18 luglio 2022
Quando il corpo è nemico: il dismorfismo corporeo

In una società dell'immagine, preoccuparsi del proprio aspetto diventa una spinta difficile da ignorare. Se da una parte, negli adolescenti ma non solo, non si può biasimare il desiderio (tutt’altro che patologico) di piacere ed essere apprezzati dagli altri, dall’altra sono comunque necessari equilibrio e misura.
È essenziale fare una distinzione tra un’attenta cura di sé e l'espressione di un disagio psicologico profondo, espresso nella persistente insoddisfazione nel modo in cui si appare.
Quando si nota, in sé o nei propri cari, un'attenzione esagerata a dei dettagli trascurabili del proprio aspetto, oppure il ricorso ripetuto, fino all’abuso, a trattamenti cosmetici o interventi chirurgici più o meno invasivi, è concreta la possibilità di trovarsi di fronte ad un disturbo di dismorfismo corporeo.
Che cos’è?
Si tratta di un’eccessiva preoccupazione per uno o più difetti corporei, anche minimi o totalmente assenti, ma che vengono percepiti comunque come profondamente disturbanti, intollerabili e sgradevoli, al punto che, solitamente, chi soffre di questo disturbo arriva presto a definirsi brutto, anormale o deforme. La percezione di questi difetti è fonte di intensa vergogna e disagio profondo, con notevoli conseguenze negative sullo stile di vita e sulla qualità dei rapporti sociali.
A tal proposito, la discrepanza tra il modo in cui queste persone vedono loro stesse e quello in cui le vedono gli altri è causa di notevoli attriti nelle relazioni, in quanto chi soffre di dismorfismo corporeo tende a non credere alle rassicurazioni altrui sul proprio aspetto "normale".
Come se non bastasse, la maggior parte delle persone affette da questo disturbo presenta idee o deliri di riferimento, cioè ha la ferma convinzione che gli altri notino in modo particolare le aree corporee "difettose", ne parlino fra di loro o le prendano in giro di nascosto, il che è comprensibilmente alla base di considerevoli problemi nell’instaurare un rapporto di fiducia con il mondo esterno.
Dall’altra parte è interessante considerare come chi presenti questo disturbo riesca a riconoscere razionalmente che le personali convinzioni in merito al corpo e all’aspetto fisico siano irrealistiche o comunque esagerate, e possa essere consapevole del proprio accanimento estetico.
Tuttavia, l’intenso senso di vergogna e imbarazzo spinge in modo irrefrenabile a adottare comportamenti eccessivi nella cura di sé, a volte anche contro il proprio volere. Come affermano spesso molti pazienti, cercando di spiegare i propri comportamenti: “È più forte di me”.
Come si manifesta
Soprattutto nelle persone che si rendono conto dell’esagerazione delle proprie convinzioni, quindi, i pensieri relativi ai difetti fisici percepiti sono vissuti come intrusivi e indesiderati, arrivando ad occupare un tempo considerevole della giornata, addirittura tra le 3 e le 8 ore al giorno.
Le preoccupazioni sono più frequentemente focalizzate su aree corporee specifiche, come la pelle (acne, cicatrici, rughe), i capelli o i peli (diradamento o peluria eccessiva sul viso o sul corpo). L’attenzione si può inoltre concentrare sulla forma o le dimensioni di una parte del corpo, come naso, occhi, denti, orecchie, bocca, seno, gambe o glutei. Qualsiasi parte del corpo può comunque essere oggetto di preoccupazione.
Una condizione particolare è rappresentata dalla dismorfia muscolare, in cui le persone, soprattutto maschi, pur avendo un fisico normale (o addirittura atletico) si reputano gracili e tentano in tutti i modi di aumentare il peso e la muscolatura.
Le zone del corpo non accettate sono tipicamente descritte come brutte, poco attraenti, deformi, ripugnanti o mostruose. A questi pensieri si associano frequentemente comportamenti compulsivi specifici, che hanno lo scopo di ridurre, anche se solo temporaneamente, il senso di disagio e di angoscia.
Chi presenta dismorfismo corporeo è portato a confrontare costantemente il proprio aspetto fisico con quello delle altre persone, trascorrendo molto tempo della giornata, soprattutto quando si è in compagnia, a nascondere il supposto difetto. Molti sono alla continua ricerca di rassicurazioni rispetto a come appaiano le imperfezioni percepite. I momenti sociali sono inoltre vissuti con forte ansia, in particolare per la paura che gli altri notino il presunto difetto fisico. Per questo motivo si ha la tendenza a evitarli, fino a che, nei casi più estremi, ci si isola in casa per sfuggire al potenziale giudizio altrui.
Questi individui hanno un rapporto ambivalente anche con lo specchio, alternando momenti in cui si guardano continuamente in qualsiasi superficie riflettente, ad altri in cui queste sono evitate in maniera categorica.
Per camuffare i presunti difetti si usano strategie come l’uso eccessivo di cosmetici, acquistati compulsivamente, o il ricorso a vestiti e accessori (come gli occhiali da sole), che possono essere cambiati più volte durante la stessa giornata. Per fare un esempio, un uomo può farsi crescere la barba per nascondere presunte cicatrici, oppure indossare un cappello per coprire un lieve diradamento dei capelli.
In molti casi, queste persone si appellano alla chirurgia estetica. Tipicamente l'intervento effettuato si rivela inutile, in quanto non agisce sulla preoccupazione ossessiva in sé, che permane a prescindere dal nuovo aspetto esteriore.
Diffusione
Anche a causa delle pressioni socioculturali discusse nell’introduzione di questo articolo, negli ultimi anni il disturbo da dismorfismo corporeo è diventato un problema piuttosto comune.
Ciò che risulta particolarmente allarmante è il fatto che, per le sue caratteristiche, questo disturbo tende ad essere decisamente sottovalutato e, di conseguenza, sotto-diagnosticato. I casi potrebbero dunque essere molto più numerosi dei dati ufficiali, falsati anche dalle richieste di aiuto portate a specialisti che non si occupano di salute mentale, primi fra tutti i chirurghi plastici, e quindi non conteggiate.
Infine, gli individui con dismorfismo corporeo tendono a non rivelare i propri sintomi nemmeno al medico, per il forte senso di vergogna che provano, ma anche perché non sono informati sui trattamenti clinici specifici e adeguati a risolvere questo tipo di problema.
Quando si manifesta
Come in molti altri casi, anche il disturbo da dismorfismo corporeo può presentarsi in qualsiasi momento dell’esistenza di una persona. Tuttavia esistono due periodi della vita in cui vi è una maggiore incidenza.
Il primo è durante l’adolescenza, vale a dire la fase di sviluppo in cui le trasformazioni profonde e improvvise del corpo possono rivelarsi particolarmente difficili da accettare e gestire. Il secondo, invece, è l’età compresa tra i 45 e i 50 anni, ossia quando i primi segni dell’invecchiamento si scontrano, spesso violentemente, con il desiderio di piacere nonostante i segni del tempo, anche alla luce di una società che promette ideali di giovinezza eterni.
Se non trattato, il disturbo diventa parte integrante dell’identità della persona, cronicizzandosi. Quando ciò accade, si possono verificare conseguenze anche molto spiacevoli, su cui è difficile intervenire.
Quando preoccuparsi
Ribadendo l'evidenza che sono molte le persone non soddisfatte del proprio aspetto, è tuttavia importante considerare come questa insoddisfazione viene affrontata. Se la quantità di tempo ed energie dedicate a quella parte del corpo causa delle conseguenze negative sul funzionamento quotidiano (come insicurezza eccessiva o mancanza di relazioni) oppure provoca un considerevole disagio emotivo, allora è possibile che ci si trovi di fronte ad un disturbo.
Ci sono molti segnali di allarme che possono esprimere modi in cui il disturbo da dismorfismo corporeo può rappresentare un ostacolo.
A scuola si possono avere difficoltà a prestare attenzione, perché sempre distratti e preoccupati dal proprio aspetto. Oppure arrivare in orario a lezione può diventare una vera sfida, se la vestizione e la cura di sé della mattina richiede troppo tempo. Per lo stesso motivo, anche la qualità del sonno può essere scarsa, per la necessità di doversi alzare molto presto per prepararsi.
Inoltre può essere difficile mantenere dei buoni voti, quando l'unica cosa a cui si riesce a pensare è, ad esempio, se i compagni possano vedere o meno i brufoli sul mento. Nei casi più estremi, i soggetti affetti da questo disturbo non riescono a frequentare la scuola, fino al rifiuto e all’abbandono scolastico.
Negli adulti la presenza del disturbo porta a maggiori difficoltà sociali, che si manifestano con più alti tassi di disoccupazione e un maggior isolamento sociale.
Gli intensi sentimenti di colpa e di vergogna associati al disturbo da dismorfismo corporeo contribuiscono a spiegare l’alto tasso di ideazioni suicidarie (ossia pensare, fantasticare, considerare o pianificare di togliersi la vita) e tentativi di suicidio effettivi, che tristemente contraddistinguono questo tipo di persone.
A tal proposito, per capire l’entità del fenomeno, basti pensare che, nel corso della vita, circa l’80% delle persone con disturbo da dismorfismo corporeo manifesta ideazione suicidaria, e il 25-30% di questi tenta infine il suicidio. Si tratta dunque di una problematica da non sottovalutare, e da affrontare non appena la si identifichi, in sé o in qualcuno a noi vicino.
Come intervenire
Dal momento che molti individui con dismorfismo corporeo provano un forte imbarazzo o esitazione nel condividere i propri pensieri con gli altri, per paura di essere fraintesi, i familiari o gli amici sono spesso confusi e disorientati. Tipicamente si riconosce l’esistenza di un problema, senza riuscire però ad identificarlo. Il difetto fisico di cui si preoccupano queste persone non è visibile agli altri o è così lieve che i familiari hanno difficoltà a comprendere il suo dolore emotivo e i suoi comportamenti, i quali sono spesso giustificati come eccentrici o sopra le righe.
Come se non bastasse, i sintomi del disturbo da dismorfismo corporeo possono essere molto simili a quelli di altre patologie, come la depressione, l’ansia sociale o il disturbo ossessivo compulsivo. In effetti, questo disturbo si manifesta molto spesso insieme ad altre problematiche, che rendono il quadro ancora più complesso e difficile da affrontare.
La maggior parte delle persone che soffre di dismorfismo corporeo è riluttante a ricorrere alla terapia psicologica o ai farmaci psichiatrici, preferendo credere che i chirurghi estetici e i dermatologi possano offrire soluzioni più efficaci e rapide rispetto a un professionista della salute mentale.
Se da un lato incoraggiare la persona amata a cercare un trattamento può essere difficile e impegnativo, è necessario costruire una relazione di fiducia e comunicazione, attraverso cui incoraggiare, in maniera graduale, un cambiamento positivo.
Chi cerca di aiutare una persona cara con questo problema dovrebbe inoltre tenere a mente che, molto spesso, intraprendere un percorso psicologico è fonte di ansia e timore. È necessario quindi essere pazienti e cercare di comprendere la difficoltà che scegliere di farsi aiutare comporta, senza supplicare o forzare il trattamento.
Piuttosto, l'idea di cercare un aiuto esterno può essere introdotta con delicatezza, non troppo spesso, magari suggerendo i benefici che si possono trarre da un sostegno per migliorare la depressione o l'ansia associata all'insoddisfazione per il proprio aspetto. Per la persona potrebbe essere meno intimidatorio chiedere un aiuto per affrontare la depressione e l'impatto che il dismorfismo ha sulla sua vita, piuttosto che affrontare direttamente il disturbo in sé.
È importante considerare che esprimere la propria preoccupazione per la persona amata può essere sì una motivazione per cercare aiuto, ma può anche aumentare il senso di colpa. Per questo è preferibile mantenere l'attenzione su come la persona amata possa beneficiare del sostegno di un professionista, piuttosto che esprimere come la sua malattia influisca negativamente su di sé e sulla propria vita.
In questo senso, è essenziale creare un ambiente positivo e di sostegno, trascorrendo del tempo con la persona amata e rassicurandola sulla propria disponibilità e vicinanza. Non si deve dimenticare che la maggior parte degli individui affetti da dismorfismo corporeo lotta contro la bassa autostima, la vergogna e il senso di colpa, per cui ogni sostegno, anche se può non sembrare nell'immediato, fa la differenza.
A questo proposito, avere a che fare con una persona che soffre può essere fonte di dolore, rabbia, frustrazione e disperazione. Per questo motivo è essenziale riuscire a prendere consapevolezza dei momenti in cui, per poter aiutare, si deve prima ricevere aiuto, cercando la consulenza e il supporto di un professionista.
Dal punto di vista professionale, l’intervento per il disturbo da dismorfismo corporeo presuppone una rielaborazione cognitiva e la messa in discussione dei propri errori di valutazione, in modo da portare all’accettazione della propria identità, il vero problema sottostante all’espressione sintomatologica.
L’obiettivo del percorso psicologico è molteplice. Da un lato, si aiuta l’individuo a sviluppare una visione estetica più accurata e funzionale, e contemporaneamente si lavora per impedire la messa in atto dei comportamenti ripetitivi eccessivi (ad esempio specchiarsi continuamento o escoriarsi). Inoltre il paziente è accompagnato gradualmente a partecipare e sentirsi più a proprio agio nelle situazioni sociali.
In questo modo la persona potrà costruirsi un’identità più realistica e rispondente alle proprie caratteristiche e desideri, con un rapporto più sano e sereno con il corpo e, di conseguenza, anche con il mondo esterno.
20 dicembre 2021
Quando si chiede troppo: le aspettative irrealistiche verso i figli
In un periodo storico in cui, in occidente, la natalità è in costante diminuzione e il momento del diventare genitori è sempre più posticipato, cresce l’investimento emotivo (e spesso anche economico) che le coppie fanno sui figli.
A causa di questa e altre forme di pressione, ogni genitore spera che il proprio figlio possa avere e in futuro diventare “il meglio”. Inevitabilmente, questo crea delle aspettative che, se eccessive o irrealistiche, possono avere conseguenze anche importanti sulla crescita e lo sviluppo dei figli.
Figli sognati e figli reali
Anche prima della nascita, i genitori immaginano come sarà il figlio, proiettando tutta una serie di aspettative su quale sarà il suo aspetto, a chi somiglierà, come sarà il suo carattere, e via dicendo. Si forma così nella mente dei genitori il cosiddetto “bambino fantasmatico”, portatore di tutti i sogni e i progetti che la coppia ha nei confronti dei figli. Molto spesso, in questa costruzione, vengono incluse anche questioni che non appartengono al bambino, come desideri, ambizioni e rimpianti propri dei genitori, che vedono il figlio come un prolungamento di se stessi, il riscatto alla propria vita. Le aspettative dei genitori originano primariamente dall’esperienza personale e dal desiderio che i figli possano non avere le loro stesse difficoltà, ma vivere felici.
Il bambino fantasmatico diventa dunque una proiezione dell’adulto, un modo per concretizzare ciò che non si è potuto o non si è stati in grado di compiere in prima persona, una seconda occasione per essere migliori, se non i migliori. Perfetti.
Così facendo, tuttavia, i genitori (più o meno inconsciamente) stabiliscono a priori quale sia la strada per la felicità dei figli, rischiando di confondere il mezzo (ad esempio ottenere dei buoni risultati scolastici o avere un buon lavoro) con il fine (essere felici). Ciò conduce ad una serie di conseguenze negative, come si vedrà nel prossimo paragrafo.
È possibile riconoscere le situazioni in cui un figlio è idealizzato come un prolungamento del sé dell’adulto. È importante porre l'attenzione alla frustrazione che insorge dentro di sé, quando ci si trova di fronte ai comportamenti del bambino che, esprimendo individualità e personalità sue proprie, va inevitabilmente a disconfermare le aspettative genitoriali. Quando questa frustrazione diventa eccessiva, e l’espressione individuale del bambino è considerata alla stregua di una minaccia, è un chiaro segnale dell’esistenza di una rappresentazione irrealistica del figlio, costruita sul proprio sé e su proprie questioni irrisolte, piuttosto che sull'identità del piccolo.
Le conseguenze delle aspettative irrealistiche
A scuola, nello sport, nella società in generale, bambini e ragazzi hanno l’occasione di confrontarsi con gli altri e realizzarsi come persone. La spinta, tuttavia, è verso la competizione, il successo e l’eccellenza, un impulso proveniente primariamente dai genitori, nel desiderio che il proprio figlio sia un leader, il migliore in ogni campo.
Bisogna essere sempre di buon umore, rispettosi, obbedienti ed educati, andare bene a scuola, essere i più bravi nello studio e della squadra. Queste aspettative, quando sono espresse ripetutamente e in una varietà di contesti, generano una notevole quantità di stress e ansia, fino a diventare controproducenti.
Questo perché, se da una parte i figli cercheranno di dare sempre il meglio di sé e di accontentare i genitori, così da renderli orgogliosi, il peso delle aspettative irrealistiche non può essere retto a lungo, in quanto gli errori e gli insuccessi sono parte dell’esperienza di ognuno e, che sia presto o tardi, inevitabili.
Al posto di mettere in moto un processo di consapevolezza di sé ed essere un’occasione per migliorare, gli insuccessi, siano un brutto voto, una mancata vittoria nello sport, o un semplice e fisiologico fallimento nel portare a termine un qualsivoglia compito assegnato, generano angoscia e frustrazione, e sono visti come una sconfitta insostenibile. Davanti al biasimo dei genitori, che sono spesso i primi a faticare nel concepire l’errore in modo positivo, i figli che non sono in grado di rispondere alle richieste possono mancare della fiducia in sé stessi e perdersi in un circolo vizioso di sensi di colpa e autodenigrazione, fino a sprofondare nella depressione. Inoltre, se i figli ritengono di non essere così bravi come i genitori vorrebbero, possono andare incontro a demotivazione e vissuti di rassegnazione che, in ambito scolastico, possono portare al rifiuto della scuola. Non si sentono all’altezza, incapaci di essere come è stato loro chiesto fin dalla nascita, ossia perfetti, ideali.
Come se non bastasse, tipicamente i figli di genitori troppo esigenti o con aspettative irrealistiche misurano l’affetto ricevuto sulla base delle richieste o pretese che riescono a soddisfare. In altre parole, imparano che l’amore e l’approvazione non sono incondizionati, bensì vanno guadagnati attraverso la prestazione e l’adozione di certe condotte. Sentono che, commettendo un errore o fallendo, i genitori non li ameranno più, se non riuscissero a soddisfare le loro aspettative, non sarebbero meritevoli di affetto. Tutto questo porta ad una grave mancanza di autostima, nonché a un’idea distorta delle relazioni e ad una forte insicurezza che si ripercuote sui rapporti futuri.
Già durante la crescita, i bambini su cui sono poste aspettative irrealistiche, tendono a dare meno importanza ai rapporti, in quanto sentono di doversi concentrare sullo studio e sulle attività extrascolastiche, le quali spesso occupano la gran parte del loro tempo, diventando obiettivi da raggiungere piuttosto che momenti di svago.
È possibile che si mostrino particolarmente esigenti nei confronti degli altri, aspettandosi troppo da loro e volendo ricevere quanto danno. Il bambino o il ragazzo che porta su di se aspettative genitoriali irrealistiche, tende a riproporre la stessa dinamica con i pari, il che ha come inevitabile conseguenza la delusione e la frustrazione, nel momento in cui gli altri non si dimostrano all’altezza. Ciò è un ulteriore motivo di sofferenza e può portare il ragazzo a isolarsi.
Un’ultima, rilevante, implicazione delle aspettative irrealistiche consiste nelle notevoli ripercussioni che queste hanno sullo sviluppo dell’identità e del senso di sé.
Aspettative irrealistiche e identità
Le aspettative dei genitori, quando diventano esagerate o irrealistiche, oltre che avere conseguenze negative sulla serenità dei figli generando stress, ansia e frustrazione, sono anche un ostacolo all’acquisizione dell’autonomia e della sicurezza di sé. Ciò si spiega alla luce del fatto che, se un figlio cresce con l’obiettivo di realizzare quanto i genitori hanno stabilito per lui, non potrà maturare delle proprie scelte, dei propri interessi e dei propri gusti, che costituiscono il nucleo fondamentale dell’identità.
Ogni bambino, ogni individuo, è diverso dall’altro, ciascuno con le proprie inclinazioni, interessi e capacità. Per questo, la pretesa secondo cui i figli siano uguali ai genitori per “seguirne le orme”, implica necessariamente che si azzeri la loro personalità individuale.
La presenza eccessiva di richieste e aspettative esterne porta alla formazione di un falso sé, ossia un’identità “di facciata” creata appositamente per accomodare le pretese genitoriali, che nasconde e occulta il vero sé, considerato inaccettabile agli occhi degli altri.
Se inizialmente la strategia può funzionare, dando ai genitori esattamente quello che chiedono, crescendo si finisce per non sapere più chi si è, nell’impossibilità di entrare in contatto con desideri e bisogni autentici. Ciò porta a diventare schiavi del giudizio sociale e dell’approvazione altrui, senza riuscire a sperimentare un’autentica dimensione di desiderio e di intimità relazionale. In altre parole, il bambino o il ragazzo portatore di aspettative irrealistiche diventerà sempre più dipendente da qualcuno che gli dica cosa dire, come comportarsi e, in sostanza, cosa essere. Tale dinamica di dipendenza tenderà a ripetersi in ogni tipo di relazione, anche quelle amicali e sentimentali.
Aspettative irrealistiche e risultati
La larga maggioranza delle aspettative genitoriali, come si è visto, riguardano la prestazione, i risultati, il successo scolastico, nello sport e sul lavoro. La spinta è all’eccellenza, nell’idea distorta secondo cui, se si punta in alto, si otterrà conseguentemente di più.
Il problema si pone quando le aspettative sono esagerate o irrealistiche, superando le reali possibilità del figlio o del contesto in cui si trova ad agire, i risultati, soprattutto quelli scolastici, tendono a peggiorare. In questo senso, l’aspettativa eccessiva dei genitori può essere controproducente, generando maggiori problematiche di quelle che si propone di superare.
Aspettarsi che i figli ottengano sempre voti eccellenti, oltre a ignorare le reali capacità e possibilità del bambino o del ragazzo, porta a fare continui confronti con gli altri e a generare stress e ansia eccessivi, che hanno conseguenze negative sull’apprendimento.
L’andamento scolastico e i risultati dipendono invece da molti fattori, come le capacità e le attitudini di base, il metodo di insegnamento, la motivazione e il ricorso ad un metodo di studio strutturato, e altri non necessariamente imputabili o sotto il controllo del figlio stesso. È importante tenerli tutti in considerazione per valutare l’apprendimento in un quadro complessivo e organico, evitando di elevare il voto ottenuto a unico indicatore della “bravura” dello studente.
La differenza tra aspettative elevate e aspettative irrealistiche
Nei paragrafi precedenti si è analizzato come la presenza di aspettative esagerate o irrealistiche porti a una serie di conseguenze negative, primariamente sulla salute mentale dei figli, ma anche sul loro senso di identità e sui loro risultati, in particolare quelli scolastici.
Tuttavia, è necessario precisare che non sono le aspettative in sé ad essere dannose, bensì la loro natura esagerata e irrealizzabile, che non tiene in considerazione la personalità e le propensioni del bambino, bensì cala dall’alto richieste e desideri che appartengono ad altri.
Aspettarsi o esigere dal proprio figlio continui traguardi in ogni ambito della vita, che sia la scuola, lo sport, gli amici o il lavoro, riflette un’impostazione che non considera la volontà o le propensioni del bambino o del ragazzo.
Le aspettative sono realistiche quando partono invece da ciò che il figlio desidera, dalle sue capacità e interessi, puntando su ambiti precisi e definiti, a cui si assegna la priorità. Inoltre, le aspettative che favoriscono una crescita bene adattata e lo sviluppo di un senso di identità autentico, si focalizzano non tanto sul risultato, quanto sul processo che vi conduce, ossia l’impegno e il lavoro che si mettono in gioco per realizzare i propri obiettivi.
Spostare il focus e trovare un equilibrio
Se dunque non sono le aspettative in sé ad essere problematiche, è essenziale comprendere come bilanciare le proiezioni genitoriali con il riconoscimento delle inclinazioni dei figli.
In questo senso, diventa necessario spostare l’attenzione da sé e dai propri desideri verso i figli, che diventano il riferimento per ogni decisione successiva. Così, nel caso in cui il bambino o il ragazzo non soddisfi in qualche modo le aspettative, mostrandosi diverso da quanto si desiderava, è essenziale cercare di modificare o correggere la propria impostazione interna e non pretendere un adattamento nel figlio, ad esempio evitando di scegliere per lui il tipo di scuola o le possibilità di carriera. Spostando il proprio centro verso i figli e la loro individualità, si permette di creare un rapporto basato sull’ascolto, l’accettazione e la fiducia, in cui il bambino o ragazzo si possa sentire accolto e accettato per chi è, e non per chi si vorrebbe che fosse.
Pertanto, se la creazione del bambino fantasmatico e la presenza di aspettative da parte dei genitori è inevitabile, è tuttavia cruciale creare dentro di sé uno spazio per il figlio, che possa essere soggetto ad aggiustamenti e correzioni man mano che emergono le particolarità e le caratteristiche di cui ogni individuo è unico portatore.
Queste si manifesteranno in modo spontaneo già a scuola o nelle varie attività che coinvolgono il bambino, in cui si potrà notare ciò che gli piace, che lo attira maggiormente o per cui è più portato. La direzione dovrebbe essere dunque quella del riconoscimento dei bisogni dell’altro e del consolidamento delle propensioni personali, che favorisce la sensazione di appagamento e soddisfazione per le scelte compiute.
A prescindere dalle aspettative, i figli dovrebbero comunque sentire che i genitori pongono fiducia nelle loro capacità, che accettano le loro scelte e che possono contare sul loro sostegno in qualsiasi caso, qualsiasi direzione decidano di prendere.
Quando ciò non avviene, e le aspettative sono esagerate, irrealistiche e rigide, possono diventare dannose e condizionanti, rappresentando un ostacolo notevole allo sviluppo della personalità e alla maturazione del senso di autonomia e sicurezza. Ciò può essere causa di stress, ansia e frustrazione non solo per i figli, ma anche per i genitori, che possono non comprendere le resistenze dei bambini e dei ragazzi davanti alla volontà di fare “il loro bene”. Qualora i vissuti di frustrazione e angoscia diventino eccessivi, è possibile fare affidamento ad un professionista specializzato, che possa aiutare a sviluppare una maggiore consapevolezza della situazione e, con essa, un maggiore benessere.
30 novembre 2021
L’inganno della perfezione
Nella società occidentale è imperante la celebrazione della perfezione e del perfezionismo, considerati un simbolo di valore e l’emblema della persona di successo. La persona perfezionista combina un’attenzione eccessiva ai dettagli, una ricerca continua del massimo risultato e la tendenza a criticare ogni esito che non soddisfi completamente i propri standard, tutte qualità considerate positive e desiderabili al giorno d’oggi, al punto che il perfezionismo viene frequentemente citato all’interno dei colloqui di lavoro, come “difetto” desiderabile.
I valori di benessere vigenti, basati sull’autoaffermazione e sulla realizzazione professionale, sulla bellezza estetica più aderente possibile al canone, sulla competizione, sui risultati da raggiungere e, in generale, sull’apparenza, hanno come fondamento l’idea di perfezione (quindi, di converso, di mancanza di ciò che viene considerato imperfezione). I social network ne sono il perfetto esempio, non-luogo d’elezione per mostrare al mondo quanto sia impeccabile e desiderabile la propria vita. Un’infinita presentazione di contenuti raffiguranti un ideale convenzionale, una rappresentazione costruita, uno spettacolo perfetto da guardare, che evita accuratamente di mostrare tutti i lati della personalità che potrebbero essere considerati troppo strani, indesiderabili o semplicemente non conformi ai presunti standard sociali di perfezione formale.
Inevitabilmente, questo sforzo continuo nel curare l'apparenza lede la sostanza profonda del soggetto, che deve giocoforza reprimere ogni aspetto di sé che ritenga non all'altezza della (presunta) perfezione.
Questo sforzo, continuo e reiterato nel tempo, innesca un circolo vizioso di “non è mai abbastanza”, sensazione ben nota alle persone perfezioniste.
Le caratteristiche del perfezionismo
Se da una parte la tendenza a svolgere le attività in modo preciso e meticoloso è apprezzabile, in alcuni contesti specifici anche necessaria, le persone perfezioniste raramente hanno il successo a cui bramano, vivendo nella costante sensazione di non essere mai abbastanza perfetti, che li porta a sentirsi continuamente scontenti e insoddisfatti. Tutto ciò si accompagna a vissuti di stress, inadeguatezza e fallimento.
Il più delle volte la reazione al malessere è rappresentata da un'ulteriore spinta al perfezionismo, in una dinamica che porta a sentirsi continuamente sotto pressione, oberati di lavoro, ossessionati dallo scorrere del tempo e dall’impossibilità di fare tutto ciò che si pensa necessario. Per un perfezionista, il tempo a disposizione è sempre poco, mentre le cose da fare sempre troppe.
Inoltre, il perfezionismo spinge a esigere da sé stessi una performance di qualità maggiore rispetto a quella richiesta dalla situazione. Ogni imperfezione è semplicemente inaccettabile e l’errore è visto esclusivamente come indice di fallimento, così che domina il pensiero di tipo catastrofico (ogni svista è una tragedia o potrebbe molto facilmente diventarlo). Gli standard sono irragionevoli e sono tipicamente interiorizzati, cioè sono percepiti come adeguati e funzionali all’ottenimento dei risultati e dell’approvazione, propria e altrui. A tal proposito, al contrario di chi ricerca semplicemente attenzioni e convalida esterna, un perfezionista agisce nello stesso modo anche se il proprio operato non viene osservato o valutato da nessuno (come nella stesura degli appunti personali della lezione nel caso di uno studente). Le aspettative sono irrealistiche e spesso ben al di sopra delle proprie possibilità, sia in termini di capacità, sia di contesto (come la quantità di tempo disponibile per fare un lavoro).
Come conseguenza, la persona diventa eccessivamente critica del proprio operato (“Sono uno stupido”, “Non sono bravo a far niente”), vivendo in uno stato di ansia costante, dato dal bisogno di fare sempre meglio e dalla preoccupazione di commettere errori.
A livello cognitivo, la tendenza ad autocriticarsi si manifesta con un pensiero del tipo “tutto bianco o tutto nero”, che porta a valutare le situazioni in modo esclusivamente estremo, senza vie di mezzo. Ad esempio, una persona perfezionista può pensare che un certo lavoro possa essere svolto solo in maniera completamente giusta o sbagliata, oppure che avere bisogno di aiuto significhi essere deboli. Inoltre, è molto comune il pensiero di tipo doveristico, che porta ad autoimporsi regole rigide e severe su come le cose dovrebbero andare (“Non devo fare errori”, “Devo essere il migliore”).
Questo pensiero di estremi contrapposti, di divisione netta tra giusto e sbagliato, inizia così a permeare a fondo la personalità del soggetto, conducendolo a comportamenti altrettanto estremi. Da un lato, spesso le persone perfezioniste sono ossessionate dalle regole, dalle liste infinite e dettagliate di cose da fare e dal lavoro. All'opposto, si mostrano estremamente apatiche, procrastinando in eterno gli impegni per paura di risultare non all’altezza del compito, o di non riuscire a completare le attività in modo perfetto, temendo in anticipo il giudizio negativo altrui.
La combinazione fra stress e standard eccessivi, rende difficile o praticamente impossibile portare a termine un lavoro nei tempi stabiliti, o trarne soddisfazione personale. A questo proposito, anche nei rari casi in cui il perfezionista riesca ad ottenere i risultati desiderati, come un ottimo voto o una promozione, tipicamente non riesce a godere dei propri successi, avvertendo presto una sorta di vuoto interiore e ricorrendo a pensieri autodenigratori, come “gli altri ci mettono la metà del tempo e dell’impegno per raggiungere i miei stessi traguardi”. Così la persona perfezionista investe un’enorme quantità di tempo ed energie per soddisfare i propri standard senza mai effettivamente riuscirci, compromettendo ulteriormente il proprio rendimento ed efficienza.
Il perfezionismo è dunque controproducente, una condizione senza pace e senza limiti, che comporta un alto livello di malessere per l’individuo, oltre che un peggioramento dell’efficienza, sul lavoro o a scuola, del rapporto con i colleghi/compagni e con le persone care. Anche l’aspetto fisico è influenzato dall’ossessione di perfezione, così che, ad esempio, uno studente può svegliarsi con numerose ore di anticipo per avere il tempo necessario a prepararsi per la scuola, impiegando moltissimo tempo a scegliere l’abbigliamento o prepararsi l’acconciatura. Questo aspetto del perfezionismo risulta particolarmente evidente, e in costante crescita negli ultimi anni, nei giovani. Questo dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme per problematiche più radicate. Quando eccessivi, infatti, i vissuti di disagio legati al perfezionismo possono portare a difficoltà psicologiche anche serie, come depressione, ansia, anoressia, bulimia e pensieri suicidi.
Perfezionismo e disturbi psicologici
In molti casi, il perfezionismo è alla base dell’insorgenza e del mantenimento di vari disturbi mentali, anche diversi tra loro, come ansia sociale o ansia generalizzata, disturbi depressivi, disturbi del sonno, vissuti di rabbia e aggressività, disturbi psicosomatici, difficoltà relazionali, ossessioni e compulsioni, e disturbi alimentari. Tutto ciò rimarca la sua natura altamente disfunzionale. È necessario cercare di comprendere in che modo l’esigenza di essere sempre perfetti si nasconda dietro ai principali disturbi psicologici.
Disturbi d’ansia, depressivi e alimentari
Queste forme psicopatologiche sono predisposte da alcuni aspetti cardine del perfezionismo, come il timore di sbagliare o commettere errori, la sfiducia nelle proprie capacità e qualità e la tendenza a porsi aspettative irrealistiche.
A seconda del tipo di disturbo, la paura assume poi connotazioni particolari: nel disturbo di ansia sociale prevale la paura del giudizio altrui o di non essere all’altezza, nella depressione è più comune la preoccupazione di essere un fallimento o di essere incapaci, mentre per quanto riguarda l’anoressia nervosa, l’angoscia di essere grassi può derivare dalle proprie aspettative perfezionistiche disfunzionali.
Inoltre, la tendenza all’autocritica e all’autodenigrazione hanno un ruolo importante sia nella depressione che nei disturbi alimentari.
Perfezionismo e disturbo ossessivo-compulsivo di personalità
Dal momento che costituisce un aspetto cardine della personalità di un individuo, il perfezionismo gioca un ruolo di primaria importanza in molti disturbi di personalità, contraddistinti da schemi di pensiero, percezione, reazione e relazione relativamente stabili nel tempo, e dunque particolarmente difficili da affrontare e modificare.
In particolare, nel disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, i tratti perfezionistici connessi alla paura di commettere errori ed essere giudicati negativamente risultano molto marcati. Le persone con una personalità ossessivo-compulsiva hanno elevati standard di prestazione, che arrivano a causare disagio e compromissione della vita sociale e lavorativa. La personalità ossessiva-compulsiva è inoltre caratterizzata da una marcata attenzione per i dettagli, da controllo ossessivo per gli errori, e dalla tendenza ad autocriticarsi, tutti tratti cardine del perfezionismo. Queste persone si preoccupano per l’ordine, l’organizzazione e l’applicazione delle regole, con un’attenzione particolare al controllo, di sé e degli altri, alla prestazione e alla produttività.
Sono molto comuni i problemi di natura familiare o sociale, poiché la famiglia, come i genitori o il coniuge, si lamenta spesso del forte disagio provocato dal perfezionismo e dell’inflessibilità alle regole delle persone con questo disturbo. I primi sintomi si possono manifestare in adolescenza o nella prima età adulta.
Perfezionismo e disturbo narcisistico di personalità
Anche i pazienti con differenti disturbi di personalità, come il disturbo narcisistico, possono presentare livelli molto alti di perfezionismo.
Nel narcisista, il perfezionismo si manifesta in una sfumatura diversa rispetto alla personalità ossessivo-compulsiva. Si ricerca la perfezione al fine di mostrarsi agli altri come grandiosi e invulnerabili, ossia assolutamente attraenti, impeccabili, potenti, affascinanti, unici e di successo, per ottenere così la loro ammirazione.
L’autostima del narcisista si alimenta esclusivamente del riconoscimento altrui, rendendolo dipendente dal mondo esterno. Allo stesso tempo, il perfezionismo narcisistico è caratterizzato da un forte timore per il giudizio altrui, che porta ad una ipersensibilità e un’ossessività nell’analizzare le parole e i comportamenti degli altri. Un’eventuale critica, anche su questioni marginali o posta in buona fede, può creare delle “ferite” narcisistiche insopportabili, spesso gettando il narcisista nella più profonda disperazione.
Da questi brevi cenni, risulta evidente che il perfezionismo ha conseguenze particolarmente negative sulla psiche, sul benessere mentale e sulla vita sociale e lavorativa dell’individuo, ponendo le basi e assumendo connotazioni diverse in una pluralità di disturbi, anche molto radicati, come i disturbi di personalità.
Come superare il perfezionismo?
Come si è visto, il perfezionismo è un fenomeno complesso e profondamente legato agli aspetti di base della personalità e della condotta di un individuo. Questo lo rende particolarmente resistente al cambiamento, soprattutto nei casi, comunque rari, in cui i tratti perfezionistici non abbiano conseguenze negative rilevanti sullo stile di vita della persona (o, più comunemente, non ne abbiano ancora).
Anche se in modo parziale e superficiale, dunque, è possibile cercare di fornire alcuni suggerimenti per evitare gli atteggiamenti più problematici e intervenire sui comportamenti e le attitudini perfezioniste.
In primo luogo, è importante porsi obiettivi realistici, o aiutare la persona perfezionista nel trovarli. Gli obiettivi sono realistici nel momento in cui sono raggiungibili con le risorse a propria disposizione, tenendo conto delle proprie capacità, dell’impegno, ma anche del tempo che è possibile dedicare. Bisogna evitare la mentalità del “tutto o niente”, che porta ad assegnare la priorità massima ad ogni incombenza (o, di converso, a scartarla), cercando invece di discriminare le attività a cui si deve dare la precedenza e a cui si dedicherà il massimo impegno, da quelle che sono meno importanti, provando a ridurre lo sforzo e il tempo per queste ultime.
Soprattutto per le persone perfezioniste, però, è essenziale che gli obiettivi si basino sui propri desideri e bisogni e non su standard preimpostati. Per favorire questo processo si può sostenere la persona a riflettere sull’infelicità, sull’ansia e sulla frustrazione che prova nel momento in cui si pone delle mete impossibili da raggiungere. Inoltre, si può cercare di fornire una visione alternativa dell’errore, rivalutandolo come occasione di ulteriore miglioramento e non come una sconfitta o una prova della propria incapacità o inadeguatezza. A questo proposito, in maniera pratica, nel momento in cui si commette un errore si può pensare, o scrivere, tutte le cose apprese grazie ad esso.
Molti perfezionisti vanno poi assistiti nel superare la tendenza a rimandare continuamente le proprie responsabilità, una dinamica derivante da aspettative irrealistiche e dalla paura di non farcela, di non essere abbastanza e non riuscire a raggiungere l’obiettivo prefissato. In questo senso, imparare a gestire il proprio tempo e ad organizzarsi in maniera efficiente risulta fondamentale, soprattutto per gli studenti.
Un altro aspetto importante, alla base anche di molti altri malesseri, come i disturbi psicosomatici, è l’ascolto delle proprie emozioni, spesso soppresse e trascurate da chi cerca la perfezione. In particolare, il confronto con la paura, del fallimento o di commettere errori, può favorire un processo di accettazione dell’imperfezione per poter raggiungere i propri scopi. Ma è anche di grande giovamento riscoprire la soddisfazione e il piacere legate al processo, al fare le cose, senza concentrarsi esclusivamente sul risultato finale e sulla sua perfezione.
Infine, è fondamentale ricordare che è possibile che si presentino delle situazioni in cui le strategie proposte si rivelino insufficienti, e in cui il perfezionismo sia motivo di una sofferenza significativa e invalidante, per la persona ma anche per chi la circonda. Quando non si riesce ad affrontare da soli il disagio, è allora essenziale chiedere aiuto ad un professionista della salute mentale, che sappia analizzare il caso e sostenere la persona ad affrontare il malessere associato al perfezionismo.
Informazioni personali
- Emma Messina
- Sono una psicologa abilitata e un’insegnante, con esperienza più che quinquennale nel settore.
Nel mondo scolastico, ho maturato un'esperienza particolare nei confronti di ragazzi con disturbi dell’apprendimento, problemi di motivazione e di ansia da prestazione. Da anni tengo lezioni sul metodo di studio a studenti di ogni età, per promuovere l’autonomia, rinforzare l’autostima e recuperare le abilità scolastiche.
Parallelamente, offro un servizio di sostegno ai genitori, affinché possano mantenere e consolidare i risultati ottenuti dai figli in un clima di serenità e reciproca comprensione.
Servizi offerti:
- Processo di diagnosi e Valutazione Psicologica;
- Tutoring elementari/medie/superiori/università;
- Orientamento;
- Crescita personale;
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- Consulenza psicologica.
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