutive e di conservazione della propria identità. Così è la natura degli esseri umani, e negarla o pretendere di cambiarla per capriccio, volontà o imposizione (cioè, in poche parole, pretendendo di estendere i propri stereotipi e pregiugizi a tutti gli altri) è non solo inutile, ma anche una vera e propria violenza sugli altri. Tuttavia, questo aspetto naturale e imprescindibile (come altri) non deve essere una giustificazione alla discriminazione e al disprezzo nei confronti di ciò che non conosciamo (una maniera, di nuovo, per estendere i propri stereotipi e pregiudizi a tutti gli altri, uguale e contraria alla precedente).
Conclusioni: da “hostis” a “hospes”
Nelle lingue di origine latina, il significato originario del termine “straniero” rimanda alla stessa radice da cui provengono i termini, apparentemente antitetici, di “nemico” (“hostis”, ostile) e “ospite” (“hostes”). La nozione di ostilità e quella di ospitalità sono dunque strettamente collegate, e lo straniero ha una duplice accezione: in un caso ospite da rispettare (hospes), nell'altro nemico da combattere (hostis).
In effetti, l’altro è al tempo stesso diverso e simile a sé, nel suo essere umano e in grado di provare sensazioni ed emozioni umane, seppur di natura o qualità differenti. Se nell’altro si riconoscono solo differenze, si perde la dimensione comune; se ci si sforza per azzerare la diversità, affannandosi a cercare un’uguaglianza categorica e a priori, si scredita tutta l’originalità dell’altro, sacrificandola in nome di un’integrazione forzata che non ha nulla di autentico e, inevitabilmente, la diversità (altrui o propria) verrà annullata e assimilata da un'altra.
Considerando entrambi gli aspetti, è
possibile riconoscere la diversità non più come qualcosa di
minaccioso o dannoso di cui avere paura, bensì come un “mondo
nuovo” da esplorare e scoprire, a cui ci si può approcciare con
curiosità e interesse, anche per conoscere più e meglio se stessi,
avendo un confronto con qualcosa di differente.
Trasformare il potenziale hostis in hospes rappresenta una scelta complessa, faticosa, che necessita di essere calibrata e che è frutto dell’impegno reciproco di entrambi gli interlocutori. A questo proposito, non bisogna dimenticare che, se da una parte l’ospite va accolto, questi si deve anche lasciare ospitare e accettare le regole della casa.
In conclusione, sviluppare una consapevolezza dell’esistenza e dell’inevitabilità di quei meccanismi che portano a stereotipi, pregiudizi e timore verso il diverso, permette in parte di controllarli e di esercitare una certa flessibilità in un sistema altrimenti rigido. Si tratta, in ultima analisi, di partire proprio dagli inevitabili stereotipi e pregiudizi, senza negarli o stigmatizzarli attraverso facili e falsi moralismi, per scegliere consapevolmente di andare oltre e cercare di dare una forma più realistica a ciò che è ritenuto diverso, conoscendolo per come è davvero. Una volta tracciati dei contorni più definiti e consapevoli di ciò che si presenta differente, sarà possibile un approccio più adeguato.
Se invece la paura dovesse permanere, anche per convenienza del sistema, il rischio è che si cristallizzi, fino a incancrenirsi, un sistema interno scisso, con da una parte la fazione dei “buoni” contrapposto alla schiera dei “cattivi”, quest’ultima considerata in maniera totalmente e universalmente negativa. Si badi che entrambe le fazioni si considererebbero i “buoni”, innescando un'ulteriore generazione di stereotipi e pregiudizi nei confronti dei “cattivi”. Ciò che intendeva annullare le differenze, ne genera di fatto di nuove.
Tale visione binaria del mondo porta alla formazione di pregiudizi sempre più rigidi, e corrisponde inevitabilmente ad un aumento nell’aggressività e nella violenza, vista come difesa necessaria agli attacchi esterni.
Attraverso la consapevolezza dei meccanismi di categorizzazione e di protezione nei confronti di ciò che è altro da sé, è possibile invece sviluppare una visione più accurata e tridimensionale del mondo che ci circonda, accogliendolo nella sua diversità, particolarità e complessità, dunque nella sua ricchezza.
30 novembre 2021
L’inganno della perfezione
Nella società occidentale è imperante la celebrazione della perfezione e del perfezionismo, considerati un simbolo di valore e l’emblema della persona di successo. La persona perfezionista combina un’attenzione eccessiva ai dettagli, una ricerca continua del massimo risultato e la tendenza a criticare ogni esito che non soddisfi completamente i propri standard, tutte qualità considerate positive e desiderabili al giorno d’oggi, al punto che il perfezionismo viene frequentemente citato all’interno dei colloqui di lavoro, come “difetto” desiderabile.
I valori di benessere vigenti, basati sull’autoaffermazione e sulla realizzazione professionale, sulla bellezza estetica più aderente possibile al canone, sulla competizione, sui risultati da raggiungere e, in generale, sull’apparenza, hanno come fondamento l’idea di perfezione (quindi, di converso, di mancanza di ciò che viene considerato imperfezione). I social network ne sono il perfetto esempio, non-luogo d’elezione per mostrare al mondo quanto sia impeccabile e desiderabile la propria vita. Un’infinita presentazione di contenuti raffiguranti un ideale convenzionale, una rappresentazione costruita, uno spettacolo perfetto da guardare, che evita accuratamente di mostrare tutti i lati della personalità che potrebbero essere considerati troppo strani, indesiderabili o semplicemente non conformi ai presunti standard sociali di perfezione formale.
Inevitabilmente, questo sforzo continuo nel curare l'apparenza lede la sostanza profonda del soggetto, che deve giocoforza reprimere ogni aspetto di sé che ritenga non all'altezza della (presunta) perfezione.
Questo sforzo, continuo e reiterato nel tempo, innesca un circolo vizioso di “non è mai abbastanza”, sensazione ben nota alle persone perfezioniste.
Le caratteristiche del perfezionismo
Se da una parte la tendenza a svolgere le attività in modo preciso e meticoloso è apprezzabile, in alcuni contesti specifici anche necessaria, le persone perfezioniste raramente hanno il successo a cui bramano, vivendo nella costante sensazione di non essere mai abbastanza perfetti, che li porta a sentirsi continuamente scontenti e insoddisfatti. Tutto ciò si accompagna a vissuti di stress, inadeguatezza e fallimento.
Il più delle volte la reazione al malessere è rappresentata da un'ulteriore spinta al perfezionismo, in una dinamica che porta a sentirsi continuamente sotto pressione, oberati di lavoro, ossessionati dallo scorrere del tempo e dall’impossibilità di fare tutto ciò che si pensa necessario. Per un perfezionista, il tempo a disposizione è sempre poco, mentre le cose da fare sempre troppe.
Inoltre, il perfezionismo spinge a esigere da sé stessi una performance di qualità maggiore rispetto a quella richiesta dalla situazione. Ogni imperfezione è semplicemente inaccettabile e l’errore è visto esclusivamente come indice di fallimento, così che domina il pensiero di tipo catastrofico (ogni svista è una tragedia o potrebbe molto facilmente diventarlo). Gli standard sono irragionevoli e sono tipicamente interiorizzati, cioè sono percepiti come adeguati e funzionali all’ottenimento dei risultati e dell’approvazione, propria e altrui. A tal proposito, al contrario di chi ricerca semplicemente attenzioni e convalida esterna, un perfezionista agisce nello stesso modo anche se il proprio operato non viene osservato o valutato da nessuno (come nella stesura degli appunti personali della lezione nel caso di uno studente). Le aspettative sono irrealistiche e spesso ben al di sopra delle proprie possibilità, sia in termini di capacità, sia di contesto (come la quantità di tempo disponibile per fare un lavoro).
Come conseguenza, la persona diventa eccessivamente critica del proprio operato (“Sono uno stupido”, “Non sono bravo a far niente”), vivendo in uno stato di ansia costante, dato dal bisogno di fare sempre meglio e dalla preoccupazione di commettere errori.
A livello cognitivo, la tendenza ad autocriticarsi si manifesta con un pensiero del tipo “tutto bianco o tutto nero”, che porta a valutare le situazioni in modo esclusivamente estremo, senza vie di mezzo. Ad esempio, una persona perfezionista può pensare che un certo lavoro possa essere svolto solo in maniera completamente giusta o sbagliata, oppure che avere bisogno di aiuto significhi essere deboli. Inoltre, è molto comune il pensiero di tipo doveristico, che porta ad autoimporsi regole rigide e severe su come le cose dovrebbero andare (“Non devo fare errori”, “Devo essere il migliore”).
Questo pensiero di estremi contrapposti, di divisione netta tra giusto e sbagliato, inizia così a permeare a fondo la personalità del soggetto, conducendolo a comportamenti altrettanto estremi. Da un lato, spesso le persone perfezioniste sono ossessionate dalle regole, dalle liste infinite e dettagliate di cose da fare e dal lavoro. All'opposto, si mostrano estremamente apatiche, procrastinando in eterno gli impegni per paura di risultare non all’altezza del compito, o di non riuscire a completare le attività in modo perfetto, temendo in anticipo il giudizio negativo altrui.
La combinazione fra stress e standard eccessivi, rende difficile o praticamente impossibile portare a termine un lavoro nei tempi stabiliti, o trarne soddisfazione personale. A questo proposito, anche nei rari casi in cui il perfezionista riesca ad ottenere i risultati desiderati, come un ottimo voto o una promozione, tipicamente non riesce a godere dei propri successi, avvertendo presto una sorta di vuoto interiore e ricorrendo a pensieri autodenigratori, come “gli altri ci mettono la metà del tempo e dell’impegno per raggiungere i miei stessi traguardi”. Così la persona perfezionista investe un’enorme quantità di tempo ed energie per soddisfare i propri standard senza mai effettivamente riuscirci, compromettendo ulteriormente il proprio rendimento ed efficienza.
Il perfezionismo è dunque controproducente, una condizione senza pace e senza limiti, che comporta un alto livello di malessere per l’individuo, oltre che un peggioramento dell’efficienza, sul lavoro o a scuola, del rapporto con i colleghi/compagni e con le persone care. Anche l’aspetto fisico è influenzato dall’ossessione di perfezione, così che, ad esempio, uno studente può svegliarsi con numerose ore di anticipo per avere il tempo necessario a prepararsi per la scuola, impiegando moltissimo tempo a scegliere l’abbigliamento o prepararsi l’acconciatura. Questo aspetto del perfezionismo risulta particolarmente evidente, e in costante crescita negli ultimi anni, nei giovani. Questo dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme per problematiche più radicate. Quando eccessivi, infatti, i vissuti di disagio legati al perfezionismo possono portare a difficoltà psicologiche anche serie, come depressione, ansia, anoressia, bulimia e pensieri suicidi.
Perfezionismo e disturbi psicologici
In molti casi, il perfezionismo è alla base dell’insorgenza e del mantenimento di vari disturbi mentali, anche diversi tra loro, come ansia sociale o ansia generalizzata, disturbi depressivi, disturbi del sonno, vissuti di rabbia e aggressività, disturbi psicosomatici, difficoltà relazionali, ossessioni e compulsioni, e disturbi alimentari. Tutto ciò rimarca la sua natura altamente disfunzionale. È necessario cercare di comprendere in che modo l’esigenza di essere sempre perfetti si nasconda dietro ai principali disturbi psicologici.
Disturbi d’ansia, depressivi e alimentari
Queste forme psicopatologiche sono predisposte da alcuni aspetti cardine del perfezionismo, come il timore di sbagliare o commettere errori, la sfiducia nelle proprie capacità e qualità e la tendenza a porsi aspettative irrealistiche.
A seconda del tipo di disturbo, la paura assume poi connotazioni particolari: nel disturbo di ansia sociale prevale la paura del giudizio altrui o di non essere all’altezza, nella depressione è più comune la preoccupazione di essere un fallimento o di essere incapaci, mentre per quanto riguarda l’anoressia nervosa, l’angoscia di essere grassi può derivare dalle proprie aspettative perfezionistiche disfunzionali.
Inoltre, la tendenza all’autocritica e all’autodenigrazione hanno un ruolo importante sia nella depressione che nei disturbi alimentari.
Perfezionismo e disturbo ossessivo-compulsivo di personalità
Dal momento che costituisce un aspetto cardine della personalità di un individuo, il perfezionismo gioca un ruolo di primaria importanza in molti disturbi di personalità, contraddistinti da schemi di pensiero, percezione, reazione e relazione relativamente stabili nel tempo, e dunque particolarmente difficili da affrontare e modificare.
In particolare, nel disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, i tratti perfezionistici connessi alla paura di commettere errori ed essere giudicati negativamente risultano molto marcati. Le persone con una personalità ossessivo-compulsiva hanno elevati standard di prestazione, che arrivano a causare disagio e compromissione della vita sociale e lavorativa. La personalità ossessiva-compulsiva è inoltre caratterizzata da una marcata attenzione per i dettagli, da controllo ossessivo per gli errori, e dalla tendenza ad autocriticarsi, tutti tratti cardine del perfezionismo. Queste persone si preoccupano per l’ordine, l’organizzazione e l’applicazione delle regole, con un’attenzione particolare al controllo, di sé e degli altri, alla prestazione e alla produttività.
Sono molto comuni i problemi di natura familiare o sociale, poiché la famiglia, come i genitori o il coniuge, si lamenta spesso del forte disagio provocato dal perfezionismo e dell’inflessibilità alle regole delle persone con questo disturbo. I primi sintomi si possono manifestare in adolescenza o nella prima età adulta.
Perfezionismo e disturbo narcisistico di personalità
Anche i pazienti con differenti disturbi di personalità, come il disturbo narcisistico, possono presentare livelli molto alti di perfezionismo.
Nel narcisista, il perfezionismo si manifesta in una sfumatura diversa rispetto alla personalità ossessivo-compulsiva. Si ricerca la perfezione al fine di mostrarsi agli altri come grandiosi e invulnerabili, ossia assolutamente attraenti, impeccabili, potenti, affascinanti, unici e di successo, per ottenere così la loro ammirazione.
L’autostima del narcisista si alimenta esclusivamente del riconoscimento altrui, rendendolo dipendente dal mondo esterno. Allo stesso tempo, il perfezionismo narcisistico è caratterizzato da un forte timore per il giudizio altrui, che porta ad una ipersensibilità e un’ossessività nell’analizzare le parole e i comportamenti degli altri. Un’eventuale critica, anche su questioni marginali o posta in buona fede, può creare delle “ferite” narcisistiche insopportabili, spesso gettando il narcisista nella più profonda disperazione.
Da questi brevi cenni, risulta evidente che il perfezionismo ha conseguenze particolarmente negative sulla psiche, sul benessere mentale e sulla vita sociale e lavorativa dell’individuo, ponendo le basi e assumendo connotazioni diverse in una pluralità di disturbi, anche molto radicati, come i disturbi di personalità.
Come superare il perfezionismo?
Come si è visto, il perfezionismo è un fenomeno complesso e profondamente legato agli aspetti di base della personalità e della condotta di un individuo. Questo lo rende particolarmente resistente al cambiamento, soprattutto nei casi, comunque rari, in cui i tratti perfezionistici non abbiano conseguenze negative rilevanti sullo stile di vita della persona (o, più comunemente, non ne abbiano ancora).
Anche se in modo parziale e superficiale, dunque, è possibile cercare di fornire alcuni suggerimenti per evitare gli atteggiamenti più problematici e intervenire sui comportamenti e le attitudini perfezioniste.
In primo luogo, è importante porsi obiettivi realistici, o aiutare la persona perfezionista nel trovarli. Gli obiettivi sono realistici nel momento in cui sono raggiungibili con le risorse a propria disposizione, tenendo conto delle proprie capacità, dell’impegno, ma anche del tempo che è possibile dedicare. Bisogna evitare la mentalità del “tutto o niente”, che porta ad assegnare la priorità massima ad ogni incombenza (o, di converso, a scartarla), cercando invece di discriminare le attività a cui si deve dare la precedenza e a cui si dedicherà il massimo impegno, da quelle che sono meno importanti, provando a ridurre lo sforzo e il tempo per queste ultime.
Soprattutto per le persone perfezioniste, però, è essenziale che gli obiettivi si basino sui propri desideri e bisogni e non su standard preimpostati. Per favorire questo processo si può sostenere la persona a riflettere sull’infelicità, sull’ansia e sulla frustrazione che prova nel momento in cui si pone delle mete impossibili da raggiungere. Inoltre, si può cercare di fornire una visione alternativa dell’errore, rivalutandolo come occasione di ulteriore miglioramento e non come una sconfitta o una prova della propria incapacità o inadeguatezza. A questo proposito, in maniera pratica, nel momento in cui si commette un errore si può pensare, o scrivere, tutte le cose apprese grazie ad esso.
Molti perfezionisti vanno poi assistiti nel superare la tendenza a rimandare continuamente le proprie responsabilità, una dinamica derivante da aspettative irrealistiche e dalla paura di non farcela, di non essere abbastanza e non riuscire a raggiungere l’obiettivo prefissato. In questo senso, imparare a gestire il proprio tempo e ad organizzarsi in maniera efficiente risulta fondamentale, soprattutto per gli studenti.
Un altro aspetto importante, alla base anche di molti altri malesseri, come i disturbi psicosomatici, è l’ascolto delle proprie emozioni, spesso soppresse e trascurate da chi cerca la perfezione. In particolare, il confronto con la paura, del fallimento o di commettere errori, può favorire un processo di accettazione dell’imperfezione per poter raggiungere i propri scopi. Ma è anche di grande giovamento riscoprire la soddisfazione e il piacere legate al processo, al fare le cose, senza concentrarsi esclusivamente sul risultato finale e sulla sua perfezione.
Infine, è fondamentale ricordare che è possibile che si presentino delle situazioni in cui le strategie proposte si rivelino insufficienti, e in cui il perfezionismo sia motivo di una sofferenza significativa e invalidante, per la persona ma anche per chi la circonda. Quando non si riesce ad affrontare da soli il disagio, è allora essenziale chiedere aiuto ad un professionista della salute mentale, che sappia analizzare il caso e sostenere la persona ad affrontare il malessere associato al perfezionismo.
26 settembre 2021
La coercizione psicologica
La coercizione psicologica, tra le influenze sociali, consiste in una serie di pratiche finalizzate nel costringere una persona a comportarsi involontariamente in un certo modo (che sia compiere o evitare di compiere un'azione) mediante l'uso di minacce, intimidazioni o qualche altra forma di pressione o forzatura. I sistemi coercitivi usano i meccanismi di influenza psicologica in modo repressivo, per indurre l'apprendimento e l'adozione di un'ideologia o di un insieme designato di credenze, idee, atteggiamenti o comportamenti.
Questo meccanismo viene indotto attraverso la minaccia credibile di qualche tipo di danno, correlato alla scelta della persona sottoposta a coercizione. Spesso comporta l'effettiva inflizione di un danno fisico o psicologico che rende credibile la minaccia, ma è la prospettiva di un ulteriore danno, che porta al cambiamento, alla cooperazione o all'obbedienza della persona costretta. Per questo, la coercizione è a tutti gli effetti ritenuta una forma di violenza.
La persona soggetta a coercizione può essere sottoposta a vari tipi di influenza coercitiva e a tattiche che inducono diversi gradi di ansia e stress nel corso del tempo.
In questo senso, è possibile distinguere varie forme di coercizione, in base a diversi criteri: tipo di danno minacciato, scopi o effetti.
Come avviene la coercizione
Considerando il tipo di minaccia, si può distinguere tra coercizione fisica, psicologica ed economica.
La coercizione fisica
Un modo di dire spesso utilizzato è "puntare una pistola alla testa di qualcuno", chiaro riferimento all'uso della minaccia fisica per costringerlo all'azione. Il contenuto della minaccia condizionata è l'uso della violenza fisica o della forza contro la persona, i cari o la proprietà della vittima. È la forma più comunemente considerata di coercizione, poiché risulta la più evidente. Sia criminali che forze armate, governi o regnanti di ogni sorta utilizzano da sempre questo metodo per imporre la disciplina e intimidire le masse o le opposizioni, per sottometterle, farle tacere o farne degli esempi.
Tuttavia, esistono anche forme non fisiche di coercizione, dove la minaccia di lesioni non implica necessariamente l'uso della forza fisica, ma si avvale di tecniche più subdole e sottili.
La coercizione psicologica
Nella coercizione psicologica, il danno minacciato riguarda le relazioni della vittima con altre persone. L'esempio più comune è il ricatto, in particolare il ricatto emotivo. Ma è possibile considerare molti altri casi, come le minacce di rifiuto, disapprovazione o esclusione da parte di un gruppo di pari, o anche la semplice rabbia o disappunto da parte di una persona cara.
La coercizione economica
La coercizione economica si verifica quando un detentore di una risorsa vitale usa il suo vantaggio per costringere una persona a fare qualcosa che non farebbe se questa risorsa non fosse monopolizzata. Ad esempio, se c’è un solo proprietario per l’unica riserva d'acqua, il suddetto può costringere la persona assetata a pagare un prezzo esorbitante per quell'acqua o fargli svolgere un lavoro eccessivo o di sfruttamento.
Gli obiettivi
La coercizione predatoria
In questo caso, lo scopo di chi costringe è quello di restringere il campo delle possibili azioni altrui, in modo da renderle strumentali ai propri interessi personali. Secondo molti filosofi sociali, questo tipo di comportamento predatorio diventerebbe quello prevalente in condizioni di anarchia sociale, ma ciò non esclude che possa essere riscontrato anche nei moderni sistemi di stampo liberista e capitalista.
La coercizione religiosa
Un approccio specifico alla coercizione predatoria è quello di matrice religiosa, in cui viene postulata un'entità di natura sovrannaturale che impone regole e restrizioni (tramite incarnazioni e vicari terreni), dispensa punizioni e doni, e la cui minaccia si impone secondo un arbitrario modello di comportamento da seguire.
La coercizione pedagogica e del pensiero
All'altro estremo dello spettro, si trovano i tentativi di usare la coercizione altruisticamente, come un dispositivo pedagogico per “migliorare” - in un senso che si suppone oggettivo da chi lo impiega - il modo di pensare delle altre persone, con particolare riguardo ai loro atteggiamenti e valori di base. La coercizione pedagogica può essere applicata all'interno di un contesto strettamente educativo, ed è per lo più rivolta ai bambini. In questo articolo, tuttavia, l'attenzione si concentrerà sulla coercizione del pensiero, vale a dire il tentativo di usare la coercizione per influenzare i valori di base delle persone adulte in generale.
In tutte le forme di coercizione del pensiero, l'obiettivo immediato è quello di obbligare le altre persone ad agire come se i loro criteri di scelta fossero identici a quelli dell’autorità che costringe. Tuttavia, questa semplice conformità di comportamento "esteriore" non è che un primo passo. Il vero e ultimo scopo della coercizione del pensiero è quello di indurre un cambiamento nella funzionalità oggettiva della persona che ne è vittima, vale a dire l'insieme di valori e regole di base con cui questa determina la propria scelta tra le alternative di un insieme possibile. La coercizione del pensiero è dunque generalmente destinata ad essere solo temporanea poiché, una volta ottenuto il cambiamento di valori desiderato, ci si aspetta che la vittima si conformi spontaneamente, senza bisogno di ulteriori coercizioni.
La coercizione ideologica
La coercizione ideologica è l'uso della coercizione del pensiero per modificare la filosofia sociale e politica della popolazione. Ciò si differenzia nettamente dalla semplice propaganda o dalla persecuzione degli avversari politici, in quanto il suo obiettivo è quello di forzare conversioni ideologiche individuali.
La persona sottoposta a coercizione ideologica è portata a riconsiderare in modo negativo gli aspetti più centrali della propria esperienza di sé e della propria condotta pregressa, fino a sentirsi “crudele” o “cattiva”. Il meccanismo è progettato per destabilizzare e minare la coscienza di base del soggetto, la sua consapevolezza della realtà, la visione del mondo, il controllo emotivo e i meccanismi di difesa. Nello specifico, si punta a creare forti sensazioni emotive negative associate a determinate condotte o pensieri, attraverso tecniche come l'umiliazione profonda, la perdita di privilegi, l'isolamento sociale, i cambiamenti di status sociale, il senso di colpa intenso, l'ansia e la manipolazione.
Gradualmente, la persona è portata a mettere in discussione, dubitare e reinterpretare la propria vita, adottando infine una nuova "realtà" (ovviamente quella voluta da chi ha applicato la coercizione ideologica).
La coercizione disciplinare
Da qualche parte nel mezzo, tra la coercizione predatoria e quella pedagogica, si trovano le forme di coercizione che sono usate come i principali strumenti di coordinamento dei sistemi di comando. Si tratta di organizzazioni che usano la coercizione per imporre ai loro membri modelli di divisione del lavoro finalizzati al raggiungimento degli obiettivi dell'organizzazione, che per una varietà di ragioni possono non essere sempre coerenti con gli obiettivi personali di ciascun membro. L'esempio più tipico di un sistema di comando è l'organizzazione militare, ma qualsiasi grande gruppo di produzione industriale può facilmente rientrare in questa categoria.
Gli effetti
Gli effetti della coercizione possono essere sostanzialmente diversi a seconda del tipo. Qui saranno considerati dal punto di vista legale, psicologico, sociale ed etico.
Effetti legali
Nella maggior parte dei sistemi giuridici, l'uso della coercizione fisica specifica da parte di privati è un reato penale in tutti i casi che non riguardano la difesa personale.
Il quadro si rivela più complesso per la coercizione psicologica, vista la sua maggiore elusività. Nella maggior parte dei sistemi, la coercizione psicologica è trattata come un reato penale quando è finalizzata all'estorsione (come ad esempio il ricatto). Viene anche punita quando porta a un'influenza indebita, definita come una relazione padrone-schiavo.
In aggiunta, la coercizione economica è generalmente illegale nella maggior parte dei sistemi di legislazione antitrust, dove può essere un reato penale - come negli Stati Uniti - o un reato amministrativo passibile di una semplice multa - come per la legislazione europea.
Effetti psicologici
Comportarsi in modi che non sono allineati con i propri valori personali può provocare grande disagio e sofferenza psicologica, in quanto le azioni vanno a contraddire non solo le credenze sul mondo, ma anche l’idea che si ha di sé stessi.
Questa incongruenza prende il nome di dissonanza cognitiva, ossia la sensazione che si prova quando si è costretti a fare (pubblicamente) qualcosa che (privatamente) non si vuole fare. In questo modo, si crea una disparità netta tra la propria cognizione (“non volevo farlo”) e il comportamento adottato (“l'ho fatto”). La dissonanza cognitiva può essere fonte di malessere e disagio, soprattutto se la disparità tra le proprie credenze e i comportamenti richiesti implica un aspetto centrale per il senso di sé.
Oltre al forte malessere, che può portare anche a veri e propri disturbi depressivi e ansiosi, la dissonanza cognitiva può influenzare profondamente il modo in cui le persone si sentono e si vedono, generando sentimenti negativi di autostima.
Effetti etici: coercizione e libertà
Se le pratiche di coercizione predatoria individuale sono generalmente disapprovate, se non punite dalla legge, la situazione si fa più complessa – e controversa – per le forme di coercizione non predatorie, come la coercizione politica e di pensiero.
La coercizione come negazione della libertà
Secondo questo punto di vista, ogni forma di coercizione non può mai considerarsi etica, in quanto ferisce la libertà, a prescindere dai suoi effetti dannosi sul progresso sociale. Il valore etico della libertà si fonda sull'idea che la coscienza non può essere costretta, ed è quindi il riferimento ultimo per la moralità. Ne consegue che - da un punto di vista etico - la coercizione non può nemmeno essere considerata come un male minore e/o necessario. Questo perché, non potendo generare un comportamento veramente coscienzioso, non potrà mai portare alla realizzazione di alcun valore etico, ma solo alla sua temporanea imitazione, per tornare allo stato iniziale una volta che viene a mancare la fonte della coercizione.
La coercizione come fonte di libertà
Sviluppando l'idea
socratica secondo cui il male morale è il risultato dell'ignoranza,
i filosofi stoici sostennero che la "vera" coscienza - e
quindi la virtù - potesse essere raggiunta solo liberandosi
dall'irrazionalità e dalle passioni, attraverso il severo
autocontrollo tipico degli uomini saggi. Questo principio fu poi
inserito nel quadro cristiano del peccato originale e della necessità
di una redenzione "esterna", per produrre l'idea che in
molte occasioni una coercizione specifica da parte di un’autorità
potesse e dovesse prendere il posto dell'autocontrollo nel liberare
le persone comuni dalle loro tendenze peccaminose. Quasi
paradossalmente, la libertà spirituale personale venne così ad
essere spesso basata sulla coercizione del pensiero da parte di pochi
eletti sapienti e ritenuti superiori.
Soprattutto negli ultimi tempi, questo approccio alternativo è andato ben oltre il campo religioso, ed è condiviso oggi da tutti coloro che ritengono di avere un accesso privilegiato alla "vera" coscienza, alla “verità”, grazie ad una rivelazione divina, piuttosto che ad una conoscenza "scientifica" settoriale o a qualche altra circostanza ritenuta speciale da chi vuole uniformare tutti alla propria visione del mondo delle cose. A parte i principi religiosi, la "vera" coscienza può consistere nella coscienza di classe, nel nazionalismo, nell'altruismo come obbligo, nei valori "sociali" (ovviamente quelli della propria società, o addirittura di una società ideale, non realmente esistente), nella correttezza politica o in qualsiasi altra visione del mondo fortemente etica. L'elemento comune è la ferma convinzione che la coercizione – che sia quella legale da parte dello Stato, o quella di gruppi terroristici - possa e debba essere usata per realizzare la "vera" libertà per tutti, a prescindere dalle obiezioni e dalle conseguenze per i dissidenti.
Conclusioni
Nonostante vi siano interpretazioni etiche che cerchino di giustificare la coercizione alla luce di un supposto bene comune o interesse pubblico, risulta che i sistemi psicologici coercitivi violano i concetti più fondamentali dei diritti umani di base, garantiti da molte dichiarazioni, atti e giurisprudenza in tutto il mondo.
Se le forme di coercizione predatoria o violenta sono universalmente disapprovate e punite dalla legge, la coercizione ideologica e del pensiero rappresenta una forma di violenza nei confronti dell’individuo, per le gravi conseguenze fisiche e psicologiche che ha sulla vittima.
In questo articolo si è evidenziato come ogni forma di coercizione abbia profondi e gravi effetti negativi sull’intera psiche del soggetto, che può arrivare a mettere in dubbio anche la propria identità, valori e credenze, intaccando il nucleo fondamentale di chi si è. Le persone che ne sono vittima diventano confuse, intimidite e costrette al silenzio, diventando infine accondiscendenti per poter tornare a vivere. Oppure tenderanno a radicalizzarsi nelle loro posizioni iniziali e dissenzienti, diventando potenzialmente ostili e aggressivi nei confronti delle forze d'oppressione. Tali effetti non possono essere sottovalutati o messi in secondo piano, e l'utilizzo insensato di tali pratiche porterà, in un modo o nell'altro, a stati di sofferenza.
Informazioni personali
- Emma Messina
- Sono una psicologa abilitata e un’insegnante, con esperienza più che quinquennale nel settore.
Nel mondo scolastico, ho maturato un'esperienza particolare nei confronti di ragazzi con disturbi dell’apprendimento, problemi di motivazione e di ansia da prestazione. Da anni tengo lezioni sul metodo di studio a studenti di ogni età, per promuovere l’autonomia, rinforzare l’autostima e recuperare le abilità scolastiche.
Parallelamente, offro un servizio di sostegno ai genitori, affinché possano mantenere e consolidare i risultati ottenuti dai figli in un clima di serenità e reciproca comprensione.
Servizi offerti:
- Processo di diagnosi e Valutazione Psicologica;
- Tutoring elementari/medie/superiori/università;
- Orientamento;
- Crescita personale;
- Sostegno genitoriale;
- Consulenza psicologica.
Cerca nel blog
Post in evidenza
Ansia da “back to school”: settembre e la paura di tornare a scuola
Settembre è un mese di inizi : nuovi quaderni, nuovi compagni, nuove sfide. C’è chi lo vive con entusiasmo, pronto a ricominciare, e chi in...
Post più popolari
-
La coercizione psicologica, tra le influenze sociali, consiste in una serie di pratiche finalizzate nel costringere una persona a comportar...
-
Settembre è un mese di inizi : nuovi quaderni, nuovi compagni, nuove sfide. C’è chi lo vive con entusiasmo, pronto a ricominciare, e chi in...
-
La prima cosa che viene in mente alla maggior parte delle persone, quando si parla di ansia, è il malessere e lo stato di preoccupazione c...










