01 agosto 2021
Relazioni problematiche: quando un figlio non parla
Sono piuttosto frequenti i casi di genitori e famiglie che chiedono aiuto per la pressochè totale mancanza di comunicazione da parte dei figli, gli sguardi sfuggenti e la sensazione che sia impossibile stabilire un dialogo.
Non ci si riferisce ai casi in cui ci siano stati recenti litigi o contrasti aperti, bensì alle situazioni casi in cui, senza una ragione apparente, un figlio non parla più in casa con uno o entrambi i genitori, coi quali, fino a poco prima, c’era confidenza.
Queste criticità portano i genitori a sviluppare il timore che stia succedendo qualcosa (ma senza comprendere cosa) per cui il figlio o la figlia tende a evitarli o a chiudersi nel silenzio.
Se la situazione si protrae, come succede il più delle volte, diventa fonte di grande angoscia e turbamento per i genitori, che si trovano ad oscillare tra il pensiero che il figlio non parli perché abbia qualcosa da nascondere, e il timore che possa invece essere arrabbiato per qualcosa che si è fatto o detto, senza però riuscire a trovare un vero motivo per un cambiamento così radicale e protratto nel tempo.
Queste preoccupazioni derivano, innanzitutto, dall’impossibilità per un padre o una madre di contemplare la possibilità di non essere un buon genitore (esattamente come nessuno direbbe di sé di essere una brutta persona), una resistenza cognitiva che si combina con la credenza, oggi diffusissima, per cui il buon genitore sia e debba essere il primo confidente del figlio.
In realtà, ciò non tiene in considerazione la variabilità e la complessità delle tappe di sviluppo, oltre a non rendere conto delle caratteristiche e dei bisogni dei figli che crescono. Analizziamo dunque ciò che accade nell’età che tipicamente corrisponde all’inizio dei silenzi, ossia l’adolescenza, per poter comprendere meglio la situazione e avere gli strumenti per valutare se si tratti di una difficoltà – che merita l’attenzione di uno specialista – piuttosto che di un momentaneo e fisiologico momento di crisi, che indica un cambiamento in atto.
Adolescenti in equilibrio
Come affrontato in precedenza, l’adolescenza è un’età particolarmente complessa e articolata, in cui i conflitti tra opposti esigono la ricerca continua di un equilibrio che si contraddistingue per essere fuggevole e precario.
Tra gli estremi che caratterizzano la fase di sviluppo adolescenziale, uno dei binomi fondamentali risulta quello tra autonomia e dipendenza, una tematica che diventa centrale con la crescita di un figlio.
In questo senso, e generalizzando, si può affermare che la progressiva costruzione di una distanza tra genitori e figli adolescenti sia una necessità evolutiva, che permette a quest’ultimo di costruirsi una propria identità e un proprio modo di stare al mondo, per poter entrare a far parte a tutti gli effetti della società.
In termini tecnici, in adolescenza prevale il fenomeno di “re-centering”, ossia la necessità di spostare il centro della propria esistenza, fino a quel momento identificato con i genitori, su se stessi, sui propri gusti e interessi. Dal punto di vista pratico, ciò si manifesta in adolescenza attraverso il forte attaccamento al gruppo dei pari e la netta preferenza per gli amici rispetto alla famiglia.
A riprova di questa dinamica, a quest’età, i ragazzi preferiscono rivolgersi agli amici o ai compagni per le questioni più delicate o importanti – o ritenute tali – e raramente ai genitori.
Inoltre, l’adolescenza rappresenta una fase di sviluppo contraddistinta da forte fermento, in cui grossi cambiamenti, spesso molto rapidi, provocano uno smarrimento, una generale confusione e stati di angoscia più o meno intensi e duraturi, che l’adolescente può faticare a rendere in parole.
È difficile spiegare ad altri – così come a se stessi – gli sconvolgimenti ormonali, le trasformazioni fisiche, la crescente complessità dell’incontro con l’altro e i conseguenti stati di alterazione emotiva. In questo senso, è possibile che il ragazzo non parli perché teme che, se lo facesse, svelerebbe al mondo delle cose a cui neanche lui è in grado di dare un senso o interpretare, tanto meno giudicare in termini di bene/male. La paura più grande di un adolescente è indubbiamente l’essere giudicato e, anche se può non sembrare, il parere di un genitore rimane il più importante per attribuirsi un valore, e costituisce la base con cui ci si rapporta con il resto del mondo. Considerando la paura del giudizio, quindi, è possibile rileggere il silenzio non più come un tradimento o un indicatore di aperta ostilità, bensì come una difesa, ritenuta necessaria, alla possibilità di essere giudicati e rifiutati da chi ci ha cresciuti e amati.
Cosa fare: costruire nuovi ponti
Alla luce della rilettura della situazione operata nel paragrafo precedente, è possibile individuare alcune strategie pratiche per vivere in modo più positivo i momenti di comunicazione con i propri figli.
Innanzitutto, è importante mantenere la calma ed evitare di farsi prendere dalle emozioni, come rabbia e frustrazione, che inevitabilmente sorgono davanti ad una situazione di silenzio prolungato. Ciò porterebbe a ricorrere all’autorità e all’uso della forza, cercando di costringere il figlio a parlare o tempestandolo di continue domande (“com’è andata oggi?” “Cosa hai fatto?” “Perché non rispondi?”). in questo modo, però, ci si pone in una posizione di richiesta controproducente, che trasmette solo il proprio bisogno di riconoscimento e che serve unicamente a sortire l’effetto opposto e far chiudere sempre più a riccio il ragazzo. Per quanto difficile, è essenziale ricordare che si è accanto ai figli per educarli alla vita e farli crescere come individui, e non per soddisfare il proprio – del tutto umano e comprensibile, ma in questo caso ingombrante – bisogno di rassicurazione. Meglio mettere le proprie esigenze in secondo piano, per poter comprendere quelle della persona che si ha davanti.
Se vogliamo che l’adolescente parli, dobbiamo essere i primi a farlo, confidandoci e mostrandoci nella nostra imperfezione. Ciò serve a rassicurarlo, in maniera indiretta, che si può sbagliare e che l’errore risulta perfettamente accettabile e non motivo di giudizio.
Quando parla, è essenziale ascoltare in maniera empatica, facendo attenzione alle parole, agli stati d’animo, alle frasi illogiche e alle paure che comunica. La priorità è far sentire il ragazzo accolto e ascoltato, cercando di capire il nucleo del suo discorso, cosa vuole realmente dire. Per fare questo, si deve assolutamente evitare di minimizzare o banalizzare quanto l’adolescente comunica, poiché, per un ragazzo ma anche per un bambino, percepire che quanto viene detto sia considerato poco importante, equivale a sentirsi poco importante per quella persona, il che lo porta ad affidarsi sempre meno a questa per confidenze future.
In questo senso, si deve cercare di mantenere un atteggiamento che comunichi la certezza della propria presenza, ossia fare in modo che l’altro sappia che, in caso di necessità, il genitore è disponibile all’aiuto e al conforto, rimanendo comunque all’interno del proprio ruolo. Ciò significa anche mantenere un certo grado di controllo e di coinvolgimento nella vita del figlio che non derivi necessariamente dalla comunicazione diretta, monitorando ad esempio le presenze e i voti a scuola, le attività sui social network, le spese effettuate o le persone frequentate.
La definizione dello spazio privato del figlio, ossia quegli ambiti che preferisce non condividere con i genitori, deve essere concordata, e può così essa stessa diventare occasione di confronto. L’adolescente è costretto a esplicitare cosa desidera e con che modalità, mentre i genitori possono stabilire quanto devono essere informati e in che modo si possono comunicare le cose, il che rappresenta un’ottima occasione di evoluzione e rinegoziazione della relazione.
Il dialogo non può essere improvvisato o imposto, ma va costruito, giorno per giorno. Non ci si può aspettare che il proprio figlio adolescente si apra e riveli il suo mondo, se la quasi totalità degli scambi in casa è rappresentata da rimproveri, lamentele o giudizi (“hai studiato?”, “hai portato fuori il cane?”…). Se è vero che la comunicazione tra un genitore ed un figlio adolescente deve includere anche questi aspetti, per poter andare oltre si deve costruire una relazione educativa che permetta al figlio di raccontarsi e da cui può trarre piacere, conforto e rassicurazione.
Nella vita di tutti i giorni, in questo senso, si può provare a trovare dei momenti che incoraggino lo scambio delle esperienze, ad esempio raccontando della propria giornata a tavola o la sera prima di andare a dormire, includendo dettagli che facciano sentire il figlio il più possibile coinvolto o interessato (“oggi mi è successa una cosa che mi ha fatto pensare a te”). È importante non pretendere subito risultati, aspettandosi risposte grate o affettuose, ricordando che la strada è tortuosa e spesso in salita, ma che sono le singole gocce a formare l'oceano.
Infine, si può considerare che, per costruire o rinegoziare una relazione, non sempre è necessario parlare. È possibile trovare sia attività casalinghe (come guardare film o serie tv, cucinare o ascoltare musica) sia all’aria aperta (la corsa, il calcio, la bicicletta) da svolgere insieme. A volte le parole non servono, se ci sono condivisione, sorrisi e la voglia di stare in reciproca compagnia.
31 maggio 2021
Relazioni problematiche: il conflitto adolescenziale
L’adolescenza è quel periodo di transizione che intercorre tra l’infanzia e l’età adulta, ed è scenario di cambiamenti radicali sia dal punto di vista fisico e psicologico, sia per quanto riguarda i rapporti sociali. Si tratta quindi di una fase particolarmente importante e delicata dello sviluppo dell’individuo, un momento in cui anche il legame con i genitori viene ridefinito e rinegoziato, cosa che può indurre all'insorgere di conflitti genitori-figli e difficoltà di comunicazione.
Questo perché, nel passaggio dall’infanzia all’età adulta, si manifesta un momento di crisi che vede la coesistenza di due tendenze opposte: da una parte, la spinta verso l’indipendenza e l’acquisizione della veste di adulto, mentre dall’altra la difficoltà a lasciare il mondo sicuro dell’infanzia e il ruolo di bambino, protetto e senza responsabilità.
Da tale situazione di impasse generale derivano altri conflitti interiori tipici di quest’età della vita, che l’adolescente vive con se stesso e con la propria identità.
A loro volta, tali conflitti influenzano significativamente il rapporto con i genitori, con la possibilità che si creino problemi relazionali e contrasti in famiglia.
In questo articolo si porrà l’attenzione sui conflitti che interessano l’identità propria dell’adolescente, approfondendo la relazione problematica che questi può avere con se stesso.
I conflitti con la famiglia e la relazione coi genitori saranno qui volutamente tralasciati, per essere debitamente approfonditi in un articolo interamente dedicato a questo tipo di contrasto.
I conflitti in adolescenza
Durante la sua crescita, l’adolescente attraversa diversi passaggi nella definizione ed affermazione della propria identità che, nelle sue diverse sfumature, possono causare conflitto e ambivalenza, a cui si risponde in maniera apparentemente volubile ed imprevedibile.
La separazione
A livello relazionale, nella psiche si ripropone il processo di separazione avvenuto durante l’infanzia, che porta il ragazzo a prendere le distanze dai genitori. A questo proposito, si parla di adolescenza come “seconda nascita”, intesa come introduzione del ragazzo nella società, società, una comunità molto più ampia e variegata del nucleo familiare.
Rispetto alla sfera sociale, durante l’adolescenza si ha un progressivo spostamento degli investimenti emotivi, che progressivamente passano dalle figure genitoriali ai pari. Assume sempre maggiore importanza il gruppo dei coetanei e le amicizie arrivano ad occupare un ruolo prioritario su altri ambiti, compreso quello familiare.
Le relazioni coi pari rappresentano un terreno di sfida e di competizione, ma anche di complicità e di identificazione, in cui gli aspetti di aggressività si accompagnano a quelli di solidarietà, un equilibrio degli opposti non sempre semplice.
Con i coetanei, i ragazzi iniziano a sperimentare nuove conoscenze e a confrontarsi con altri modelli di stare in relazione e altre regole, valori e idee, che possono condurli a mettere in discussione ciò che hanno appreso dalle proprie figure genitoriali.
L’adolescente si ricava degli spazi personali, sia in casa sia fuori (come sport, amicizie o attività ricreative) cercando così di mettere dei confini, prima concreti e poi mentali, tra sé e la famiglia.
Come esempi facilmente riscontrabili, la cameretta che si trasforma da area di gioco a luogo riservato e da preservare dai genitori, piuttosto che la rivendicazione di spazi personali in bagno. Per quanto riguarda il confine psicologico, si può riscontrare una progressiva preferenza nel confidarsi con gli amici, mentre la famiglia è perlopiù lasciata all’oscuro.
L’esplorazione
Il secondo conflitto nasce dal bisogno, percepito dall’adolescente, di esplorare appieno il mondo circostante, così da soddisfare la fame di conoscenza e di risposte, ma soprattutto per percepire il suo potenziale ed i suoi limiti, con l’insicurezza e i dubbi che questo comporta.
Per un adolescente, esplorare significa, in qualche modo, immergersi nel mondo del possibile, prendere contatto con dimensioni finora sconosciute e scorgere in questi nuovi territori delle forme che si addicono (o non si addicono) alla strutturazione della propria identità.
Per l’adolescente non basta più il ruolo filiale che ha quasi saturato la sua esperienza fino a quel momento, ma prova un bisogno inedito di trovare una collocazione e una identità che si inseriscano nell’ambiente sociale più ampio, che culmina nella ricerca di una nuova espressione del sé. In questa fase della vita, l’ottica si sposta dal passato al futuro, un futuro che, però, è puro potenziale, in quanto è ancora tutto da determinare. Il futuro per l’adolescente non ha contorni precisi e non possiede certezze contenutistiche o formali (motivo per cui risulta spesso ansiogeno e fonte di insicurezza e timore), bensì trova espressione nell’ipotetico, ovvero lo spazio del possibile. Per muoversi in questa dimensione di massima incertezza e massimo potenziale, l’adolescente prova a testare le sue possibilità di essere, muovendo i primi passi nell’assunzione dei ruoli sociali, di regola vari e frammentati.
In questo modo, la composizione della sua identità si disperde in tante possibilità di essere, che ancora non rappresentano aspetti specifici e definiti del sé, ma si mantengono, piuttosto, come tanti orizzonti plausibili, aspettative e immagini alternative di sé.
L’affermazione dell’identità
Con la progressiva definizione dell’identità personale, l’adolescente inizia a prendere consapevolezza delle proprie attitudini e preferenze, dei valori personali e dei pregi e dei difetti. Il senso di identità è rafforzato dall’espressione e forte affermazione della propria individualità, che porta tipicamente all’opposizione con i parametri ed i valori familiari, a prescindere da quali essi siano.
Se da una parte l’adolescente è portato a stagliarsi dallo sfondo comune della società e a ricercare e individuare il proprio posto nel mondo collettivo, accomodandosi alle richieste esterne, deve anche cercare di rispettare e assecondare le proprie istanze individuali, i propri interessi e il proprio modo, unico, specifico e irripetibile, di essere.
La dialettica tra "essere o non essere" se stessi è, quindi, alla base della formazione dell'identità e della ristrutturazione del concetto di Sé, che si realizza anche grazie alle relazioni sociali con i coetanei e con altri adulti, diversi dai genitori, in cui potersi rispecchiare e identificare.
Se questo processo avrà esito positivo, l'identità acquisita sarà frutto della sintesi originale e unica di tutte le identificazioni e di tutti i ruoli assunti, in accordo con i propri interessi e valori.
Autonomia e protezione
Come anticipato nell'introduzione, un conflitto tipico dell’età adolescenziale vede la contrapposizione tra il bisogno di autonomia e quello di protezione, che caratterizza l’infanzia. Da un lato, il ragazzo, a seguito dei cambiamenti fisici e psicologici subìti, vuole essere più libero e autonomo e desidera affermare sé stesso come individuo separato dai genitori. Dall’altro, tuttavia, percepisce ancora il bisogno di essere protetto, di avere delle tutele e di non assumersi tutte le responsabilità che caratterizzano l’età adulta, che generano ansia e paura. Come risultato, si creano sentimenti di ambivalenza e comportamenti contraddittori, che portano l’adolescente a rifuggire il contesto familiare quando non subisce pressioni particolari, e a ricercarlo nel momento del bisogno.
La sessualità
In adolescenza, sia nei maschi che nelle femmine, l’immagine di sé è strettamente legata all’aspetto fisico, ambito in cui avvengono molti dei cambiamenti più evidenti (dall'esterno) a cui far fronte. Lo sviluppo fisico dell’età puberale rappresenta tipicamente il primo segnale concreto di una trasformazione che interessa anche il mondo interiore. Il ragazzo assiste quasi da spettatore al proprio corpo in rapida trasformazione e, vedendosi diverso (quindi faticando a riconoscersi), deve fare i conti con l’abbandono dell’aspetto infantile, per avviare un percorso che culmina nell’assunzione di un ruolo di genere maschile o femminile.
I cambiamenti che avvengono nell’aspetto fisico possono generare ansie, insicurezze, vergogna, perdita di autostima. Può non essere facile rinunciare all’immagine di sé bambino e accettare che il proprio corpo sessuato possa essere oggetto di attenzione e desiderio altrui. Attraverso i coetanei e il gruppo dei pari, l’adolescente ha riscontro diretto dell’effetto del suo “nuovo” corpo, creandosi di conseguenza una rappresentazione di sé come gradevole o sgradevole, seducente o non desiderabile.
I comportamenti a rischio
Fonte di preoccupazione di molti genitori, la sessualità dell'adolescente può anche diventare terreno di sperimentazione di sé e del proprio limite e, in alcuni casi, può costituire uno degli ambiti in cui i ragazzi mettono in atto comportamenti a rischio. Il fascino del pericolo e della sfida, il brivido di essere scoperti o di infrangere le regole, si accompagnano al bisogno di mettersi alla prova, spingendosi al proprio limite. Se da un lato tali comportamenti consentono di acquisire sicurezza in se stessi e di confrontarsi con i coetanei e con il mondo adulto, dall’altro espongono gli adolescenti a situazioni che hanno il potenziale per trasformarsi in pericoli reali.
Ne sono esempi l’uso di droghe o altre sostanze, l’eccesso di alcolici alla ricerca di sensazioni forti, la promiscuità sessuale o il mancato uso di precauzioni. Sebbene indubbiamente dannosi dal punto di vista fisico, psichico e sociale, è importante cercare di comprendere il significato che si cela dietro tali comportamenti che, nella sua visione inesperta, goffa e incerta, sembrano fornirgli una via di uscita dalle insicurezze e incertezze di questa fase della vita.
Uno sguardo antropologico all’adolescenza
Una delle possibili spiegazioni che vengono fornite per comprendere la tendenza degli adolescenti ad esporsi a situazioni di pericolo, riprende aspetti antropologici e psico-sociali del processo di crescita, richiamandosi al concetto, nella modernità quasi totalmente dimenticato, di rito di passaggio.
Nei secoli passati, e ancora attualmente nelle società a tradizione orale, i momenti di passaggio da una fase della vita alla successiva, sono esplicitamente definiti e ritualizzati, contenuti all’interno di una cornice culturale, simbolica, valoriale e sociale che attribuisce loro un preciso significato condiviso. Al contrario, la nostra società attuale è caratterizzata dall’assenza di un ordine simbolico stabile, sostenuto da valori comuni, mentre si rafforza la tendenza all’individualità a scapito della dimensione sociale. Tutti questi elementi, insieme ad altri di diversa natura e che esulano dall'argomento qui trattato, rendono più difficoltosa la transizione dell’adolescente dallo status di bambino verso quello di giovane adulto.
Ogni schema iniziatico prevede un certo numero di processi che comportano mutamenti nella psiche del bambino che li affronta (i cui dettagli variano nel merito a seconda della cultura di riferimento), a partire dalla separazione dai genitori e dalla famiglia, al lutto per la perdita del mondo e del corpo infantile, l’assunzione di una identità sessuale stabile e, di conseguenza, il confronto con l’altro sesso, fino all'elaborazione di sentimenti di invidia e rivalità con gli adulti.
Essendo necessari allo sviluppo, tutti questi fattori, se non socializzati e ritualizzati in una pratica condivisa, vengono comunque ricercati dall’adolescente in maniera spontanea, confusa e disfunzionale, attraverso il ricorso ad “iniziazioni” in gruppo, basate su temi di confronto, di sfida per determinare status individuale e gerarchie, prove di resistenza o di coraggio.
Mancando un apparato simbolico di riferimento e una struttura ritualizzata, all'interno della quale mettersi alla prova, queste prove iniziatiche improvvisate possono rivelarsi altamente pericolose sia per l’incolumità dell’individuo che le sperimenta, sia per gli altri membri del gruppo, sia per terze parti.
Affrontare il disagio evolutivo
Ripercorrendo quanto presentato, l’adolescenza rappresenta un periodo critico e sensibile, che pone i ragazzi in trasformazione davanti a una serie di conflitti, resi ulteriormente complessi dalla mancanza di riti di passaggio definiti e istituzionalizzati e griglie valoriali a cui fare riferimento.
L’adolescente percepisce il carico dei compiti di sviluppo che deve affrontare durante questa fase, e si rende conto di dover sviluppare dei nuovi strumenti che al momento non possiede o non padroneggia. Da tutto questo si genera un disagio evolutivo.
Se il disagio rappresenta un vissuto fisiologico associato al regolare sviluppo, è anche vero che, spesso, questo viene nascosto o mimetizzato, rendendolo difficile da riconoscere, in quanto gestito dal singolo con una sofferenza “privata” e silenziosa. Altre volte, al contrario, il disagio si fa prepotentemente visibile nello scontro con i sistemi di appartenenza, in primis la famiglia (oggetto del prossimo articolo) e il sistema scolastico.
In alcune situazioni, tuttavia, il disagio evolutivo adolescenziale può diventare significativo e richiedere un aiuto esterno. Sono questi i casi in cui si manifestano comportamenti a rischio reiterati e apparentemente incontrollabili, ma anche l’insorgere di sintomi di malessere come sbalzi d’umore, ritiro sociale ed evitamento, periodi di depressione, difficoltà nell’alimentazione o nel sonno, scarsa concentrazione a scuola o episodi di ansia eccessiva e immotivata, come attacchi di panico.
Se per il bambino sono i genitori a decidere la consultazione con un professionista, l’adolescente ha la preziosa possibilità di assumere un ruolo più attivo nella richiesta di uno spazio di ascolto, di sostegno e di elaborazione per sé.Allo stesso tempo, può capitare che siano ancora i genitori a prendere l’iniziativa, spesso perché preoccupati per comportamenti o atteggiamenti del figlio o per le considerevoli difficoltà che si manifestano nella relazione e nella comunicazione con lui.
In questi casi, lo psicologo può valutare, insieme alla famiglia, l’opportunità di dedicare il proprio intervento ai genitori, supportandoli nella loro funzione genitoriale, oppure prevedere uno spazio individuale con l’adolescente. Nelle situazioni più complesse, è possibile coordinare i due interventi, gioco forza complementari, così da aiutare il nucleo a trovare modalità di relazione e comunicazione alternative e più funzionali.
19 aprile 2021
L’importanza della relazione, nel gruppo e a scuola (parte 2)
(Clicca qui per leggere la prima parte)
Le scienze psicosociali hanno per lungo tempo trattato la galassia di rapporti sociali tra pari come un fastidioso rumore di fondo, quasi un fattore di disturbo nel processo di sviluppo dei singoli, come qualcosa riservato al solo contesto familiare. Dopo un lungo percorso, però, si è iniziato a guardare con occhi nuovi l’influenza delle relazioni tra pari, che oggi risulta ormai riconosciuta nella sua importanza e specificità.
A tal proposito, è possibile affermare che le relazioni con i genitori e quelle con i pari assolvono a funzioni diverse, per soddisfare diverse esigenze specifiche della vita dei bambini e dei ragazzi.
Amici e genitori, rapporti differenti
Nel caso delle relazioni adulto-bambino si utilizza l'espressione “relazioni verticali” per evidenziare l’asimmetria e la disparità che le caratterizza. In questa tipologia di rapporti, l’adulto dispone di abilità più avanzate e di maggiori conoscenze ed esperienze. Da ciò consegue un maggior potere, il che implica non solo l'assunzione di responsabilità, ma anche la possibilità di esercitare un controllo sull’altro. Così, nelle relazioni verticali, il bambino assume generalmente il ruolo di colui che apprende e che si adegua a decisioni prese da altri.
Le relazioni tra pari, invece, hanno proprietà e caratteristiche distintive, in quanto sono, per definizione, egualitarie. Proprio per sottolineare tale qualità, vengono definite “relazioni orizzontali”, ossia paritarie, simmetriche, sia in termini di potere, sia di responsabilità, capacità e conoscenze. Nelle relazioni tra coetanei la similarità e l’omogeneità implicano ed obbligano a negoziazioni e transazioni tra soggetti allo stesso livello, nel rapporto orizzontale, ognuno porta se stesso e lo mette in campo, senza definizione di poteri e ruoli.
Mentre la relazione sociale asimmetrica con l’adulto è fondata sul rispetto, sul riconoscimento di competenza e sull'obbedienza, la relazione simmetrica con i coetanei trova le sue basi nella cooperazione, nella condivisione di paure, desideri ed interessi, e nella discussione e confronto con gli altri.
Per questo motivo, se le relazioni verticali con gli adulti hanno il ruolo di offrire cure e protezione e di garantire l'apprendimento e lo sviluppo della persona, le relazioni orizzontali sono fondamentali per l’acquisizione delle capacità di negoziazione, di gestione dei conflitti e di cooperazione.
Dal punto di vista sociale, i rapporti con i pari e le amicizie promuovono i comportamenti cosiddetti prosociali, come il fornire conforto o aiuto a chi è in difficoltà e la condivisione di tipo altruistico.
Oltre tutto questo, l’influenza sullo sviluppo da parte delle relazioni con i coetanei non si limita solo alle abilità socio-relazionali, ma coinvolge anche quelle emotive e cognitive.
Considerando il ruolo di supporto e sostegno emotivo, dei buoni rapporti con i coetanei favoriscono l’accettazione di sé e sono funzionali allo sviluppo dell’autostima. In tal senso, le persone che hanno avuto molti amici nel corso dell’infanzia, tendono a godere di livelli di autostima più elevati durante la giovinezza e l’età adulta. In modo simile, le interazioni con i pari risultano una vera e propria palestra per la gestione dell’intimità e per la regolazione reciproca, rappresentando importanti precursori delle relazioni successive.
Soprattutto nel periodo adolescenziale, poi, le relazioni orizzontali hanno un ruolo considerevole nella costruzione e definizione della propria identità, permettendo altresì lo sviluppo del senso di appartenenza alla società, attraverso l’acquisizione delle norme e dei valori sociali.
In aggiunta, le interazioni con i pari favoriscono anche lo sviluppo intellettuale, in quanto costituiscono un contesto unico per apprendere dal confronto di idee diverse e promuovono lo sviluppo di numerose abilità specifiche, che non si possono imparare dagli adulti. Questo perché, nell’interazione con i coetanei, i bambini sono chiamati a cooperare e ad accordarsi con qualcuno che è al loro stesso livello, imparando ad a rispecchiarsi nell’altro e ad assumerne il punto di vista.
Le inevitabili discussioni che possono sorgere all’interno del gruppo dei pari fungono come stimolo a trovare strategie per risolvere i problemi, e le soluzioni escogitate vengono successivamente interiorizzate e fatte proprie, per poter essere applicate in modo flessibile in futuro.
In questo senso, le relazioni tra pari non solo forniscono sostegno, ma rappresentano anche delle sfide, delle occasioni in cui sperimentare sia la pressione sociale ad adattarsi alle norme di gruppo, sia il rifiuto che consegue l’anticonformismo, in quanto, al contrario di quanto avviene nel contesto delle relazioni verticali, maggiormente protette e mediate, i conflitti con i pari vanno gestiti in modo diretto e in prima persona.
Lo sviluppo delle capacità di mediazione e del senso di fiducia, in sé e negli altri, rappresentano le basi per la definizione della propria personalità.
Attraverso il rapporto con gli altri, dunque, i bambini imparano ad essere più autonomi e a mettersi in gioco all’interno delle relazioni, senza dipendere o essere protetti dagli adulti di riferimento.
Il gruppo dei pari nella crescita
Come si è visto, l’amicizia e la relazione con i coetanei assumono un ruolo fondamentale nella crescita di bambini e ragazzi. In preadolescenza e adolescenza, in particolare, il rapporto tra coetanei è essenziale per la realizzazione dei compiti evolutivi di questa fase dello sviluppo, che consentono l’ingresso nell’età adulta.
Tra questi, il processo che porta a separarsi gradualmente dalla famiglia e a rimodulare la relazione di dipendenza con i genitori, si accompagna, da un lato, alla necessità di accettare ed integrare nell’immagine di sé le nuove caratteristiche e dotazioni del corpo che cambia, e dall’altro, allo sviluppo di un sistema di valori che guidi, in modo progressivamente autonomo, le proprie scelte e azioni quotidiane. Tali acquisizioni, essenziali per la crescita, trovano un supporto affettivo e psichico fondamentale nell’accompagnamento e nel senso di appartenenza offerto dall’amico e dal gruppo.
Come esposto nella prima parte di questo articolo, il percorso che si avvia con la costruzione di una relazione con l’amico o l’amica del cuore prosegue con la costituzione del piccolo gruppo monosessuale, ossia composto esclusivamente da membri dello stesso sesso, tipico della fase preadolescenziale, fino a culminare nella formazione, in adolescenza, della cosiddetta “compagnia”, caratterizzata dalla presenza di membri di entrambi i generi. Tale processo, che comincia nell’infanzia, pone le basi della definizione e costruzione della propria identità in adolescenza.
Una delle tappe fondamentali per l’acquisizione di una futura posizione adulta, inoltre, è rappresentata dall’identificazione con coetanei, figli di altri genitori, e dalla condivisione di pensieri, affetti ed esperienze all’interno di un nuovo nucleo, alternativo e complementare a quello familiare.
In questo senso, il gruppo dei pari, ossia costituito da individui di età uguale o simile, solitamente appartenenti a contesti differenti, rappresenta una sorta di nuova famiglia sociale, all’interno della quale sperimentare nuovi aspetti di sé e mettere alla prova le proprie competenze affettive e relazionali, oltre che il proprio ruolo nel mondo.
Nel gruppo è possibile sperimentare la cooperazione e la condivisione, così come l’esistenza di regole, che possono essere implicite, che definiscono i ruoli e la funzionalità del gruppo, o esplicite, evidenti specialmente nel gioco. Nell’interazione si entra in contatto con esperienze, storie di vita, culture e abitudini differenti, portando al contempo le proprie, generando uno scambio arricchente. Il gruppo è la realtà in cui prendono vita legami che, più o meno significativi che siano, consentono parimenti di costruire un senso di fiducia, delle dinamiche relazionali e delle esperienze di vita in cui crescere e sviluppare abilità sociali e relazionali fondamentali, così come conoscenze e capacità empatiche e di confronto. Il senso di appartenenza che caratterizza le relazioni gruppali, spesso molto intenso, garantisce il riconoscimento di sé e dell’altro, permettendo, specialmente in adolescenza, la possibilità di costruire la propria identità e staccarsi dal contesto famigliare.
Il gruppo dei pari rappresenta il terreno fertile all’interno del quale ogni individuo realizza la propria “nascita sociale” ed elabora un duplice lutto: da una parte, l’abbandono degli aspetti infantili del proprio corpo e del proprio carattere, e dall’altra l’autocentratura sul proprio sistema familiare, con i suoi meccanismi e valori. In altre parole, mettendo in discussione il passato, l’adolescente inizia ad entrare nell’universo degli adulti, accompagnato di pari passo dal gruppo dei pari.
Il gruppo rappresenta dunque una realtà fondamentale per lo sviluppo e la crescita, in quanto permette di apprendere e sviluppare abilità differenti e complementari a quelle esperite in famiglia, e svolge una funzione transitoria, ma determinante, nel passaggio da figlio dipendente a soggetto autonomo.
Le relazioni a scuola
Un gruppo particolare per la crescita di bambini e ragazzi, anche perché pressoché universale, è rappresentato dal gruppo classe.
Se in passato la scuola e la classe erano generalmente intesi come ambienti didattici e formativi, organizzati intorno alla relazione tra i ruoli di docente e studente, oggi la cultura adolescenziale, affiancata da quella genitoriale, interpreta l’ambiente scolastico come luogo di scambio degli affetti, di relazione e socializzazione.
La scuola non è più solo il regno del sapere, ossia il luogo volto ad apprendere e acquisire nozioni, bensì rappresenta, per bambini e ragazzi, un palcoscenico sul quale mettere in scena tutti gli aspetti di sé.
In questo senso, pur rimanendo un gruppo istituzionale a composizione forzata, e dunque avente caratteristiche e dinamiche diverse da quelle proprie del gruppo spontaneo, il gruppo classe odierno risulta sempre più investito di significati affettivi, e assume sempre maggiore rilevanza per lo sviluppo socio-relazionale e il benessere.
In aggiunta, è opportuno
notare che la relazione e l’apprendimento sono due aspetti
strettamente dipendenti tra loro e in continua influenza reciproca. È
proprio attraverso la relazione, soprattutto se significativa e
stimolante, che i bambini imparano ad apprendere e i ragazzi sono
motivati all’impegno.
A dimostrazione di ciò, si può pensare ai casi, indubbiamente numerosi, in cui uno studente si appassioni ad una disciplina proprio grazie alla relazione instaurata con l’insegnante, oppure, al contrario, ricordare l’odio provato per una particolare materia a causa del difficile rapporto con chi la insegnava.
Pertanto, la relazione è innegabilmente il veicolo maggiore per l’apprendimento, così che i processi interpersonali possono stimolare bambini e ragazzi a massimizzare il proprio potenziale intellettivo.
Un bambino, o un ragazzo, all’interno del suo gruppo, insieme ai suoi compagni e amici, pone le basi per una crescita positiva e uno sviluppo armonioso. Semplicemente, è più sereno e a suo agio con se stesso.
(Clicca qui per leggere la prima parte)
29 marzo 2021
L’importanza dell’amicizia, dalla prima infanzia all’adolescenza (parte 1)
(Clicca qui per leggere la seconda parte)
L'interazione con le altre persone è la base fondamentale da cui si sviluppano l’identità personale, l’autostima e il senso di fiducia in se stessi, oltre ai propri obiettivi di vita.
Le relazioni del bambino con gli altri e con l’ambiente che lo circonda, sono quindi di fondamentale importanza per il suo sviluppo sociale e cognitivo.
Crescendo, e successivamente durante tutta la sua esistenza, l’individuo tenderà a cercare persone simili a sé, con le quali creare dei rapporti affettivi. Per questo motivo, la socializzazione rappresenta un processo che dura tutta la vita e ne influenza l’andamento e il benessere.
Inizialmente, durante i primi anni di vita, le interazioni coinvolgono principalmente i genitori e, secondariamente, eventuali fratelli. Nel corso della crescita, le relazioni con i coetanei e con i compagni acquistano un’importanza sempre maggiore, fino ad assumere un ruolo primario nell’adolescenza.
Il rapporto di amicizia e il modo di interagire con i pari assumono caratteristiche particolari nelle varie fasi di crescita, la cui conoscenza e interpretazione può essere determinante per riconoscere eventuali difficoltà o problemi, dato che questi meccanismi sembrano essere stabili negli anni e possono contribuire a prevedere lo sviluppo di futuri problemi di adattamento.
Lo sviluppo del rapporto con i pari e dell’amicizia
Contrariamente al senso comune, anche i bambini piccoli sono in grado di stabilire legami stabili, selettivi e reciproci. instaurare relazioni è uno dei compiti fondamentali dell'infanzia, in quanto queste garantiscono il sostegno e la percezione di una base sicura da cui partire per l’esplorazione del mondo esterno.
In maniera istintiva, il bambino cerca il contatto e la vicinanza con l’altro, per soddisfare i propri bisogni e necessità di base e raggiungere un senso di sicurezza.
Per questo motivo, l’amicizia tende a derivare da un bisogno di vicinanza e di rassicurazione emotiva, soprattutto in assenza dell’adulto di riferimento. Nei primi mesi di vita, in particolare, i bambini sono attratti dai loro coetanei. I rapporti sono caratterizzati da prossimità fisica, affettività e interesse per l’altro, e si basano sull’imitazione e su meccanismi di apprendimento per osservazione. Guardando gli altri, i bambini acquisiscono regole, anche complesse, di comportamento sociale, che includono il coordinamento dell’attenzione, la condivisione delle emozioni e la comprensione dei sentimenti.
Se a 3 mesi è possibile osservare un certo interesse per gli altri neonati, talvolta anche maggiore di quello rivolto agli adulti, tra i 9 e i 12 mesi si hanno i primi veri contatti con gli altri bambini, che risultano piuttosto semplici e non contraccambiati.
A partire dal secondo anno di vita, le relazioni diventano più animate, specialmente nel gioco, spesso basato sulla cooperazione, anche se comunque caratterizzato da difficoltà nella coordinazione delle azioni e dalla mancanza di un vero scopo comune. Gradualmente, si fa strada il gioco simbolico, ossia la modalità di gioco in cui il bambino rappresenta, mediante simboli, qualcosa che non è realmente presente (il giocare a “far finta”). In questo modo, si delineano ruoli precisi e differenti per ognuno, e compare l’alternanza dei turni. Potendo qui ricorrere anche all'uso del linguaggio, i bambini possono comunicare di più, raccontarsi storie, discutere e intraprendere attività di gioco comuni con i primi amici, la cui preferenza è data principalmente dalla familiarità dovuta alla frequentazione.
A partire dai due anni e mezzo, i bambini iniziano ad aiutare e a confortare i coetanei, a condividere giochi, a gratificare e a manifestare affetto. Allo stesso tempo, in maniera uguale e contraria, emerge gradualmente la capacità di opporsi all'altro con modalità più congrue ad affrontare i conflitti sociali.
La capacità di passare ad interazioni multiple, ovvero con più di due persone, che va oltre l’interazione iniziale di tipo diadico, è legata all’età e avviene in genere tra i tre e i quattro anni, anche se già dai due anni possono manifestarsi i primi scambi sociali multipli. Tra questi, è possibile identificare l’attività parallela svolta in presenza di altri bambini, che porta a imitarne le azioni, l’alternanza dei turni, oppure l‘interesse a ripetere azioni per il piacere della condivisione.
Le relazioni caratterizzate da complementarietà di ruoli e alternanza di turni aumentano notevolmente tra i 3 e i 4 anni. I bambini hanno più interazioni positive e riescono a cooperare con successo nello svolgimento di azioni e giochi, ma è attorno ai 5 anni che fanno la loro comparsa le regole e la loro condivisione nel gruppo.
A quest’età, pertanto, si inizia a delineare una cultura di gruppo e si iniziano ad avere interessi e conoscenze comuni. Il gioco si svolge maggiormente in gruppo ed è animato da scambi verbali e confronti.
I bambini differenziano gli amici dai conoscenti, comprendendone la differenza, ma non colgono appieno il carattere permanente dell’amicizia, ancora associata alla maggiore frequentazione. Tipicamente, gli amici sono definiti in base alle loro caratteristiche fisiche e sono principalmente i compagni di gioco (ad es. “Sono amico di quel bambino biondo”).
Il periodo della scuola elementare
L’ingresso nella scuola primaria permette di entrare in contatto con nuove realtà di aggregazione in piccoli gruppi, dando il via alle dinamiche di inclusione ed esclusione, spesso legate al genere.
Le maggiori capacità di comunicare, condividere, proporre e collaborare, insieme alle più avanzate capacità cognitive ed emotive, permettono di sviluppare un maggior numero di relazioni amicali e di qualità più profonda.
La scelta dei coetanei comincia ad essere maggiormente basata su interessi simili, conoscenze, abilità e preferenze. Le caratteristiche psicologiche dell’amico iniziano a diventare prioritarie, scalzando quelle meramente fisiche. L’amico è definito in base ai valori e al piacere della compagnia reciproca (ad esempio, “sono suo amico perché è simpatico e mi piace giocare con lui”).
Nei gruppi, i bambini imparano a sperimentare ruoli definiti e a sostenere particolari valori, gestendo in maniera sempre più consapevole l’impressione che creano negli altri. Tali esperienze influenzano lo sviluppo del concetto di sé e l’acquisizione delle competenze relazionali e sociali. Il senso di appartenenza al gruppo si fa sempre più intenso, e di conseguenza i gruppi diventano più coesi.
La preadolescenza
Alle scuole medie, i coetanei assumono maggiore importanza rispetto al passato. Se in precedenza le relazioni con gli altri bambini erano perlopiù mediate dai genitori e dagli adulti, e riguardavano soprattutto l’aspetto prettamente ludico, nella preadolescenza il coetaneo assume una nuova funzione. Pur rimanendo il compagno di gioco, l’amico diventa anche il confidente, il complice, il rivale, l’elemento di confronto con la realtà.
Tipica di quest’età è l’esperienza della diade amicale, il cosiddetto “amico del cuore”, composta da coetanei dello stesso sesso che condividono esperienze, si scambiano confidenze, e riservano al loro rapporto un carattere di esclusività che tenderà a venir meno nell’adolescenza.
L’esperienza preadolescenziale dell’amico del cuore può comportare dinamiche riconducibili a quelle riscontrabili nelle coppie, con gelosie, richieste di esclusività, fortissima intimità e condivisione di desideri e sogni. Questo perché l’amico del cuore diventa una sorta di specchio di se stessi, un modo per conoscersi e capire chi si è attraverso gli occhi dell’altro.
Le altre amicizie,
comunque importanti, sono perlopiù dello stesso sesso. Come nella
scuola elementare, in classe continua la scelta di un gruppo
monosessuato, ossia composto solo da maschi o solo da femmine, che è
fortemente compatto, complice e, talvolta, in rivalità con il gruppo
del sesso opposto.
La netta divisione che caratterizza l’età
preadolescenziale ha la funzione di rendere ancora più visibili e
nitide le differenze fra i sessi, aiutando i ragazzi a definirsi
nella formazione della loro identità, così come nell'identità di
genere.
All’interno del gruppo, il confronto con i coetanei diventa fondamentale e per questo continuamente cercato. Si esplorano le somiglianze con gli altri, più che le differenze, alla ricerca di una propria identità sociale e di un senso di appartenenza al di fuori della famiglia, un processo che continuerà anche per tutta l’adolescenza. Le somiglianze sono ricercate ad un livello generalmente superficiale e concreto, mediante la predilezione di specifici marchi e brand, modi di vestire o di acconciarsi, che devono risultare socialmente accettati dal gruppo che li adotta e condivide.
A questo proposito, è importante sottolineare che tale bisogno di sentirsi uguali agli altri coetanei risulta parte del processo di individuazione e di esplorazione della propria identità, e pertanto andrebbe accolto nella sua complessità, dando spazio alle richieste, ma ponendo dei limiti quando ritenuto necessario.
Se, attraverso queste dinamiche di imitazione/adesione, lo scopo del preadolescente è la ricerca di sé e l'accettazione del gruppo dei pari, bisogna comunque tenere a mente che tale ricerca è, e resta, effettuata senza né riferimenti precisi né limiti, che è dovere del genitore fornire.
L’adolescenza
L’adolescenza è indubbiamente la fase di sviluppo in cui si osserva maggiormente il potere del gruppo dei pari nell’espressione e definizione della propria identità.
I rapporti sono caratterizzati da maggiore bisogno di sostegno, supporto e condivisione, così che l’intimità e le confidenze personali risultano spesso al centro degli scambi relazionali.
Il legame amicale assume le funzioni di condivisione e supporto psicologico, e l’amicizia diventa solida e duratura, caratterizzata da cooperazione e fiducia reciproca. Gli amici sono coloro coi quali confidarsi, sfogarsi e fare esperienza.
Rispetto alle età precedenti, l’adolescente è attivamente alla ricerca di una compatibilità psicologica e desidera un rapporto di amicizia definito da affetto profondo e stabilità nel tempo, e questo comporta la comparsa di legami di amicizia profonda e di selettività aumentata.
Al di fuori del contesto scolastico, un’esperienza piuttosto generalizzata consiste nell’appartenenza a gruppi giovanili di formazione spontanea, le cosiddette compagnie, che nell’adolescenza sono comunemente formate da un numero pressoché uguale di ragazzi e ragazze, con luoghi di ritrovo abituali.
Dal momento che si tratta di un’età in cui l’impulso di distacco dalla famiglia, così come i comportamenti e vissuti conseguenti, risulta un elemento basilare, il gruppo diventa il contesto in cui poter fare esperienza di se stessi e costruire la propria identità in un ambiente sicuro a cui si sente di appartenere e si è accettati.
Le relazioni tra pari contribuiscono ampiamente alla conoscenza e alla valutazione di se stessi, e per questo il gruppo assume un ruolo estremamente rilevante nello sviluppo dell’individuo, permettendogli di sperimentare una realtà differente da quella familiare e di comprendere la natura di legami basati sulla scelta reciproca e sulla condivisione di esperienze, vissuti, pensieri, interessi e valori. Nella compagnia, l’adolescente può vivere rapporti interpersonali profondi, che lo aiutano e accompagnano nella costruzione di se stesso e del proprio modo di essere.
I gruppi operano come rinforzi, modelli, tutori e fonti di sostegno sociale, e i processi che li caratterizzano definiscono e rinforzano gli obblighi reciproci, oltre a stabilire dei limiti ai comportamenti e alle aspirazioni dei singoli membri. In questo senso, il gruppo diventa una seconda famiglia, con una divisione di ruoli e funzioni, e con nuove e contrapposte regole e valori.
Le relazioni del futuro ricalcano quelle del passato
Le relazioni tra i pari sono in grado di fornire contributi allo sviluppo del bambino, soprattutto di tipo intellettuale e sociale.
Da una parte, il rapporto con i coetanei permette l'acquisizione di conoscenze e lo sviluppo intellettivo.
Dal punto di vista sociale, invece, lo scambio relazionale permette la costruzione del senso di sé all’interno dell'ambiente relazionale. Inoltre, stando in un gruppo, i bambini possono interiorizzare norme che regolano il comportamento, l'aspetto ed i valori morali, determinando ciò che è accettabile e ciò che non lo è.
Lo sviluppo sociale, quindi, influenza le relazioni ma anche lo sviluppo personale, cognitivo ed emotivo del bambino e dell’adolescente, per cui risulta di fondamentale importanza. In più, i rapporti sociali che si instaurano durante il corso dello sviluppo fungono da schema di riferimento nella fase di transizione dell’individuo verso ruoli adulti.
Ad esempio, le relazioni amicali e con il gruppo dei pari, soprattutto in adolescenza, pongono le basi per le relazioni di coppia e per il modo in cui queste saranno vissute e affrontate.
La qualità delle relazioni di una persona, a qualsiasi età, costituisce uno degli indicatori principali per predire il suo adattamento e funzionamento nelle fasi successive della vita.
Per questo, è essenziale conoscere e saper interpretare le caratteristiche di ogni fase di sviluppo per prendere consapevolezza dei bisogni e delle necessità dei bambini e dei ragazzi, oltre che alle possibili difficoltà che possono manifestare.
Le diverse età dello sviluppo, qui affrontate dal punto di vista dei rapporti con gli altri, non sono quindi fasi separate e finite in sé, sostituite dalla successiva in un continuo ricominciare in un nuovo contesto diverso e dissociato.
Se ogni età è contraddistinta da caratteristiche e peculiarità proprie, è altrettanto vero che quella successiva implementerà le dinamiche di quella precedente, come un nuovo anello che non crea una nuova catena (e non è catena di per sé) ma, legandosi agli altri, la allunga.
Fuor di metafora, ogni fase va affrontata con consapevolezza e in maniera adeguata, lasciando spazi e imponendo limiti adeguati alla situazione, con una visione di lungo termine che conduce, dalla totale dipendenza del bambino, alla consapevolezza emotiva e relazionale propria dell'età adulta.
25 gennaio 2021
L’intelligenza che diminuisce: come stimolare i ragazzi tra linguaggio impoverito e mondo digitale
L’intelligenza è un concetto complesso e dalle molte sfaccettature, che comprende abilità mentali e psichiche come elaborare modelli, pensare in astratto, capire gli altri e generare nuove idee.
Negli ultimi decenni, numerosi studi hanno riscontrato come tali capacità abbiano subìto un calo significativo all’interno della popolazione, quantitativo e qualitativo, soprattutto fra le nuove generazioni, in controtendenza con quanto riscontrato durante il secolo scorso.
A partire dal secondo dopoguerra, il quoziente d’intelligenza medio della popolazione è stato interessato da un continuo incremento, un fenomeno talmente riconosciuto e acclarato da meritare un nome specifico, lo spesso citato “effetto Flynn”. Tale tendenza ha ricevuto numerosissimi tentativi di spiegazione. L’aumento costante del quoziente di intelligenza è stato interpretato alla luce dei miglioramenti nelle condizioni di salute della popolazione, nell’alimentazione, nello stile di vita e nell’istruzione scolastica. Fino agli anni ’90, l'idea diffusa e dominante nei paesi occidentali avanzati era che si potesse progredire all’infinito (nel QI medio come in molti altri ambiti sociali), sviluppare un’intelligenza senza limiti, cavalcando l’onda dell’ottimismo associato allo sviluppo tecnico, sempre più rapido durante i decenni successivi alla Seconda guerra mondiale.
Ma la realtà evidenzia una tendenza contraria. Varie analisi dei test del quoziente intellettivo, svolte negli ultimi anni, indicano una parabola discendente. La “spinta” dell’effetto Flynn potrebbe essersi esaurita nei paesi altamente sviluppati e, a partire dagli anni duemila, è cominciata una lenta, ma inesorabile, decrescita del pensiero cognitivo.
È importante evidenziare, in ogni caso, che i concetti di quoziente intellettivo e intelligenza sono tutt’altro che sovrapponibili. Questo perché i test di valutazione del QI valutano solo una parte dell’intelligenza di una persona, e in particolare le macro aree di comprensione verbale, ragionamento visuo-percettivo, memoria di lavoro e velocità di elaborazione, senza però tenere in considerazione molte altre sfaccettature, come le capacità comunicative, l’empatia, la consapevolezza emotiva o l’abilità di pianificare seguendo degli obiettivi.
Oltre al QI, però, gli indicatori standardizzati delle prestazioni scolastiche indicano che le competenze accademiche, in particolare quelle matematiche e linguistiche, sono in calo. Ma per quale motivo i ragazzi risultano essere meno intelligenti dei genitori?
Secondo le ricerche, il fenomeno non può essere spiegato da fattori genetici o dai movimenti migratori, poiché le variazioni nel quoziente d’intelligenza si manifestano anche all’interno della stessa famiglia.
L’inversione dell’effetto Flynn, invece, sembra essere dovuta a fattori ambientali esterni, come uno stile di vita maggiormente sedentario e un’alimentazione caratterizzata dalla presenza maggiore di cibi industriali. I fattori più incisivi del calo sembrano però essere l’abbassamento nella qualità del sistema di istruzione, il declino dei valori educativi in funzione di quelli istruttivi, basati sull’esaltazione dell’apprendimento e della conoscenza funzionali (cioè direttamente spendibili in ambiti lavorativi), e l’utilizzo crescente di televisione, media e tecnologie digitali.
Una delle questioni più spinose riguarda, in modo specifico, il deterioramento della qualità di insegnanti, che preparano in modo inadeguato gli studenti, i quali a loro volta diventeranno docenti mediocri, in una spirale discendente che porta ad un continuo peggioramento e che può essere spezzata solo da un serio investimento nel sistema di istruzione, in coppia con delle riforme che abbiano il coraggio di andare in controtendenza con quelle degli ultimi decenni.
Per concludere questa breve introduzione e, allo stesso tempo, aprire il prossimo capitolo, si sottolinea che l’inversione dell'effetto Flynn, per la sua rilevanza, è un fenomeno ancora largamente discusso. In questo articolo si vuole solamente fornire una riflessione su uno dei fattori che contraddistingue la modernità e che può influenzare notevolmente le abilità cognitive, ossia il linguaggio e il suo impoverimento, anche dovuto all’uso – e abuso – degli strumenti digitali.
L'impoverimento del linguaggio
Il declino dell’intelligenza media della popolazione è da attribuire, in concomitanza con altri fattori, all’impoverimento del linguaggio e al restringimento della sfera lessicale.
Il rapporto tra linguaggio e pensiero è stato ampiamente trattato dalla filosofia e dimostrato da molteplici studi, che hanno analizzato i modi in cui il linguaggio possa potenziare il pensiero e, viceversa, come le facoltà di pensiero possano influenzare la capacità linguistica, in una relazione bidirezionale. In altri termini, una contrazione del vocabolario utilizzato, con una conseguente riduzione delle sottigliezze linguistiche, limitano la capacità di elaborare pensieri complessi.
A titolo di esempio, la progressiva scomparsa di modi e tempi verbali, come il congiuntivo, il passato remoto, le forme composte del futuro o il participio presente e passato, genera un pensiero incatenato nell’eterno presente, incapace di ricordo critico del passato e di proiezioni (astratte) nel tempo futuro.
Allo stesso modo, la precisione e la varietà dell’espressione, verbale o scritta che sia, sono estremamente inibite dalla generalizzazione del pronome “tu”, dalla scomparsa della forma impersonale e dall’estinzione delle lettere maiuscole e della punteggiatura.
L’eliminazione di una parola, quindi, non implica solo la rinuncia al suo suono, ma anche al concetto che questa esprime. Usare meno parole e meno verbi coniugati corrisponde a una minore capacità di esprimere emozioni e limita la possibilità di elaborare un pensiero, un ragionamento complesso.
Allo stesso tempo, senza le parole necessarie a costruire un ragionamento, il pensiero complesso è ostacolato, impedito, reso impossibile. Insomma, più la lingua è resa povera, meno pensiero può esistere.
Tutto questo ha un impatto diretto sulla persona che vive nell’incapacità di tradurre le emozioni in parole, mancanza associata ai comportamenti violenti sia nella sfera pubblica che privata.
Questo perché non può esistere pensiero critico, e quindi possibilità di dissenso (o, di converso, assenso consapevole), senza le parole. Come si può elaborare un pensiero ipotetico-deduttivo senza padroneggiare l’uso del congiuntivo e del condizionale? Come immaginare un futuro, senza poter accedere ad una coniugazione nel futuro? Come è possibile concepire una temporalità, ossia una successione di eventi nel tempo, passati o futuri, con la loro durata relativa, senza un linguaggio che distingua tra ciò che avrebbe potuto essere, ciò che era, ciò che è, pensare a cosa potrebbe succedere dopo che ciò che potrebbe accadere è effettivamente accaduto?
Confusi? Allora propongo un esperimento. Provate a pensare a qualcosa a cui non corrisponda una parola. Non ci riuscite? Appunto.
Il mondo digitale
Si consideri ora la profonda e inarrestabile trasformazione culturale prodotta dalle tecnologie definite “digitali”, che sta travolgendo come uno tsunami l’esperienza e la cognizione umana.
L’incredibile velocità con cui lo sviluppo tecnologico investe la società, trasformandola in un processo di continua ed esponenziale confusione, lascia senza parole. Anche in senso letterale.
Da parte sua, il patrimonio linguistico si arricchisce continuamente di nuovi lemmi, per dare un nome ai nuovi concetti e fenomenologie che emergono al seguito di questo sviluppo tecnico. Tuttavia, tale incremento si rivela insufficiente, o quanto meno troppo lento, per padroneggiare concettualmente l’insieme delle trasformazioni generate dalle tecnologie digitali.
In altre parole, disponiamo delle parole che ci rendono in grado di creare nuove tecnologie velocemente e in grandi quantità, ma non ne possediamo a sufficienza per comprenderne l’impatto che queste hanno a livello globale, sul pianeta, sulla specie, sulla società e sulla nostra mente.
Parallelamente, a partire dal secolo scorso ha preso avvio una seconda trasformazione culturale che, negli ultimi anni, sta subendo una particolare e crescente accelerazione. Si tratta della conversione, della tendenza, al cosiddetto pensiero “tecnico”, ossia derivato dall’ambito scientifico, a scapito di quello “umanistico”, che valorizza l’apprendimento e la conoscenza in quanto tale.
La formazione culturale e l’istruzione, e di conseguenza il linguaggio, stanno virando sempre più verso un approccio scientifico specialistico. Questa dinamica premia la creazione arbitraria e l'introduzione di parole prive di connotazioni etiche o morali, esclusivamente descrittive, svuotando di senso anche tutte quelle con carica valoriale forte (cioè le parole che descrivono l'uomo a sé stesso, permettendogli di crearsi un “senso”).
Analizzando i principali veicoli di comunicazione dei media e dei social, si può notare come questi abbiano determinato numerosi cambiamenti all’interno della società, i cui effetti si conoscono solo in parte.
Innanzitutto, negli ultimi anni e nelle generazioni più giovani (pur essendo un fenomeno che interessa anche le fasce più adulte della popolazione), l’aumento esponenziale del tempo trascorso sugli smartphone e sui social media, fino a diventare eccessivo, risulta giocoforza tempo sottratto ad altre attività formative, ossia afferenti all’ambito scolastico, ma non solo.
La necessità, imposta dai nuovi media, di comunicare in modo semplice, diretto e veloce, porta ad un graduale impoverimento del linguaggio. In particolare, l'utilizzo crescente e sempre più dilagante di una comunicazione visiva, con pittogrammi, ideogrammi ed icone, sembra essere alla base di una riduzione della capacità immaginativa, indispensabile per creare ed elaborare informazioni complesse.
Allo stesso tempo, il pensiero e il ragionamento, e specificatamente le capacità elaborative, sono stati ormai da tempo abbondantemente superati, in rapidità ed efficienza, da processori sempre più potenti, piccoli e veloci. Come risultato, la mente è sempre meno stimolata ad impegnarsi in operazioni che richiedano tempo e sforzo, delegando la ricerca delle risposte allo strumento tecnologico, nell'illusione che questi possa elaborare anche decisioni qualitative, come decidere cosa sia giusto o sbagliato. Per una sorta di contrappasso, la mente umana tende a livellarsi con le prerogative della macchina da lei stessa creata, smettendo di pensare per ridursi alla sola computazione (cioè mero calcolo quantitativo).
Cosa fare
Questo quadro, alquanto desolante, non è stato descritto per scoraggiare o demoralizzare i genitori, gli insegnanti o gli educatori che ancora credono e investono nelle nuove generazioni, ma vuole essere piuttosto un incoraggiamento, un richiamo alla necessità di invertire una pericolosa tendenza.
Per contrastare il sistema ormai diffuso, che porta all’appiattimento cognitivo ed emotivo, la regola fondamentale da seguire è frequentare ambienti stimolanti, che possano risvegliare i sensi, le abilità di ragionamento e la creatività.
I figli, gli studenti e i ragazzi vanno fatti parlare, leggere, scrivere, esprimere (liberi e protetti dallo stigma sociale) e confrontare tra loro e con gli adulti in modo aperto.
È essenziale insegnare e praticare loro la lingua madre in modo approfondito e nelle sue forme più diverse, anche se appare complessa, specialmente se è complessa. Questo sforzo è indispensabile per poter comprendere, poter pensare, poter ragionare. Al contrario, la supposta necessità di semplificare l'ortografia, scontare la lingua dei suoi “difetti” o dei termini “superati”, abolire i generi, i tempi verbali, le infinite sfumature di un dizionario dei sinonimi, tutto ciò che crea complessità, sono i veri artefici dell'impoverimento mentale e nemici della libertà di pensiero.
Non c’è dissenso senza la capacità di elaborare ed esprimere un concetto in autonomia.
Non c’è consapevolezza senza il pensiero di se stessi.
Non c'è bellezza se non si può pensare la bellezza.
Informazioni personali
- Emma Messina
- Sono una psicologa abilitata e un’insegnante, con esperienza più che quinquennale nel settore.
Nel mondo scolastico, ho maturato un'esperienza particolare nei confronti di ragazzi con disturbi dell’apprendimento, problemi di motivazione e di ansia da prestazione. Da anni tengo lezioni sul metodo di studio a studenti di ogni età, per promuovere l’autonomia, rinforzare l’autostima e recuperare le abilità scolastiche.
Parallelamente, offro un servizio di sostegno ai genitori, affinché possano mantenere e consolidare i risultati ottenuti dai figli in un clima di serenità e reciproca comprensione.
Servizi offerti:
- Processo di diagnosi e Valutazione Psicologica;
- Tutoring elementari/medie/superiori/università;
- Orientamento;
- Crescita personale;
- Sostegno genitoriale;
- Consulenza psicologica.
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