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19 ottobre 2021

Figli iper connessi: come gestire l’equilibrio tra controllo e libertà?



L’uso delle nuove tecnologie è ormai diventato sempre più pervasivo, dilagando in particolare nel mondo dei più giovani.

Secondo l’ultimo report fornito dall’EU Kids Online, una rete di ricerca internazionale volta a promuovere la conoscenza delle opportunità, dei rischi e della sicurezza online dei minori europei, i bambini e ragazzi italiani di età compresa tra 9 e 17 anni navigano online principalmente dal proprio smartphone, e la stragrande maggioranza lo fa tutti i giorni.

Sempre più bambini con meno di 13 anni frequentano pagine web, chat e social network, e si trovano a convivere con fenomeni in costante crescita, come cyberbullismo, messaggi d’odio, adescamento, sexting, pornografia, sfide rischiose (le cosiddette “challenge”) e uso improprio del denaro.

 

I pericoli sono dunque numerosi e, in effetti, la percentuale di bambini e ragazzi che si è sentita turbata da un’esperienza vissuta su internet (come messaggi di odio, o contenuti inappropriati all’età) è più che raddoppiata in 5 anni.

Un ragazzo su tre vive in maniera totalmente passiva i rischi della rete, senza intervenire nei contesti in cui si trova a partecipare, mentre uno su quattro non parla con nessuno dell'accaduto, anche quando pensa di vivere in un ambiente sicuro e di supporto, per esempio a casa, a scuola e tra coetanei.

È quindi importante analizzare la tematica, per individuare delle strategie che possano proteggere bambini e ragazzi dai pericoli della rete e, spesso, da se stessi.

 

Ma cosa li attrae?

 

Il primo passo da compiere per arginare i rischi della rete ed educare ad un uso corretto del web, consiste nel comprendere le ragioni per le quali bambini e ragazzi adottano certi comportamenti. Solo così si può valutare il reale impatto che l’utilizzo non appropriato di Internet può avere sui più giovani, tenendo in considerazione non solo gli aspetti pratici (come la perdita di denaro dovuta ad acquisti incontrollati), ma anche e soprattutto le conseguenze sul benessere psicologico.

 

I bambini sono attratti dai social, banalmente, perché sono attività molto divertenti, eccitanti, apparentemente socializzanti. Allo stesso tempo, il sistema spinge a mettersi in vetrina e a esibirsi per ottenere un riscontro dagli altri (i famigerati “like”), una dinamica estremamente potente per un adolescente o pre-adolescente, in continua ricerca di riconoscimento e di prove del proprio valore e capacità. La ricerca di apprezzamento e accettazione, ossia di like, porta a condividere proprie foto, anche private o intime e non solo tra conoscenti, oppure a compiere azioni ritenute divertenti o scherzose, considerandole un modo per raggiungere l’obiettivo implicito al mondo dei social, cioè diventare popolare (e, in maniera più ampia, essere amato dagli altri). Agli occhi di un ragazzo, questa è la sola cosa importante, per cui tutto il resto, le possibili conseguenze, implicazioni o rischi, viene dimenticato, minimizzato o direttamente incompreso.

In questo senso, le challenge o sfide estreme, ossia tutte quelle catene che nascono sui social network in cui spesso si viene nominati o chiamati a partecipare da altri attraverso un tag, sono un mezzo per soddisfare il profondo bisogno di sentirsi accettati, riconosciuti nel proprio ruolo sociale e apprezzati dai coetanei, arrivando ad esibirsi con azioni tanto pericolose quanto apparentemente insensate (come rischiare di avvelenarsi con del detersivo per bucato o strozzarsi fino a soffocare) pur di ottenere approvazione e consensi. L’opinione dei compagni, degli amici e del numero infinito di contatti in rete, molto spesso costituito in gran parte da sconosciuti, condizionano profondamente il senso di giudizio e le decisioni.

Inoltre, le sfide online sono un modo per competere con sé stessi o gli altri, mettere alla prova i limiti e le regole, vedere fino a che punto si può arrivare, e spingersi sempre oltre, nel tentativo di esorcizzare le proprie paure (e in particolare le più profonde della natura umana, come quella per la morte), come discusso in questo articolo.

 

Anche il legame tra sessualità e nuove tecnologie si basa su presupposti simili. Il web viene usato come mezzo per scoprire il sé e sviluppare la propria autostima e senso di valore personale, per cui anche l’aspetto sessuale non può essere ignorato. Se la pre-adolescenza è un periodo che vede l’emergere di una fisiologica curiosità di tipo esplorativo, sia rispetto al proprio sesso che all’altro, è anche vero che i contenuti offerti dalla rete non sono assolutamente fase-specifici, così che molto spesso anche i giovanissimi entrano in contatto con elementi non adatti alla propria età, quando non dannosi per lo sviluppo emotivo.

A questo si aggiunge la condivisione indiscriminata di contenuti personali, sopra a tutto i cosiddetti selfie, a sfondo sessuale o comunque in contesti compromettenti.

La sessualità online ha solo una valenza eccitatoria, strumentale (e quindi estremamente superficiale e impersonale), un mero espediente per ottenere piacere e usare l’altro a questo scopo, senza minimamente prendere in considerazione – e dunque apprendere ed elaborare – tutte le implicazioni di natura relazionale ed emotiva ad essa intrinsecamente connesse.

Davanti all’ansia derivante dai rapporti sociali, tipica dell’età preadolescenziale, il computer e lo smartphone diventano porte d’accesso a un mondo virtuale percepito come protettivo, rassicurante, un luogo sicuro, in cui non c’è minaccia, in quanto non sono necessarie particolari competenze relazionali né inibizioni, e in cui rifugiarsi per un tempo sempre più lungo.

 

Tuttavia, per chi non ha in repertorio esperienze altre, come un giovanissimo, i contenuti di tipo sessuale con cui si viene in contatto online si elevano inevitabilmente a parametro di riferimento, diventando, gradualmente, ma inesorabilmente, “la realtà”. Così, un tipo di sessualità basato sulla finzione, l’artificio e la recitazione, diventa “LA sessualità”. I ragazzi e le ragazze cominciano a credere che quanto vedono online sia la norma, dalle dimensioni del pene alla frequenza dell’atto sessuale, da come debba svolgersi un rapporto sessuale all'aspetto che una persona sessualmente attiva deve avere, facendo proprio un modello di “homo eroticus” totalmente artefatto e lontano dalla realtà. Tale modello, oltre a essere inverosimile e costruito, è quindi anche impossibile da raggiungere, e questo non può che generare ansia in chi non possiede altri riferimenti e la consapevolezza di sé, il che porta all’evitamento delle relazioni “reali” per preferire gli scambi virtuali, in cui ci si illude di avere il controllo della situazione e la certezza di non essere giudicati. Nei gruppi, poi, la sessualità diventa un altro ambito in cui fare a gara e dover dimostrare qualcosa, a sé stessi prima ancora che agli altri. Da questo possono derivare, in molti casi, problematiche sessuali significative già in età adolescenziale.

 

È evidente dunque che, per i preadolescenti e gli adolescenti, il mondo virtuale è un mezzo, vissuto come sicuro, libero e poco rischioso di soddisfare tutta una serie di necessità e bisogni evolutivi fino a pochi anni fa espletati in contesti sociali autentici, minimizzando al contempo l’ansia del confronto e la possibilità di rifiuto e delusioni. Questo è il punto di partenza essenziale per poter fare qualsiasi riflessione sulle strategie da adottare per gestire il fenomeno, così che siano il più possibile adattate alle reali esigenze del ragazzo e non calate dall’alto in maniera arbitraria e, quindi, poco efficace.

 

Come intervenire

 

Prima di discutere di strategie pratiche, è importante fare un riflessione sul ruolo dei genitori e sulla necessità di trovare un equilibrio tra protezione e disponibilità all’esplorazione.

Se un figlio preadolescente chiedesse di uscire la sera e andare in un posto che non si conosce, con persone di cui non si sa l’identità, non c’è genitore che non lo fermerebbe immediatamente sulla porta. Allo stesso modo, anche nel web c’è bisogno di una supervisione, calibrata in base all’età.

Ciò nonostante, limitarsi a proibire la rete non può essere una soluzione, un po’ per le pressioni sociali, un po’ per lo stesso benessere dei figli, che si vedrebbero negato uno dei principali – e talvolta purtroppo l’unico – canale di comunicazione con i pari.

 

Si tratta quindi di cercare di ritardare l'accesso alla rete e alle tecnologie (o a specifiche parti e strumenti), invece che accelerarlo, ricordando che l’età evolutiva si basa su un concetto di fase-specificità. In altre parole, c’è un tempo per ogni cosa, e ciò vale anche per il mondo delle tecnologie.

Si possono mettere in atto semplici comportamenti, che possano nel tempo trasformarsi in abitudini, volti a tutelare la sicurezza dei ragazzi. Così, lo smartphone deve essere disponibile al genitore che, periodicamente, deve controllare le attività del bambino, o semplicemente controllare la cronologia delle navigazioni (o la sospetta mancanza della stessa). A questo proposito, è opportuno conoscere e applicare delle impostazioni di sicurezza specifiche, per gestire e controllare il dispositivo usato dai bambini, impostando i blocchi più opportuni ed avendo sempre sotto controllo le attività online dei propri figli. Nel caso in cui il bambino utilizzi un computer, si può creare un profilo di accesso al dispositivo con dei permessi limitati, una procedura più complicata ma sicuramente utile. Per proteggere la navigazione, poi, si possono installare dei software specifici sul dispositivo affinché blocchino l’accesso a certe tipologie di contenuti e siti.

 

Se per i ragazzi più grandi il controllo diventa più complicato, è anche vero che, se abituati a condividere le informazioni e a dei confini precisi concordati nel tempo, il controllo è comunque possibile. È consigliabile che le password di accesso ai Social Network siano condivise, mentre per il controllo delle applicazioni di messaggistica istantanea come WhatsApp, o Telegram, si può concordare di condividere con chi si scambiano messaggi, senza entrare nel dettaglio dei contenuti, così da mantenere un equilibrio tra supervisione e privacy e non essere eccessivamente invasivi. È altrettanto importante informarsi seriamente sui fenomeni socio-digitali e sulle caratteristiche e potenzialità delle nuove tecnologie, senza farsi risucchiare da queste, diventandone dipendenti a propria volta, per avere la possibilità di entrare nel mondo dei propri figli.

A questo proposito, come si è esposto finora, se fissare delle regole chiare è essenziale per poter tenere sotto controllo l’uso che i figli fanno degli strumenti digitali, la strategia più efficace per poter garantire lo sviluppo di un senso di responsabilità, di capacità critica e di sicurezza sul web è indubbiamente rappresentata dal valore dell’esempio.

Si può cominciare scegliendo dei luoghi in cui i cellulari e i tablet non sono ammessi, come in camera da letto o in cucina, oppure dei momenti in cui le tecnologie sono messe da parte, come i pasti o le domeniche da trascorrere tutti insieme. Bambini e ragazzi possono così essere abituati ad un uso regolato, sano e intelligente degli strumenti digitali, perché hanno la possibilità di apprenderlo dall’esempio dei propri genitori.

 

Le scelte in merito a supervisione, controllo e uso delle tecnologie vanno adeguatamente spiegate ai bambini e ai ragazzi, secondo le capacità di ognuno, aprendo un dialogo sulle attività intraprese con computer e telefono, che sia basato sulla fiducia, ma anche sulla necessità di un controllo.

I ragazzi vanno fatti riflettere sul proprio modo di stare online, e in particolare prima di scrivere, postare o inoltrare contenuti. Ad esempio, quando si nota che il ragazzo si scatta o condivide una foto, si può porgli delle domande non giudicanti, ma esplorative ed interessate (“Che messaggio volevi trasmettere con quella foto?”) per comprendere e stimolare la riflessione sulle sue motivazioni.

Se da una parte questo consente di conoscere meglio i propri figli, scoprendo dei nuovi aspetti del loro modo di ragionare, dall'altra si permette di aprire un dialogo in cui aiutarli a considerare che ciò che è pubblicato sul web è permanente, che una semplice foto può rivelare moltissime informazioni, anche in modo indiretto e involontario, che i contenuti possono essere diffusi velocemente e facilmente, oltre al proprio controllo, e che non si può mai sapere con certezza la vera identità di una persona conosciuta tramite le tecnologie.

 

Dal punto di vista psicologico, si può stimolare i ragazzi a riflettere in merito alla differenza, se esistente, tra come presentano sé stessi agli altri nel mondo virtuale online, e nella vita reale offline, e a ragionare sulle motivazione di tale incongruenza.

Un altro tassello fondamentale è rappresentato dalla disponibilità, che deve essere resa esplicita, ad affrontare con i ragazzi tematiche relative all’area della sessualità, avendo cura di spiegare (anche attraverso l’esempio in prima persona) l’importanza di costruire relazioni interpersonali basate sulla fiducia e sul consenso.

In questo senso, sia per il mondo del digitale, ma anche nella vita in generale, è essenziale che i genitori si pongano come “porto sicuro”, un riferimento al quale i ragazzi possono rivolgersi per avere conforto, consigli e rassicurazioni ogni volta che ne abbiano necessità.

 

In conclusione, bambini e ragazzi si trovano sempre più immersi nel mare digitale, trovandosi a nuotare tranquilli, ignorando i pericoli che si annidano sotto la superficie, la patina luccicante e colorata con cui si propongono siti e social network. Sta dunque prima di tutto ai genitori educare alla consapevolezza di quanto si nasconda nell’immenso oceano del web, fungendo allo stesso tempo da faro, da riferimento e da esempio che indichi la via e il modo per poter usare gli strumenti. Per non venire, al contrario, usati da questi.


15 novembre 2020

L’isolamento sociale volontario: gli hikikomori

Hikikomori è una parola giapponese che significa "stare in disparte", usata per identificare chi decide di ritirarsi volontariamente dalla vita sociale per lunghi periodi (da alcuni mesi fino a diversi anni), rinchiudendosi nella propria abitazione, spesso in una singola camera, senza intrattenere alcun tipo di contatto diretto con il mondo esterno, talvolta nemmeno con i propri genitori.

 

Originatosi in Giappone, il fenomeno si è rapidamente diffuso anche in tutto il resto del mondo occidentale, compresa l’Italia, e riguarda soprattutto i giovani dai 14 ai 30 anni, principalmente maschi (tra il 70% e il 90%). Tuttavia, è importante notare che il numero delle ragazze isolate potrebbe essere sottostimato dai sondaggi effettuati finora, così come l’incidenza sui bambini, in quanto non esistono dati ufficiali sulla reale diffusione del problema nel nostro paese.
 

Per quanto riguarda il Giappone, le indagini condotte finora dal governo hanno identificato oltre 1 milione di casi, con un’altissima incidenza anche nella fascia di popolazione sopra i 40 anni. Sebbene l'hikikomori insorga principalmente durante l'adolescenza o la prima età adulta (20-25 anni), tale problematica tende a cronicizzarsi molto facilmente e può durare potenzialmente tutta la vita.



Riconoscere i segnali

 

Chi è sulla via per diventare un hikikomori può mostrare il proprio disagio in svariati modi, dal restare chiusi in casa tutto il giorno, all’uscire solo di notte o alla mattina presto, quando si ha la certezza di non incontrare nessuno, fino a fare finta di recarsi a scuola o al lavoro, girovagando invece senza meta per tutto il giorno.
Effettivamente, i giovani con questa problematica non presentano alcun interesse verso attività esterne (come frequentare la scuola o avere un lavoro), e tipicamente non intrattengono nessuna relazione con compagni o colleghi.

Per poter parlare di hikikomori, il ritiro sociale deve persistere per almeno sei mesi, e non devono essere presenti altri disturbi i cui sintomi potrebbero essere alla base della chiusura in se stessi, come schizofrenia o depressione.

Si tratta di giovani che percepiscono una distanza tra ciò che sono e ciò che pensano dovrebbero essere, colmandola con sentimenti di impotenza, scoraggiamento, frustrazione e, in certi casi, rabbia. Così, progressivamente, cominciano le ripetute assenze a scuola, fino a sfociare nell’assenteismo, frequentissimo nei casi di hikikomori, che può durare anche anni. Per fronteggiare il proprio malessere, gli hikikomori restringono sempre di più lo spazio intorno a sé stessi, fino a rimanere confinati nelle proprie stanze. Gradualmente, le interazioni diventano sempre più marginali, fino a che smettono anche di mangiare con la propria famiglia. Un altro importante segnale è l’inversione del ritmo sonno-veglia, per cui spesso dormono di giorno preferendo stare svegli nelle ore notturne, dedicandosi ad attività solitarie come ad esempio, ma non necessariamente, navigare in internet.


Le cause

 

Come tutti i fenomeni psicologici, si diventa hikikomori per molteplici cause. Dal punto di vista del carattere, i ragazzi hikikomori sono spesso intelligenti e dotati, ma anche particolarmente sensibili e inibiti socialmente, un temperamento che porta, con altri fattori, alla difficoltà nello stabilire relazioni soddisfacenti e durature, e nell'affrontare efficacemente le difficoltà e delusioni della vita.

Solitamente, le madri dei ragazzi hikikomori tendono a essere eccessivamente protettive ed apprensive nei confronti dei figli, mentre i padri sono spesso assenti, generalmente per motivi di lavoro. Per motivi diversi, quindi, i genitori faticano a relazionarsi con il figlio, il quale il più delle volte rifiuta qualsiasi tipo di aiuto, faticando a riconoscere la problematicità del proprio stile di vita.

Rispetto alla scuola, si può notare che l'ambiente scolastico viene vissuto in modo particolarmente negativo, tanto che, come descritto in precedenza, un’assenza prolungata o il rifiuto di frequentare le lezioni sono uno dei primi campanelli d'allarme dell'hikikomori. È frequente, a questo proposito, che la dinamica di isolamento venga innescata da un episodio o una storia di bullismo.

 

Ma, soprattutto, il fenomeno degli hikikomori è intrinsecamente sociale, in quanto questi individui sviluppano una visione molto negativa della società, di cui soffrono particolarmente le pressioni di realizzazione sociale, dalle quali cercano, attraverso l’isolamento volontario e totale, di fuggire. Oppressi dai valori sociali, fondati sull’estremo perfezionismo e sull’imperativo del dover sempre primeggiare, sia a scuola che al lavoro, gli hikikomori non si sentono all’altezza degli standard loro richiesti e delle aspettative di genitori, insegnanti e coetanei, e preferiscono rinchiudersi in casa, così da evitare di dover fronteggiare una realtà vissuta come opprimente. La paura del giudizio si associa alla sofferenza legata alla competizione, portando a sentimenti di impotenza, perdita di controllo e di fallimento e a una crescente difficoltà e demotivazione ad affrontare la vita sociale, fino a un vero e proprio rifiuto della stessa. Di conseguenza, il disagio non può che aumentare con il crescere dell’età. Mentre gli hikikomori rimangono chiusi nella bolla che si sono costruiti, i coetanei si diplomano, si laureano, trovano lavoro e si fidanzano, così che il confronto con gli altri è reso sempre più insopportabile.

Infine, è importante differenziare il fenomeno degli hikikomori dalla dipendenza da internet, ossia un disturbo che spinge la persona che ne soffre a fare un uso smodato e patologico di computer, tablet o cellulari dotati di connessione alla rete. Nonostante la dipendenza da internet sia spesso indicata come una delle principali cause dietro all'esplosione di casi di hikikomori, in realtà l’uso smodato delle tecnologie rappresenta una possibile conseguenza dell'isolamento, non una sua causa.







Isolamento volontario e isolamento forzato

 

Giunti a questo punto, è doveroso fare una distinzione tra isolamento volontario e isolamento forzato, per non rischiare di confonderne cause e implicazioni. L'hikikomori vive il ritiro sociale come una propria scelta, anche se più o meno consapevole, per sottrarsi a una realtà che non si sente in grado di affrontare. In questi casi, quindi, l’isolamento sociale ha una base motivazionale ed è, essenzialmente, volontario. Le difficoltà di intervenire per aiutare un caso di hikikomori sono anche dovute alla sensazione di benessere che tipicamente accompagna il suo isolamento, poiché, nel momento in cui si sottrae alle pressioni dell’ambiente, il ragazzo prova sollievo, conforto e, in generale, un senso di maggiore leggerezza.

L'isolamento forzato, dall’altra parte, non ha tale base motivazionale e non viene attuato per sottrarsi al proprio ambiente, al quale invece si vorrebbe tornare. Ciò significa che le ripercussioni psicologiche sono necessariamente differenti e particolarmente negative, determinando forte sofferenza e intenso malessere, come già discusso in questo articolo. Pertanto, non si può parlare di hikikomori se l'isolamento risulta forzato, e non volontario.


Cosa fare se si sospetta un caso di hikikomori

 

Passando molto tempo nello stesso, piccolo ambiente, ripetendo giorno dopo giorno la stessa routine e le stesse attività, un hikikomori va a costruirsi un mondo che finisce per apparirgli come l'unico possibile, il solo in cui può esistere. La sua scelta è rimanere dentro la propria stanza, lontano dalle dinamiche di una società che disprezza e da cui si sente disprezzato, oltre che messo in difficoltà.

 


Per questo motivo, nella stragrande maggioranza dei casi, la richiesta non proviene direttamente dal ragazzo hikikomori, bensì sono i genitori, allarmati del comportamento del figlio, a sentire il bisogno di cercare un aiuto esterno, solitamente in seguito a numerosi tentativi, regolarmente frustrati, di fargli riprendere la scuola o farlo uscire dalla stanza.

Nel caso si sospetti o si tema di avere a che fare con una persona hikikomori, è fondamentale fare riferimento al proprio medico di fiducia o, preferibilmente, ad uno specialista della salute mentale. È della massima importanza che il trattamento psicologico sia iniziato il più precocemente possibile, per evitare che la problematica diventi cronica. Dopo un passaggio con i familiari, lo psicologo cercherà di ridurre le difficoltà iniziali alla cura, tipiche dei pazienti con ritiro sociale, affrontando le resistenze iniziali con un possibile trattamento a domicilio. Sarà cura dello psicologo, inoltre, sostenere la famiglia con un percorso dedicato e impostato sulle personali esigenze del caso.

 

Ciononostante, l’obiettivo comune a tutti gli interventi rimane quello di sospendere la situazione di isolamento fisico e sociale, portando l’hikikomori ad uscire dalla propria bolla, ossia dall’ambiente “sicuro” che si è costruito nel tempo, e sostenendolo ad assumere un ruolo maggiormente incluso e attivo nella società. Se il ritorno alla vita sociale può includere la ripresa della scuola o del lavoro, non può limitarsi a reintegrare l’individuo negli ambienti che ne hanno determinato l’isolamento, per non rischiare di provocare delle ricadute e quindi una ricomparsa della problematica. Per questo motivo sono importanti gli interventi di natura psicosociale, finalizzati ad accrescere le competenze psicologiche ed emotive e personalizzati a seconda delle caratteristiche del soggetto.

 

Chi ha deciso di chiudersi in una bolla non può e non deve essere trascinato fuori, ma sostenuto e convinto a farla scoppiare lui stesso, con una decisione pari a quella che lo ha portato a crearla, quindi aiutato ad affrontare in modo più sereno le difficoltà della vita quotidiana. 


20 settembre 2020

Le conseguenze psicologiche dell'isolamento


La relazione come bisogno primario



O ἄνθρωπος φύσει πολιτικoν ζῷον

 

O anthropos physei politikon zoòn

 

L’uomo è per natura un animale sociale (Aristotele)



Con il termine politikon, il filosofo greco Aristotele spiega e riassume una delle caratteristiche distintive dell’essere umano, la sua “politicità”, cioè il suo essere un animale sociale, il fondamentale e costante bisogno di rapporto e di confronto con altri suoi simili.

Ogni essere umano nasce ed è cresciuto da esseri umani, vive in un gruppo, ne acquisisce lingua, cultura, religione, mentalità, in altre parole acquisisce un’identità. Una volta uscito dall’infanzia e diventato adulto, si inserisce in gruppi organizzati e socialmente determinati.

 

Secondo Aristotele, poi, la socialità è anche fondamentale per il processo della conoscenza. Per natura, l’uomo possiede la parola, il linguaggio, la capacità di comunicare, di stabilire relazioni ed anche di ragionare (logos). Per raggiungere il sapere, però, deve fare esperienze di ciò che è altro da sé, della natura che lo circonda, di ciò che ne fa parte, e soprattutto delle persone, del suo simile. Lo scambio delle opinioni, il dialogo, il vivo rapporto con le altre persone arricchisce l’individuo, aprendolo a nuove conoscenze, a nuove idee, a nuovi punti di vista.

 

Secoli dopo, all’inizio dell’800, il filosofo tedesco Hegel torna a sottolineare la necessità dei rapporti sociali, bisogno che nasce dall’incapacità del singolo di comprendersi e riconoscersi in autonomia. L’intersocialità, ossia il “vedere gli altri”, è di cruciale importanza affinché l’individuo possa capire, innanzitutto, se stesso, “riflettendosi” negli altri. Secondo il filosofo, possiamo riconoscere chi siamo, o essere “per noi”, se per prima cosa siamo “per l’altro”, e viceversa. In altre parole, gli altri sono necessari a noi come noi siamo necessari agli altri. Proprio come per Aristotele, senza l’esperienza del mondo e della socialità, l’individuo rimane vuoto, rinchiuso in un mondo illusorio, incapace di vedere il mondo che lo circonda e incomprensibile perfino a sé stesso.

 

Arrivando al secolo scorso, lo psicologo Maslow afferma come l’appartenenza – intesa come amicizia, affetto familiare, intimità sessuale – sia un bisogno fondamentale dell’uomo, da soddisfare per raggiungere la propria autorealizzazione nella vita.


La nostra storia evolutiva è un’ulteriore testimonianza dell’importanza delle relazioni sociali.

Per l’essere umano, la capacità di instaurare dinamiche sociali complesse ha avuto un ruolo chiave nella sopravvivenza della specie, così come nella sua evoluzione. 

Stare in gruppo dà la possibilità di trovare cibo più facilmente, di potersi difendere meglio dai nemici e di aiutare la riproduzione, allargando il bacino genetico a cui attingere. 


A questo proposito, la ricerca nell’ambito delle neuroscienze e della psicologia ha avuto modo di concludere che lo sviluppo cerebrale, che ha comportato la trasformazione da primati a uomini, non sia una mera conseguenza del potenziamento dei processi di ragionamento. Piuttosto, sembra che il cervello si sia sviluppato, fino a diventare come lo conosciamo oggi, per effetto delle dinamiche sociali, ossia per la necessità di comprendere, interpretare e prevedere il comportamento delle altre persone, ricordarsi i ruoli e le relazioni reciproche.

Il cervello si è progressivamente ingrandito e sviluppato nel tempo, proprio per essere in grado di gestire al meglio le relazioni sociali, che sono divenute a loro volta sempre più complesse e articolate.

Se in passato si credeva che il cervello fosse prevalentemente razionale e logico, la ricerca sembra ora dimostrare la natura sociale dell’essere umano, sostenendo che il comportamento e l’identità di ognuno sono strettamente costruiti sul (e nel) rapporto con l’altro.


In psicologia, una persona è tale in quanto si costruisce e ricostruisce nelle interazioni e nelle relazioni sociali, così che il singolo sviluppa una propria identità sociale, che va a costituire, in modo complementare, l’identità personale. L’immagine di sé che ognuno di noi plasma a partire dalla consapevolezza di appartenere a una società influenza tutto il nostro essere. Per questo, è necessario che il riscontro con il proprio gruppo di appartenenza sia continuo, per tutte le età della vita.

 

La socializzazione, a questo proposito, è un fattore di protezione importantissimo rispetto allo sviluppo di patologie neurodegenerative, come la malattia di Alzheimer. Avere relazioni sociali permette alla persona anziana di ricevere maggiori stimoli a livello cognitivo, ma anche di mantenere un migliore tono dell’umore. Frequentare altre persone e confrontarsi con loro, quindi, appare decisivo per l’invecchiamento sano e attivo.

Non è un caso, infine, che il ritiro sociale o l’impossibilità di trascorrere del tempo con altre persone rappresentino una delle caratteristiche fondamentali di diversi disturbi psichici. L’evitamento dell’altro, il rifugio in se stessi, l’abbandono della società, sono considerati da sempre come indicatori di patologia.


Insomma, la filosofia, la psicologia, le neuroscienze, ma anche semplicemente la nostra stessa natura umana ci rivelano che il rapporto e il confronto con gli altri costituiscono dei veri e propri bisogni fondamentali, tanto quanto lo sono dormire e mangiare.


Quando tale bisogno è impedito o viene negato, l’individuo ne risente considerevolmente, mostrando fragilità specifiche.

 

Gli effetti dell’isolamento sulla psiche

 

Per esaminare le conseguenze psicologiche dell’isolamento sociale, si ritiene utile partire dall’analisi di alcune situazioni tipiche di solitudine, esclusione ed emarginazione e degli effetti che queste hanno sulla salute psicofisica dell’individuo.

 

Isolamento e carcere

 

L'isolamento per reclusione in carcere
è una pratica punitiva che viene adottata in molte prigioni di tutto il mondo da secoli, se non da millenni, i cui effetti psicologici e psicopatologici, soprattutto se di lunga durata, sono stati documentati da un vastissimo numero di studi.
L’isolamento socio-ambientale è stato messo in relazione ad una maggiore insorgenza di disturbi fisici e mentali ed è stato associato a problemi di attenzione e di concentrazione, ansia, pensieri compulsivi, agitazione, paranoia e, addirittura, ad un più alto rischio di mortalità.

Oltre a causare una serie di sintomi psicologici e psicopatologici, l’assenza del contatto sociale per periodi prolungati, nei contesti carcerari, predispone inoltre all’aggressività e alla violenza.


L’esilio

 
In maniera simile all’isolamento carcerario, anche l’esilio è una pena, che consiste nell'allontanamento, perpetuo o temporaneo, dal proprio gruppo sociale (la propria patria). A parere di chi scrive, l’esilio è un evento sociologico, ma anche intrinsecamente psicologico: l’esiliato si ritrova in un paese che adotta un’altra lingua, con usi e costumi differenti, che gli rendono di fatto impossibile comunicare con gli altri per poter godere di uno scambio e di un confronto alla pari.

In questo consiste la pena che si trova a scontare, anche qualora il suo allontanamento sia stato volontario. In esilio, il rapporto con l’altro, ossia con le persone, diventa distante. L’esiliato vede il mondo andare avanti senza di lui, incastrato in una posizione di eterno osservatore, senza potere partecipare attivamente e incapace di incidere sulla realtà circostante. Oltre al senso di impotenza, ciò non può che suscitare rabbia, frustrazione e un profondo senso di solitudine, con conseguenze che analizzeremo in seguito nel paragrafo dedicato.


L’ostracismo

 

L’ostracismo è una forma di punizione sociale basata sull'esclusione deliberata di un individuo dalla società o da un gruppo sociale, per cui, tipicamente, si evita di comunicare con la persona o, addirittura, si dà mostra di non notarla neppure.

 

Una comune forma di bullismo scolastico, l’ostracismo può essere subito anche sul posto di lavoro o nelle relazioni interpersonali e può avere gravi conseguenze per chi lo subisce, sia sul piano fisico che su quello psicologico.



Dal momento che, come già discusso, intrattenere e mantenere rapporti sociali significativi rappresenta un bisogno fondamentale dell’uomo, le forme di esclusione sociale comportano effetti devastanti sulla psiche.

Studi recenti hanno dimostrato che la sensazione di essere esclusi suscita, nel cervello, la stessa reazione associata al dolore fisico: sentirsi rifiutati dalle altre persone, in altre parole, ferisce in modo diretto e immediato. Fa male, nel senso letterale della parola.

L’esclusione sociale, inoltre, limita le capacità della vittima di provare emozioni, sia positive che negative. In particolare, una persona esclusa fatica a provare empatia per gli altri e di essere altruista nei loro confronti, aumentando al contrario i suoi livelli di aggressività.


Le conseguenze psicologiche dell’isolamento

 

Problemi di attenzione e concentrazione, ansia, pensieri compulsivi, agitazione, paranoia. Senso di impotenza, frustrazione, rabbia, aggressività. E ancora, sensazioni paragonabili al dolore fisico, appiattimento emotivo, mancanza di empatia.

Dall’analisi di questi pochi esempi, risulta evidente che l'isolamento sociale risulta devastante per gli esseri umani, sia sul piano fisico che mentale.


Tale esperienza risulta indubbiamente stressante, il che genera a sua volta una dinamica insidiosa: quando si è stressati, si è portati automaticamente a ricercare vicinanza umana, contatto fisico, calore umano, per trovare conforto. L’impossibilità di poter soddisfare questo bisogno, dovuta all’isolamento, può portare a reazioni di tipo depressivo, associate alla tendenza a chiudersi ulteriormente. Ciò rende maggiormente difficile cercare e trovare contatti con gli altri, in una spirale discendente difficile da spezzare, che porta ad un vero e proprio ritiro dalla società.

I contatti sociali attenuano gli effetti negativi dello stress, per questo l’isolamento, soprattutto se prolungato, può avere conseguenze negative sulla salute.

Così, si possono alterare i ritmi del sonno e dell’alimentazione, provocando insonnia o perdita – o aumento – di peso.

Nell’isolamento si è più facilmente sopraffatti da sentimenti negativi, come senso di colpa, tristezza, nervosismo, disorientamento, rassegnazione e, soprattutto, paura.

Senza la possibilità di potersi interfacciare e confrontare con altre persone, si genera una quantità eccessiva di pensieri e preoccupazioni che, non trovando uno sfogo, provocano un sovraccarico mentale, che può portare all’esaurimento. Un gomitolo mentale in cui si resta intrappolati, fatto di paura e incertezza.


Anche per questo motivo, l'isolamento sociale può comportare un aggravamento di disagi psicologici preesistenti, come la depressione, l’ansia o gli attacchi di panico, ma anche la loro insorgenza. L’abuso di farmaci, come gli ansiolitici, rappresenta così un rischio concreto, perché diventa l’unica soluzione che la persona può intraprendere, nella sua mancanza di controllo, per cercare di tenere a bada il malessere.

 

Un altro comportamento di compensazione alla riduzione dei contatti personali e al sentimento di isolamento, invece, è rivolto al mantenimento delle relazioni con gli altri in modi alternativi, ma surrogati, al contatto diretto.

Ciò consiste nell’aumento smisurato di telefonate, videochiamate e contatti on line e nell’impiego spropositato di social media come mezzo per rimanere connessi ad un mondo sconnesso. Se da una parte il ricorso a queste tecnologie svolge senz'altro una funzione utile nell’alleviare il disagio emotivo associato all’isolamento, l’uso eccessivo può comportare il rischio dello sviluppo di condotte di dipendenza.

Come ultima conseguenza dell’isolamento sociale, quindi, risulta importante citare l’uso problematico di internet che, in una società iperconnessa come è quella odierna, risulta un pericolo tremendamente concreto e attuale.


In conclusione, se l’uomo è animale sociale, l’isolamento, nelle sua varie forme, non può che avere gravi conseguenze sulla salute sia fisica che psicologica. Se delle capacità di adattamento e di far fronte alle difficoltà possono aiutare a contrastarne gli effetti, è necessario rivolgere un pensiero di riguardo a coloro che, per diversi motivi, si presentano particolarmente fragili. I bambini e gli anziani, per ragioni differenti e allo stesso tempo simili, sono particolarmente a rischio in una situazione di isolamento, e per questo dovrebbero ricevere attenzioni e cure particolari. Se ciò non succede, le conseguenze potrebbero essere anche molto serie e gravi, anche più delle eventuali ripercussioni che l'isolamento potrebbe scongiurare.